Elezioni in Israele, il voto non disegna una maggioranza chiara
Middle East & North Africa

Elezioni in Israele, il voto non disegna una maggioranza chiara

By Melania Malomo
09.25.2019

Lo scorso 17 settembre si sono tenute in Israele le votazioni per eleggere i membri del Parlamento, la Knesset, al cui interno la coalizione con più seggi ha tradizionalmente il compito di formare il nuovo governo. I risultati elettorali non hanno però consegnato una chiara maggioranza. I due principali partiti, il Likud, dell’attuale Primo Ministro in carica Benjamin Netanyahu, e la neo-formata coalizione “Kaḥol Lavan” (Blu e Bianco) dell’ex Capo di Stato Maggiore Benny Gantz, hanno ottenuto rispettivamente 32 e 33 seggi. Pur sommati con quelli conquistati dai rispettivi alleati, i suffragi ottenuti non sono sufficienti ai due leader per raggiungere la maggioranza assoluta, cioè 61 su 120 seggi totali. L’impasse dovrà quindi essere risolta tramite una rivisitazione degli accordi di coalizione, nel tentativo di allargarne il perimetro, oppure con la creazione di un governo di unità nazionale trasversale agli schieramenti. Tuttavia, l’individuazione di una maggioranza dotata di sufficiente coesione non appare affatto scontata, in quanto, al di là del numero di seggi conquistato da ciascun partito, entrambe le coalizioni non rappresentano degli schieramenti omogenei dal punto di vista ideologico e di posizioni politiche, bensì sono attraversati da notevoli sfumature interne.

La coalizione di destra, guidata da Netanyahu, sulla carta, ha ottenuto 55 seggi. È formata dal Likud, la formazione dell’ex Premier, con 32 seggi; da due partiti religiosi ultra-ortodossi, Shas (acronimo per Sefarditi Osservanti della Torah) con 9 seggi e Yahadut HaTorah (Giudaismo Unito nella Torah) con 7 seggi; e dall’unione dei partiti di estrema destra Yamina (Destra) con 7. Dall’altra parte, sono meno definibili le possibili alleanze della coalizione di centro-sinistra, che ha lasciato aperto uno spazio di manovra per raggiungere quota 61 seggi. La coalizione di Gantz Blu e Bianco si sarebbe per il momento fermata a 33 seggi. È composta da una costellazione di partiti di centro e centro-sinistra, come Hosen L’Yisrael (Partito della Resilienza Israeliano) dello stesso Gantz, Yesh Atid (C’è un Futuro), dell’ex Ministro delle Finanze Yair Lapid, e Telem (Movimento per il Rinnovamento Nazionale), fondato all’ex Ministro della Difesa Moshe Ya’alon. La coalizione Blu e Bianco, in più, gode dell’appoggio di HaMaḥaneh HaDemokrati (Campo Democratico) formato da Meretz, da alcuni fuoriusciti del partito Laburista e dall’ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak, con 5 seggi, e da ciò che resta del partito Laburista (6 seggi). Oltre a tali formazioni va conteggiata anche HaReshima HaAravit HaMe’uhedet (Lista Araba Unificata), la coalizione espressione della minoranza araba, che ha ottenuto un risultato senza precedenti in queste elezioni, aggiudicandosi 13 seggi e il terzo posto come partito più votato. In totale, la coalizione di Gantz e dei suoi alleati disporrebbe quindi, sempre sulla carta, di 57 seggi. Tuttavia, visto che entrambe le coalizioni non hanno la maggioranza assoluta, un ruolo determinante potrebbe essere assunto dal partito dell’ex Ministro della Difesa Lieberman, Yisrael Beiteinu (Israele Casa Nostra) che, pur con soli 8 seggi, potrebbe consegnare all’una o altra coalizione i numeri necessari all’interno della Knesset.

A questo punto, secondo le consuetudini istituzionali israeliane, il Presidente Rivlin ha iniziato la fase delle consultazioni, ricevendo i delegati dei partiti che hanno superato la soglia di sbarramento e che quindi entreranno a fare parte della nuova Knesset. Durante questi incontri formali con le varie anime politiche israeliane, il Presidente ha chiesto ai vari esponenti di indicare la figura del Primo Ministro, che avrà poi l’arduo compito di formare la compagine di governo. Anche se il Presidente gode della massima discrezione, di solito il dovere di formare il governo viene affidato all’esponente del partito che ha ottenuto il maggior numero di seggi in sede elettorale e che, contestualmente, guida la coalizione più ampia.

