La politica estera USA in Yemen tra errori tattici e cambi di approccio
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La politica estera USA in Yemen tra errori tattici e cambi di approccio

By Giuseppe Palazzo
02.09.2021

Dall’inizio delle ostilità nel 2015, la guerra in Yemen ha gradualmente assunto una sempre maggiore importanza per gli interessi degli attori regionali e internazionali impegnati nel Paese e in quella porzione di Medio Oriente. Un’importanza data, soprattutto, dalla posizione geostragica dello Stato del Golfo quale naturale finestra sulle rotte marittime globali euro-asiatiche e come teatro operativo per la lotta al terrorismo islamista contro al-Qaeda e lo Stato Islamico. Recentemente, l’unica Repubblica della Penisola arabica è tornata al centro delle cronache internazionali perché oggetto di una serie di decisioni assunte dalle Amministrazioni Trump e Biden che potrebbero influenzare in modo considerevole la direzione della guerra e la disponibilità degli attori coinvolti in questo complesso pantano. Tali rivolgimenti entrano in gioco in un momento delicato per il passaggio di consegne tra le due Amministrazioni USA, ma ancor di più dopo sei anni di conflitto del quale non si riesce ad intravedere realisticamente una fine concreta, né spiragli effettivamente positivi che portino ad una svolta sul campo.

Sin dall’inizio della guerra nel 2015, il caso yemenita ha assunto i contorni di una proxy war, tanto da risultare un riflesso di più ampie tensioni regionali. La mappa del conflitto ha visto l’espansione degli Houthi (una milizia sciita zaydita pentimana, più o meno apertamente sostenuta dall’Iran) lungo la fascia costiera del Mar Rosso e nell’area centro-settentrionale del Paese, ovvero le zone più popolose; immediatamente prossime a queste aree, le forze governative sostenute dall’Arabia Saudita controllano il governatorato di Shabwa e alcuni porti sul Mar Rosso; a sud i movimenti secessionisti appoggiati dagli Emirati Arabi Uniti e raggruppati attorno all’ombrello del Consiglio di Transizione del Sud (STC), occupano lo strategico porto di Aden; infine, una varietà di sigle jihadiste tra cui spicca al-Qaida nella Penisola arabica (AQAP) e un braccio locale dello Stato Islamico, sono presenti a macchia di leopardo nell’Hadramawt. Alla luce di ciò emerge chiaramente un’evidenza: la guerra in Yemen racchiude al suo interno almeno tre livelli di conflittualità (guerra civile, lotta al terrorismo e conflitto condotto per procura) che si verificano in sostanziale contemporaneità e si alimentano anche degli interessi esterni portati dalle potenze regionali e internazionali, le quali contribuiscono a definire step successivi sempre più violenti e fuori dal controllo delle parti direttamente coinvolte sul campo. Il risultato di sei anni di guerra è quello che viene ormai unanimamente riconosciuto come la più grave tragedia umanitaria al mondo, con circa 112.000 morti e più di 24 milioni di persone in disperato bisogno di assistenza, a cui si aggiungono un’epidemia di colera che ha colpito 1 milione di persone e 8 milioni di yemeniti che hanno avuto problemi di alimentazione basilare a causa delle carestie e dei conflitti.

In questo contesto umanitario e militare di profonda difficoltà era giunta il 10 gennaio scorso la decisione dell’ex Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, di designare gli Houthi come Foreign Terrorist Organization (FTO), intravedendo in ciò la possibilità di rilanciare un’azione anche diplomatica in funzione anti-iraniana e in supporto ai partner arabi del Golfo. Nelle intenzioni di Pompeo e Trump, tale scelta era mirata a ridurre le opzioni operative e strategiche a disposizione della nuova Amministrazione Biden, costringendo quest’ultima a non intaccare, almeno strutturalmente, l’impostazione data alla politica estera USA nella regione nell’ultimo quadriennio. L’intento, quindi, constava nel cristallizzare la formulazione stessa di un’agenda politica per il Medio Oriente. Contrariamente, la Presidenza Biden ha deciso di percorrere un processo inverso rispetto alla linea dura trumpiana e ha adottato il più classico degli sticks&carrots. Dapprima ha congelato l’ordine sull’export militare in favore di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, poi ha annunciato la fine dell’impegno americano nella guerra in Yemen, successivamente ha rivisto parzialmente la scelta sugli Houthi come organizzazione terroristica e, infine, ha nominato Tim Lenderking, diplomatico del Dipartimento di Stato con grande esperienza sull’area Golfo, come nuovo Inviato Speciale per lo Yemen. Un’azione in quattro mosse volta a rompere il precedente schema e a rilanciare l’ipotesi di colloqui di pace tra tutte le parti in causa nel Paese. Alla base di queste scelte vi è un cambio di passo tattico mirato a mutare, quanto meno in parte, l’indirizzo unilaterale intrapreso dalla Presidenza Trump, al fine di abbracciare un approccio più pragmatico e, come spiegato dal nuovo Segretario di Stato Anthony Blinken, maggiormente attento alla difesa dell’interesse nazionale USA.

