Stati Uniti e India: tra cooperazione economica e pressione strategica
Geoeconomics

Stati Uniti e India: tra cooperazione economica e pressione strategica

By Costanza Franchini
02.18.2026

Il 6 febbraio, Stati Uniti e India hanno concluso un nuovo accordo provvisorio dopo un periodo di tensioni che hanno avuto conseguenze dirette nel settore commerciale. A tal proposito, nei mesi precedenti le relazioni tra Stati Uniti e India avevano vissuto un inasprimento tariffario culminato in un regime che combinava dazi del 50% sui beni indiani e misure punitive legate agli acquisti di petrolio russo. La tregua non rappresenta solo una ricalibrazione tariffaria, ma segnala un ulteriore tentativo statunitense di usare il commercio come strumento di pressione strategica indiretta. L’intesa, infatti, seppur venga presentata da Washington come parte di un riassetto delle relazioni economiche con Nuova Delhi, suggerisce la volontà di influenzare nuovamente le scelte energetiche indiane, in particolare rispetto a Mosca.

In primo luogo, l’intesa modifica il regime tariffario bilaterale: gli Stati Uniti applicano una tariffa reciproca del 18% sui beni indiani, cambiando il sistema precedente, che combinava dazi e misure punitive aggiuntive. Inoltre, Washington rimuove le tariffe legate alla sicurezza nazionale su aeromobili e componenti aeronautici, mentre le revisioni delle tariffe relative ai farmaci generici rimangono subordinate all’esito delle indagini in corso. In cambio, l’India si impegna a ridurre o eliminare i dazi su un’ampia gamma di beni industriali statunitensi e su alcuni prodotti agricoli, tra i quali DDGS e olio di soia. Inoltre, sono incluse regole di origine dedicate, riduzione di barriere non tariffarie e un rafforzamento della cooperazione su sicurezza economica e dei controlli sugli investimenti. In questo contesto si aggiunge l’intenzione dell’India di acquistare beni statunitensi per 500 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni.

L’accordo di Nuova Delhi con Washington si inserisce in un contesto di competizione crescente tra le principali economie occidentali per l’accesso al mercato indiano. In merito, il 27 gennaio l’India ha concluso un accordo di libero scambio con l’Unione Europea, che prevede la progressiva eliminazione o riduzione dei dazi su gran parte dei beni scambiati. Questo avvenimento ha rafforzato la posizione dell’India nelle trattative, aumentando probabilmente la preoccupazione di Washington verso un potenziale avvicinamento eccessivo di Nuova Delhi a Bruxelles. In quest’ottica, l’accordo riflette il tentativo statunitense di evitare che questo avvicinamento possa ridurre il margine di manovra di Washington con Nuova Delhi.

Nonostante questi segnali positivi, l’accordo non chiarisce un tema sensibile: quello degli approvvigionamenti energetici. In merito, le dichiarazioni di Trump del 2 febbraio subordinavano la riduzione dei dazi all’interruzione degli acquisti di petrolio russo da parte dell’India. Tale impegno, però, non compare nell’accordo provvisorio del 6 febbraio. Nondimeno, gli Stati Uniti hanno revocato il dazio aggiuntivo del 25%, imposto sui beni indiani in relazione agli acquisti di petrolio russo, introducendo, però, una clausola di monitoraggio, che consente il ripristino delle tariffe, qualora Nuova Delhi riprenda gli acquisti da Mosca. Dal canto loro, le autorità indiane hanno evitato di confermare al momento un impegno pubblico formale a interrompere gli acquisti di petrolio russo. Questa cautela va interpretata alla luce dei nuovi risvolti che riguardano il settore e Nuova Delhi. L’India è stata uno dei principali acquirenti del greggio russo scontato, contribuendo alla crescita del mercato parallelo dei barili sanzionati. Ciononostante, negli ultimi mesi le importazioni indiane di petrolio russo sono diminuite di circa un terzo rispetto ai livelli di metà 2025, a causa della maggiore disponibilità di barili non sanzionati a prezzi relativamente contenuti. Pertanto, con la stabilizzazione del greggio intorno ai 60 dollari al barile, la sostituzione delle forniture “ombra” con flussi regolari risulta economicamente sostenibile. I dati più recenti, infatti, indicano una riduzione graduale delle importazioni di petrolio russo, ma non una cessazione netta, suggerendo che l’energia rimanga uno strumento di pressione negoziale piuttosto che un vincolo strutturale dell’accordo.

Infine, sul piano interno indiano è importante segnalare come siano emerse criticità, soprattutto nel settore agricolo, che conserva un forte peso economico ed elettorale. Le importazioni statunitensi di DDGS e olio di soia potrebbero ridurre i costi per alcuni comparti, ma, al contempo, potrebbero comprimere i margini dei produttori domestici di semi oleosi e farine proteiche. Anche le quote agevolate su cotone e altri prodotti hanno già alimentato timori verso l’impatto sui prezzi interni. Sindacati agricoli e forze di opposizione hanno denunciato il rischio di uno scambio squilibrato, mentre il Governo ha replicato che i prodotti agricoli sensibili, inclusi latticini e OGM, restano esclusi. In prospettiva, non è da sottovalutare l’effetto che queste tensioni emerse e le pressioni conseguenti possano avere sulla capacità del Governo di consolidare un riallineamento economico più marcato verso gli Stati Uniti, limitando in parte la libertà di azione.