Tale consuetudine è stata seguita anche questa volta. A sorpresa, però, l’incarico è stato assegnato a Netanyahu, dopo che solo 10 dei 13 deputati della Lista Araba hanno raccomandato Gantz come Primo Ministro. Le defezioni, infatti, hanno ristretto il perimetro della coalizione dell’ex militare a soli 54 seggi, uno in meno di quella di centro-destra.

Va sottolineato che l’appoggio dato da parte della Lista Araba a Gantz è particolarmente rivelatore della volontà di porre fine alla carriera politica di Netanyahu. Infatti, tale gesto ha un solo precedente nella storia politica israeliana (era successo nel 1992 con Yitzhak Rabin). Ad ogni modo, questa scelta non è stata dettata da un’effettiva comunanza di intenti con i partiti di centro e centro-sinistra, ma piuttosto è legato all’esigenza di porre un freno alla retorica astiosa e spiccatamente anti-araba che ha caratterizzato gli ultimi governi guidati dal leader del Likud, e che ha di fatto posto serie difficoltà per l’integrazione della minoranza araba nella società israeliana. Tuttavia, la probabilità che la Lista Araba entrasse effettivamente a far parte del governo appariva estremamente bassa, in quanto sia Ganz che Odeh, il leader della Lista Araba, avrebbero perso parte dei consensi acquisiti nelle ultime elezioni, proprio per la rivalità storica tra israeliani e popolazioni di origine araba, legata al conflitto israelo-palestinese. D’altra parte, alla minoranza araba è concesso di concorrere alle elezioni e di formare un partito più che altro per evitare che la loro opposizione si manifesti al di fuori dell’ambito parlamentare e sia, quindi, meno gestibile e prevedibile.

Tuttavia, se le consultazioni guidate da Netanyahu non dovessero andare a buon fine, non è da escludere la possibilità che il partito arabo, e specialmente i 3 deputati che si sono sfilati, possano riconsiderare la propria posizione e fornire un supporto parlamentare soltanto esterno a Gantz, senza entrare nella compagine di governo con dei ministri. In questo modo, questo ipotetico governo a trazione centro-sinistra riuscirebbe non solo ad ostracizzare i partiti ultra-ortodossi e isolare Netanyahu, obiettivi sia di Gantz che di Odeh. Più complesso appare però riuscire a includere in una simile maggioranza anche il partito di Lieberman. Infatti, l’ex Ministro della Difesa ha esplicitamente dichiarato che è disposto ad entrare a far parte di una coalizione solo a patto che essa escluda sia i partiti arabi, condizione presentata come non negoziabile, sia quelli ultra-ortodossi.

Alla luce dell’incarico assegnato a Netanyahu dal Presidente Rivlin, comunque, la possibilità che appare più probabile è quella di una grande coalizione tra Likud e Kahol Lavan che, con quota 64 seggi totali, sarebbe in grado di offrire maggiori garanzie di stabilità al Paese. Infatti, sotto gli auspici di Rivlin, Netanyahu e Gantz hanno iniziato a discutere i termini di questa possibile coalizione unitaria, ma non è ancora stato trovato un accordo su chi dei due assumerà il ruolo di Primo Ministro, anche con una possibile rotazione tra i due. Una grande coalizione riuscirebbe a garantire maggiori spazi di manovra ai due partiti maggiori eliminando di fatto il grande potere contrattuale detenuto dai partiti minori, le cui richieste diventano diktat quando posseggono un numero di seggi tali che la loro fuoriuscita dal governo potrebbe di fatto causarne la fine.

Proprio per questo, in Israele non è così semplice trovare ma, soprattutto, mantenere una maggioranza politica. Questo dipende da due fattori. Da una parte, dal sistema elettorale israeliano, altamente proporzionale, che, con una soglia di sbarramento al 3,25%, consente sì un alto livello di rappresentatività a livello parlamentare, ma rende anche difficile l’individuazione di una maggioranza in sede elettorale, consegnando centralità ai partiti minori e alle logiche parlamentari nella formazione del governo. Peraltro, proprio a causa dei giochi di alleanze e delle loro rotture, gli esecutivi israeliani hanno sempre sofferto di un’instabilità cronica. Dall’altra parte, risulta tradizionalmente difficile conciliare le istanze, spesso antitetiche, dei vari partiti politici nello scenario israeliano.

