Kais Saied e la stretta sul sistema giudiziario tunisino
Middle East & North Africa

Kais Saied e la stretta sul sistema giudiziario tunisino

By Elia Preto Martini
02.11.2022

Tra sabato 5 e domenica 6 febbraio, il Presidente Kais Saied ha formalmente dissolto il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) tunisino, istituito per la prima volta nel 2016 con l’obiettivo di tutelare l’indipendenza del potere giudiziario, sostituendolo con uno provvisorio. L’iniziativa può essere interpretata come l’ennesimo tentativo del Capo di Stato di indirizzare la rotta istituzionale del Paese dopo il colpo di Stato del 25 luglio 2021, che ha già portato alla sospensione del Parlamento e all’esautorazione del governo democraticamente eletto.

Nel giustificare lo scioglimento del CSM locale, Saied ha adottato una retorica basata su un doppio binario. Da un lato ha dichiarato che i giudici sono “corrotti e di parte”, strumentalizzando in questo modo il risentimento popolare contro l’élite politico-amministrativa del Paese. Dall’altro lato ha utilizzato una strategia comunicativa che fa leva sui concetti di rinnovamento e continuazione della Rivoluzione iniziata nel 2011. Non a caso, all’indomani della sospensione, il Presidente ha sostenuto che “il Consiglio è un organo che appartiene al passato” e, quindi, poco importa che questa istituzione faccia parte di quel meccanismo di “pesi e contrappesi” disegnato con la Costituzione del 2014.

Ad ogni modo, Saied ha mosso anche delle accuse più specifiche contro la magistratura. Il Presidente ha infatti sostenuto che quest’organo abbia rallentato ed ostacolato le indagini di alcuni casi politicamente rilevanti, tra cui l’assassinio di due oppositori di sinistra, Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, uccisi a colpi di pistola nel 2013, presumibilmente da alcuni militanti islamisti. Secondo Saied la causa dello stallo in cui tuttora sono ferme le indagini andrebbe ricercata nella manipolazione orchestrata dalla magistratura per impedire di individuare i colpevoli del delitto.

Ufficialmente, il CSM ha rigettato tutte le accuse di corruzione mosse dal Presidente, dichiarando che lo scioglimento dell’organo è illegale e incostituzionale. I suoi membri, almeno per ora, hanno quindi deciso di continuare a svolgere il loro lavoro regolarmente, come dichiarato dal giudice a capo del Consiglio Youssef Bouzakher. Una mossa, questa, che rischia di aprire un altro fronte di scontro interno tra i poteri dello Stato, in particolare tra l’esecutivo e il giudiziario.

Questi fatti, inoltre, hanno riaperto il dibattito interno al Paese tra i sostenitori del Presidente e un gruppo formato da politici ed attivisti dell’opposizione che continuano a denunciare la regressione democratica in atto nel Paese. Bisognerà quindi capire come questi eventi incideranno nel dibattito pubblico interno già fortemente polarizzato e quali implicazioni avranno in vista del referendum costituzionale del 25 luglio e delle elezioni politiche del 17 dicembre.