Tra rischio di frattura curda e intervento turco: il fragile accordo tra al-Sharaa e SDF in Siria
Nelle settimane tra la fine di dicembre 2025 e l’inizio di gennaio 2026, il governo di transizione siriano guidato da Ahmed al-Sharaa ha lanciato un’offensiva contro le Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida YPG (Kurdish Democratic Union Party), in accordo con il progetto di consolidamento del controllo sul Paese successivamente alla caduta del regime di Bashar al-Assad, nel dicembre 2024.
Il nuovo esecutivo ha da tempo avviato negoziati con le SDF nell’ottica di riunificazione dell’autorità governativa sull’intera Siria, data la presenza delle forze curde nel Nord-Est, in un’area fondamentale per gli attraversamenti di confine tra Iraq e Turchia, aeroporti e giacimenti di petrolio, oltre che per la presenza di centri detentivi che raccolgono ex membri dell’ISIS (Daesh).** La posizione curda nei negoziati, espressa dal comandante in capo Mazloum Abdi, ha declinato il riconoscimento del governo al-Sharaa in maniera condizionale alle decisioni sul futuro della popolazione curda e delle altre componenti identitarie in Siria. **
A marzo 2025 era stato firmato un primo accordo con la mediazione degli Stati Uniti per l’integrazione delle unità militari e delle strutture amministrative delle SDF nell’esercito siriano, che prevedeva altresì l’acquisizione da parte governativa del territorio nel Nord-Est. In cambio, Damasco aveva promesso il riconoscimento dei diritti costituzionali e di cittadinanza alla popolazione curda, e il ritorno dei curdi precedentemente sfollati nel corso dei 14 anni di guerra civile.
La causa delle divisioni a partire da quel momento è stata la questione relativa alle modalità di ingresso delle SDF nell’esercito nazionale, qualora si tratti di un’integrazione individuale o in divisioni apposite. Dalla prospettiva di Damasco, quest’ultima ipotesi comporterebbe il rischio di avere un blocco curdo, propenso in una certa misura ad agire in modo autonomo, all’interno dell’esercito nazionale siriano.
Disaccordi sull’implementazione dell’intesa hanno scatenato a dicembre 2025 scontri ad Aleppo, a cui è seguita un’offensiva governativa sostenuta da milizie sunnite locali, e terminata con l’occupazione da parte di Damasco di Deir Hafer, Maskana, Raqqa e Deir al-Zour (nell’insieme, circa l’80% dei territori curdi). Dopo un primo cessate il fuoco, che stabiliva l’integrazione individuale delle SDF, il 30 gennaio 2026 è stato raggiunto un accordo definitivo, che prevede il dispiegamento delle forze governative ad Hasakah City, Qamishli e altre aree a maggioranza curda, e l’integrazione delle SDF in divisioni e brigate dedicate all’interno delle forze armate siriane. Intanto, già l’11 febbraio la Syrian Petroleum Company ha dichiarato l’intenzione di firmare degli accordi con Chevron, Eni, TotalEnergies e Conoco Phillips per l’esplorazione delle risorse naturali nelle nuove aree del Nord, passate sotto il controllo del governo.
La vittoria diplomatica di al-Sharaa, che al sostegno di Trump ha aggiunto quello del Presidente russo Putin, potrebbe rappresentare la fine del progetto autonomista curdo nel Nord, conosciuto come Rojava o Kurdistan occidentale. Il primo rischio è infatti quello di una frattura interna alla leadership curda delle SDF e dell’AANES (Autonomous Administration of North and East Syria), dato che alcune componenti potrebbero non accettare i termini posti da al-Sharaa. Questo perché l’accordo stabilisce una modalità di integrazione che non soddisfa pienamente le richieste storiche curde di riconoscimento della cittadinanza e di un sistema di governo autonomo e decentrato.
La mancanza di chiarezza sulle modalità con cui alcune delle fazioni delle SDF saranno integrate nell’esercito nazionale, e sulla prassi operativa delle strutture di comando, può potenzialmente aumentare il rischio che alcune di esse scelgano di non farne parte, venendo meno alle condizioni stabilite dall’accordo. Il 3 febbraio, la YPG ha reso noto, tramite un suo portavoce, di non voler procedere al disarmo delle proprie unità, contravvenendo all’accordo del 30 gennaio. La dichiarazione lascia emergere una visione dell’accordo inteso come perdita definitiva di autonomia, sottintendendo l’intenzione delle YPG di continuare ad esistere come gruppo armato autonomo, indipendentemente dai termini del cessate il fuoco.
Lo stesso clima di tensione è stato osservato ad Hasakah il 2 gennaio, termine attuativo dell’accordo, per il quale è stato imposto un coprifuoco in preparazione dell’arrivo dell’esercito governativo, che potrebbe implicare un’allerta generalizzata da parte della coalizione internazionale.
La situazione potrebbe essere però più complessa. Il 4 febbraio, un ufficiale delle YPG ha reso noto il suo appoggio al piano di integrazione, dando voce ad una linea più moderata e pragmatica che interpreta i punti dell’accordo nel contesto di transizione della lotta delle SDF dal piano militare a quello politico, attraverso il coinvolgimento dei curdi nella preparazione della nuova costituzione siriana.
