L’evoluzione della strategia di diversificazione euro-canadese
Geoeconomics

L’evoluzione della strategia di diversificazione euro-canadese

By Alessandro Mapelli
02.17.2026

A gennaio 2026 sono state avviate le trattative relative al Digital Trade Agreement tra Unione Europea e Canada. Già il 24 novembre 2025 il Consiglio aveva autorizzato la Commissione ad avviare negoziati con il Governo canadese finalizzati alla conclusione di tale accordo, con l’avvio operativo dei negoziati a gennaio ed il lancio formale previsto per marzo. Queste iniziative evidenziano una chiara volontà politica di rafforzare la cooperazione digitale UE-Canada, consolidando la convergenza regolatoria in ambiti quali AI,cybersecurity, identità digitale e flussi transfrontalieri di dati, e segnano un passo concreto verso una maggiore integrazione economica e tecnologica in settori strategici per la competitività europea e per lo sviluppo cooperativo delle due economie.

In questo contesto, il Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA), applicato in via provvisoria dal 21 settembre 2017, ha rappresentato uno strumento fondamentale per rafforzare le relazioni commerciali con l’UE, promuovendo la quasi totale eliminazione dei dazi e l’integrazione regolatoria in settori strategici. Pur trattandosi di un accordo misto, con l’applicazione provvisoria limitata alle materie di competenza esclusiva dell’UE e con la protezione degli investimenti e l’Investment Court System ancora soggetti a ratifica completa, resta, a quasi un decennio dall’avvio provvisorio, uno strumento fondamentale per l’intensificazione degli scambi. Nel dettaglio, tra il 2016 e il 2024 il commercio complessivo di beni e servizi è cresciuto di circa il 72%, con un incremento del 65% nei beni e del 90% nei servizi, segnalando una traiettoria espansiva stabile. In valori assoluti ciò si è traslato in un interscambio pari a 125 miliardi di euro (di cui 76 in beni e 49 in servizi).

In aggiunta, il saldo commerciale si è mantenuto strutturalmente positivo per l’UE, configurando un surplus stabile determinato da un differenziale tra esportazioni e importazioni a favore della parte europea: l’avanzo si è attestato intorno ai 20 miliardi nei beni e a circa 8 miliardi nei servizi. Tale dinamica evidenzia un posizionamento competitivo dell’UE nei segmenti a medio-alto contenuto tecnologico e nei servizi ad elevato valore aggiunto, con una specializzazione produttiva inserita nelle fasce più remunerative delle catene del valore ed una capacità di penetrazione commerciale superiore in termini di qualità, standard regolatori ed intensità tecnologica.

Tra i fattori alla base della crescita si segnalano una performance positiva nei settori dei metalli e dei prodotti minerali non metallici, sostenuti dal rialzo dei prezzi internazionali e dell’energia, favorita dall’espansione del gasdotto Trans Mountain (Canada). Inoltre, il deprezzamento del dollaro canadese ha reso le importazioni più onerose, ma ha migliorato la competitività delle esportazioni, contribuendo a un graduale riposizionamento geografico verso l’Europa ed alcune aree dell’Asia non cinese, quali, ad esempio, Giappone e Corea del Sud, a conferma di una strategia canadese di diversificazione prudente ma progressiva.

A favorire maggiormente questo processo, da settembre 2024, è stata l’abolizione del 99% delle linee tariffarie, con l’eliminazione completa dei dazi sui prodotti industriali. Infatti, dal 2017 il Canada ha dato avvio all’azzeramento progressivo dei dazi su esportazioni UE per circa 400 milioni di euro annui, saliti a 590 milioni a regime, con effetti diretti sulla competitività delle imprese europee e sulla riduzione dei costi di input. L’accordo garantisce inoltre esenzione daziaria per circa il 92% dei prodotti agroalimentari UE e tutela 143 indicazioni geografiche, ampliando contestualmente l’accesso agli appalti pubblici federali, provinciali e municipali.

La dimensione commerciale si integra con una rilevante esposizione finanziaria reciproca: già nel 2023 gli stock di investimenti diretti UE in Canada ammontavano a 242,9 miliardi di euro, a fronte di 249,5 miliardi di investimenti canadesi nell’UE. Una valutazione ex post attribuisce al CETA un incremento annuo del PIL europeo pari a circa 3,2 miliardi di euro, confermando un impatto macroeconomico misurabile, seppur non trasformativo.

In questo quadro, in termini di posizionamento, l’UE si conferma il secondo partner commerciale del Canada dopo gli USA, che restano di gran lunga il principale interlocutore di Ottawa (75,9% dell’export e quasi il 50% dell’import), sebbene con una crescita bilaterale ormai modesta nel 2024 (+0,3%) e prevedibilmente al ribasso nel 2025, date le tensioni con l’Amministrazione Trump, mentre il Canada rappresenta il dodicesimo partner dell’Unione: un dato che evidenzia una relazione strutturalmente asimmetrica ma complementare, in cui il mercato canadese svolge per l’UE una funzione di diversificazione avanzata nello spazio nordamericano.

In tale prospettiva, il CETA si configura non come un intervento isolato, bensì come uno degli strumenti attraverso cui l’Unione potrebbe perseguire una strategia più ampia di diversificazione del proprio portafoglio di mercati di destinazione. Trend quest’ultimo confermato anche dal recente FTA firmato tra Bruxelles e Nuova Dehli. Specularmente, esso costituisce per Ottawa uno strumento di rafforzamento di commercio ed investimenti volto, nel medio-lungo periodo, a ridurre la dipendenza strategica dagli USA. Infatti, già nel contesto post-2022, l’accordo Canada-UE ha assunto una valenza che travalica la mera liberalizzazione tariffaria. La cooperazione su materie prime critiche, transizione energetica, tecnologie digitali e sicurezza economica, rafforzata da strumenti quali la Green Alliance e la Digital Partnership, colloca l’accordo nella strategia europea di de-risking.