Di fatto, tali azioni rientrano in un tentativo più ampio della Presidenza Biden di ridefinire il quadrante regionale in una chiave marcatamente meno assertiva e anti-iraniano-centrica, come invece si erano mostrate le iniziative dell’Amministrazione Trump, riconducili alla teoria della “massima pressione”. In altre parole, Biden e Bliken puntano a definire una coerente strategia statunitense nell’area, a cominciare dal tentativo di creare una finestra di opportunità per rilanciare una sorta di JCPOA 2.0 con l’Iran, con clausole più dure e stringenti rispetto al precedente accordo, anche per non allarmare Arabia Saudita e EAU, principali riferimenti (al pari di Israele) per una presenza politica, economica e militare USA nella regione. Questo aperturismo nei confronti della Repubblica Islamica ha in verità fortemente allarmato le potenze sunnite della regione, le quali anche attraverso gli accordi di Abramo hanno cercato di presentare alla nuova Amministrazione una formula che mettesse Biden di fronte al fatto compiuto, rendendo qualsiasi cambiamento troppo oneroso in termini diplomatici. Non a caso, la designazione degli Houthi, fortemente sponsorizzata da Riyadh, aveva il dichiarato obiettivo di fornire rassicurazioni proprio al Regno degli al-Saud. Infatti i sauditi, ancora traumatizzati dagli attacchi alle installazioni di Saudi Aramco del settembre 2019, si considerano troppo esposti alle iniziative militari degli Houthi nel Mar Rosso e nel Golfo Persico.

In questa prospettiva, però, non bisogna pensare che le decisioni assunte dalla Presidenza Biden mirino ad un disconoscimento di partnership storiche come quelle tra Stati Uniti e monarchie arabe del Golfo. Non a caso, la Casa Bianca ha rassicurato Riyadh impegnandosi a dotarla dei sistemi anti-missilistici migliori (una sorta di Iron Dome israeliano) per proteggere il Regno e la Penisola intera da possibili attacchi provenienti dallo Yemen o, eventualmente, dall’Iran. Allo stesso tempo, bisogna considerare che le relazioni americane con emiratini e sauditi godono di una solidità. Nel caso degli EAU, tale stabilità è assicurata dal lobbismo operato attorno alla figura dell’Ambasciatore emiratino a Washington, Yousef al-Otaiba, dalla presenza nel National Security Council dell’ex Ambasciatrice negli EAU Barbara Leaf, nonché dal maggiore realismo politico che caratterizza Abu Dhabi rispetto a Riyadh. Anche le relazioni con i sauditi godono di una certa solidità in virtù della lunga storia di amicizia, di rapporti commerciali ed energetici e dall’importanza del client saudita per mantenere l’equilibrio di potere regionale. Tuttavia, questi rapporti potrebbero scontare più difficoltà a causa dell’ostilità del Congresso e di un parziale ritorno con Biden di un internazionalismo liberale, almeno a livello retorico, che colpirebbe proprio i sauditi sul tema dei diritti umani – il caso dell’uccisione del giornalista Jamal Kashoggi è emblematico per comprendere il cambio di orientamento rispetto alla Presidenza Trump. A ciò bisogna aggiungere anche il forte discredito acquisito dal conflitto yemenita in seno all’opinione pubblica USA, la quale ha reputato troppo oneroso per i costi umani ed economici una guerra non percepita come necessaria agli americani.

Pertanto, per comprendere questo cambio di approccio USA in Yemen è necessario risploverare la teoria del chain-ganging di Kenneth Waltz, secondo cui da parte statunitense vi è un tentativo di declinare in altro modo il meccanismo che negli ultimi anni ha visto la grande potenza mondiale troppo schiacciata agli interessi di attori terzi. Di fatto, attraverso questa impostazione, propria di un contesto multipolare, Washington ha sostenuto una guerra non sua e non strategica per il suo interesse nazionale. Ecco perché il percorso intrapreso da Biden sembra voler rispondere ad un cambio di paradigma e porre prima gli interessi USA rispetto a quelli dei suoi partner. In altre parole, se nel 2015 l’Amministrazione Obama appoggiò la campagna yemenita guidata dai sauditi, in parte per attenuare lo scontento di Riyadh per l’accordo sul nucleare iraniano, implementando questo approccio specie sotto la Presidenza Trump, ora i nuovi responsabili della politica estera USA intravedono nello Yemen una partita utile per creare una de-escalation regionale e porre fine ad un conflitto che non coinvolge direttamente gli interessi statunitensi. Una scelta dall’impatto molto ampio, che va ben oltre la traingolarità del rapporto Washington-Riyadh-Teheran e ha molto a che fare con un’impostazione più pragmatica e meno interventista nella regione, in ossequio anche con il progressivo disimpegno politico e militare della Casa Bianca dall’area MENA allargata.

È evidente, quindi, che la decisione di Biden non porterà ad un cambiamento immediato e sostanziale, quanto meno per le sorti del conflitto in Yemen, così come l’Arabia Saudita continuerà ad avvertire la presenza degli Houthi al suo confine meridionale come una minaccia esistenziale. Inoltre, lo stesso stallo in cui versa il conflitto rende inattuabile un ritiro delle forze della coalizione saudita nel breve termine, non fosse altro per il notevole investimento saudita a livello economico e umano. Di fatti, se appare poco plausibile una trasformazione sostanziale del conflitto e del piano diplomatico in Yemen, è altresì vero che gli Stati Uniti potrebbero decidere di concedere maggiore legittimità al movimento Houthi in sede negoziale al fine duplice di affrancarlo dall’influenza iraniana e di garantire agli USA una minore presenza diretta nelle dinamiche politiche e militari prettamente di interesse saudita.

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