Proprio quest’ultimo fattore è stata la causa scatenante della caduta del IV governo Netanyahu nel novembre 2018. Infatti, il IV governo Netanyahu ha perso i numeri necessari per proseguire il suo operato in seguito a dissidi interni alla maggioranza, che univa partiti laici e secolari, come quello di Lieberman, a partiti religiosi ultra-ortodossi, Shas e Yahadut HaTorah. La controversia è stata causata da una proposta di legge che avrebbe reso obbligatorio per gli Haredim, gli ebrei ultra-ortodossi, la coscrizione nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF), dalla quale sono sempre stati esentati. Dal momento che le richieste di Lieberman di escludere la compagine ultra-ortodossa, e quindi far passare la sua proposta di legge, non sono state soddisfatte, l’allora Ministro della Difesa ha sfruttato come pretesto la decisione del Premier di mediare un cessate-il-fuoco con Hamas su Gaza, in un periodo di turbolenti attacchi, per togliere il suo appoggio alla coalizione di Netanyahu e rassegnare le dimissioni. Dopo l’uscita di Lieberman, un altro partito della coalizione, HaBayt HaYehudi (La Casa Ebraica), di estrema destra e vicino alle istanze dei coloni e di alcune frange del mondo ortodosso, ha minacciato di abbandonare il governo in quanto il suo leader e già Ministro dell’Istruzione, Naftali Bennett, non aveva ricevuto alcuna offerta per ricoprire la poltrona rimasta vacante, come invece sperava. Di conseguenza, Netanyahu si è trovato alla mercé di partiti minori, svuotato del suo ruolo politico, in quanto la sua leadership è stata messa in discussione e il Premier non è stato più in grado di garantire al Paese stabilità politica.

Piuttosto che rimanere in questa condizione di incertezza, che lo avrebbe obbligato a cedere alle richieste di questo o quel partito, il Primo Ministro ha optato per le elezioni anticipate ad aprile 2019, sperando di ottenere un nuova e più solida maggioranza che gli garantisse la maggioranza assoluta all’interno della Knesset. Tuttavia, le elezioni aprile hanno portato ad una situazione di parità tra il suo partito e l’allora neo-fondata coalizione del Kahol Lavan. Incaricato dal Presidente Rivlin di formare il governo, in quel frangente Netanyahu è riuscito effettivamente ad individuare una compagine di governo coesa. Tuttavia, tale coalizione, formata da Shas, Yahadut HaTorah, il partito centrista Kulanu (Tutti Noi), e Ihud Miflagot HaYamin (Unione dei Partiti di Destra) ha raggiunto solo la quota di 60 seggi. Anche in questo caso, la difficoltà nel formare la maggioranza è dipesa dall’impossibilità di conciliare le posizioni dei partiti ultra-ortodossi con quelle del falco Lieberman, che si era rifiutato di entrare a far parte del governo fintantoché fossero state presenti componenti religiose ortodosse. Proprio questa difficile situazione, ha impedito a Netanyahu di formare un governo entro i termini stabiliti dal Presidente, inducendo così il Premier incaricato a sciogliere la Knesset e quindi a spianare la strada per le nuove elezioni suppletive di settembre.