Nel complesso, dunque, **permane una generale incertezza e una divisione all’interno della leadership curda in merito alla posizione da assumere di fronte agli sviluppi futuri delle modalità di cooperazione con il governo siriano. **
La situazione più preoccupante potrebbe verificarsi nel caso in cui, di fronte al permanere di dissidi interni allo YPG sulle modalità di interpretazione delle clausole che stabiliscono l’integrazione delle SDF in brigate apposite, le divisioni possano tradursi in scontri armati contro l’esercito governativo, o, nel caso più remoto, tra fazioni delle SDF stesse. Nell’ipotesi in cui Abdi, portavoce della linea maggiormente pragmatica e di intesa con il governo siriano, non riesca ad avere pieno controllo delle altre fazioni delle forze armate, alcune tra esse particolarmente ferme sulla linea dura contro l’accordo (YPG, PKK) potrebbero dare avvio ad un’insorgenza contro le forze armate siriane, attualmente espressione di un governo di transizione non ancora pienamente consolidatosi.
Il secondo elemento da considerare è rappresentato da Ankara: continuano gli scontri, sorti parallelamente all’insorgenza di fine 2024, tra soldati delle SDF e unità appartenenti all’esercito nazionale siriano (SNA) presenti nei territori del Nord, sostenute dalla Turchia, che continuano a mettere a rischio la difesa delle prigioni sotto l’autorità delle SDF. La postura del governo turco è dettata dall’interesse al mantenimento della sicurezza lungo il proprio confine, per il quale la formazione di uno stato autonomo curdo sarebbe visto come un fattore di destabilizzazione. Difatti, oggi la Turchia insiste per una rapida integrazione delle SDF nell’esercito nazionale siriano; in questo senso, l’ultimo accordo di gennaio tra al-Sharaa e SDF rappresenta una vittoria per Erdoğan, che già a maggio 2025 aveva visto con estremo favore lo scioglimento del PKK.
Nell’ipotesi in cui i dissidi interni alle SDF conducano a un’attuazione parziale dell’accordo di fine gennaio, o che la stessa implementazione venga ostacolata dalle posizioni maggiormente restìe alla cessione di autonomia, attraverso l’opposizione armata all’esercito di Damasco, il supporto turco alle SNA potrebbe intensificarsi, fino a condurre ad un’escalation militare, limitata contro le fazioni curde ribelli oppure più ampia, nelle aree siriane del Nord-Est.
Un ulteriore rischio nel contesto di generale instabilità è rappresentato da una rinascita del terrorismo jihadista nella regione. Già il 21 gennaio, le SDF si erano ritirate dal campo di al-Hol, dove si trovavano circa 24.000 persone tra donne e bambini legati ai combattenti dello Stato Islamico, e da prigioni chiave come Shaddadeh, al-Aqtan e Sinaa, che assieme ad altre strutture, contenevano complessivamente 9.000 presunti affiliati all’ISIS. Gli Stati Uniti hanno successivamente avviato il trasferimento dei detenuti verso strutture sicure in Iraq, nella regione tra Nasiriyah e Ninive, per via dell’instabilità causata dai recenti scontri, che aveva già condotto ad un tentativo di evasione dalla prigione di Shaddadeh. Per lo stesso motivo, il 4 febbraio Washington ha effettuato dei bombardamenti aerei verso obiettivi ISIS nell’area, analogamente ad altre azioni già condotte nei mesi precedenti.
Nella fase del passaggio di autorità avvenuto ad al-Hol tra SDF ed esercito governativo, alcuni detenuti della sezione Annex (il sottocampo che raccoglie famiglie straniere, critico poiché luogo in cui le idee dello Stato Islamico sono particolarmente diffuse, creando un ambiente di radicalizzazione) sono fuggiti, probabilmente a centinaia. Le dinamiche di evacuazione non sono state chiarite, e rimangono dubbi sull’attribuzione della responsabilità nei confronti delle forze curde piuttosto che governative.
Il rischio latente jihadista si basa sulla presenza di cellule residuali dell’ISIS nel deserto siriano, che potrebbero fornire alle famiglie evase un rifugio per la riorganizzazione di un nucleo operativo. In alternativa, la fuga verso Iraq e Turchia potrebbe contribuire ad un aumento delle minacce transfrontaliere.
L’ipotesi di un acutizzarsi delle divisioni interne alle SDF rappresenterebbe un terreno fertile per la ripresa delle attività dello Stato Islamico, in virtù della creazione di vuoti di potere territoriali causati dal mantenimento di posizioni più dure da parte di talune fazioni. Dall’altro lato, l’aggravarsi dell’insicurezza ai confini sulla base del fattore jihadista potrebbe rappresentare il pretesto per un maggiore intervento da parte di Ankara, che già esercita pressione nei confronti di Damasco per l’implementazione dell’accordo coi curdi.
Nel complesso, l’offensiva del governo siriano rappresenta una vittoria strategica per al-Sharaa, e al contempo, la fine pratica del progetto autonomista del Rojava. Se, da un lato, i rischi di resistenza armata e instabilità localizzata che ne conseguono potrebbero lasciare spazio ad una rinascita jihadista, dall’altra parte un contesto reso fragile dalle divisioni tra ufficiali delle SDF e dalla presenza militare della Turchia rappresenta una ben più concreta incognita. La stabilità futura dipenderà dall’effettiva inclusione politica dei curdi nella nuova Siria: senza garanzie reali su diritti e decentramento, è reale la persistenza tensioni che potrebbero condure all’escalation.