In seguito all’impasse politica manifestatasi nelle elezioni di aprile, Netanyahu ha inasprito i toni della sua campagna elettorale, sperando di ridare smalto alla sua figura, infangata dalle molteplici accuse di corruzione, e migliorare il suo risultato elettorale attraverso l’uso di una retorica esageratamente allarmistica e una propaganda incentrata sulla sicurezza, esasperando l’incombenza e la portata del rischio rappresentato dalle minacce esterne. In particolare, due sue affermazioni hanno destato grande scalpore e messo in agitazione la componente araba, andata poi a votare in massa in queste elezioni. La prima affermazione è apparsa nell’ambito della campagna social del Likud. Netanyahu ha inviato a tutti gli elettori israeliani dei messaggi pop-up tramite Facebook, che sono valsi al Primo Ministro israeliano l’oscuramento della sua pagina Facebook ufficiale per incitamento all’odio. Infatti, in questo messaggio, il Premier sollecitava gli elettori a votare e a far votare per lui, presentando il Likud come unica alternativa ad un governo di sinistra che avrebbe fatto affidamento sugli arabi, e accusando direttamente questi ultimi di voler uccidere indistintamente tutti i cittadini israeliani e di favorire l’annientamento stesso dello Stato ebraico tramite il supporto alla potenza nucleare iraniana. La seconda affermazione di Netanyahu riguarda la promessa, corroborata dal presunto supporto dell’Amministrazione Trump, di estendere unilateralmente la sovranità dello Stato ebraico su quella parte della valle della Cisgiordania che attualmente ricade sotto l’amministrazione civile e militare palestinese (Area C), riducendo di fatto il territorio palestinese a 169 enclaves. Considerata l’importanza che riveste la valle per assicurare l’incolumità del Paese da minacce provenienti da est, la mossa di Netanyahu è stata ponderata in quanto, da un lato, è andata oltre le promesse di Gantz (che aveva affermato la necessita di controllare militarmente la valle per motivi di sicurezza) e, dall’altro, ha spinto i suoi avversari sulla difensiva, in quanto lo stesso Gantz non si è opposto a quest’affermazione, ma ne ha invece rivendicato l’originalità.

Tuttavia, questa campagna elettorale non si è rivelata vincente. Infatti, nonostante l’acuirsi della retorica, l’impegno messo nella recente campagna elettorale e la storica reputazione costruita attraverso la sua permanenza prolungata al governo negli ultimi 10 anni, Netanyahu non ha ricevuto, nelle ultime elezioni, i voti sperati, che gli avrebbero garantito con sufficiente facilità il posto di Primo Ministro, e la possibilità di dettare con larga autonomia le condizioni del nuovo governo. Inoltre, la creazione di una maggioranza coesa lo avrebbe probabilmente schermato,  garantendogli l’immunità, dai molti procedimenti penali in corso, in cui dovrà difendersi contro le accuse di corruzione, frode e violazione della fiducia nei cosiddetti Casi 1000, 2000 e 4000.

Anche per questo motivo, le elezioni si sono configurate come un referendum sulla figura di Netanyahu. Il mancato sfondamento del leader del Likud, unitamente al buon risultato ottenuto da Gantz, hanno mostrato chiaramente la necessità, sentita da una parte consistente dell’elettorato israeliano, di un cambiamento nei termini e nei metodi politici, che possano restituire alla nazione un’immagine democratica e liberale, anche agli occhi della Comunità Internazionale. Nonostante l’affluenza alle urne sia stata più alta rispetto alla tornata di aprile di quasi un punto percentuale, che corrisponde circa a 120mila elettori, Netanyahu ha registrato una flessione, per quanto lieve, pari a quasi 30mila voti.

Benché abbia ottenuto nuovamente l’incarico di formare il nuovo esecutivo, le modalità farraginose e caotiche con cui Netanyahu è riuscito a raggiungere questo obiettivo mettono in evidenza le sue crescenti difficoltà nel restare il punto di riferimento dell’intero centro-destra israeliano. Non solo: le scelte politiche strategiche avallate dall’attuale Premier incaricato, ovvero tessere una stretta relazione con le componenti ultraortodosse e, al tempo stesso, creare un asse con l’estrema destra non religiosa, hanno alimentato malumori anche all’interno del suo stesso partito. Infatti, diverse correnti del Likud vedono nella retorica oltranzista di Netanyahu, legante necessario per una coalizione così eterogenea, un possibile fattore disgregante del partito stesso, dal momento che rischia di alienare i consensi degli elettori moderati. Si tratta di una tendenza già visibile, per quanto in nuce, nell’ultima tornata elettorale, nella quale il partito ha perso alcuni seggi.

Dunque, anche se Netanyahu dovesse riuscire a formare un esecutivo nelle prossime settimane, in autonomia o in condominio con Gantz, la sua leadership politica sembra decisamente più appannata che in passato e sotto crescenti  pressioni sia dall’esterno, nell’ambito del perimetro del centro-destra, sia dall’interno, con i suoi tradizionali rivali interni e le nuove leve del Likud che auspicano di velocizzare il tramonto della carriera politica del 69enne capo del Likud.