«È successo a Berlino, ma siamo a rischio anche noi»

«È successo a Berlino, ma siamo a rischio anche noi»

12.19.2016

«Ci troviamo davanti a una minaccia orizzontale che colpisce tutti i paesi occidentali» spiega Gabriele Iacovino, responsabile analisti del Centro Studi Internazionali. «Ogni paese ha un rischio diverso in base al numero di persone radicalizzate. Il Califfato ormai è un’ideologia»

«Neanche noi possiamo sentirci al sicuro, purtroppo». G****abriele Iacovino è il responsabile analisti per il Ce.S.I., il Centro Studi Internazionali. Poche ore dopo l’attentato di Berlino, la sensazione è quella di una minaccia diffusa, orizzontale. Ieri sera un camion si è schiantato sulla folla in un mercatino natalizio nel quartiere di Charlottenburg, causando 12 morti e 48 feriti, ma il bersaglio era l’Europa. «I segnali del rischio di radicalizzazione ci sono anche in Italia».

A Berlino è stato fermato un profugo pakistano di 23 anni, arrivato in Germania da circa un anno. È ancora presto per capire cos’è successo, ma si può partire da qualche certezza. Un attentato terroristico in Europa era nell’aria.
Negli ultimi mesi tutti i mezzi di comunicazione dello Stato Islamico avevano inviato messaggi dello stesso tenore: si chiedeva di attaccare luoghi di aggregazione europei, nello specifico erano stati citati persino i mercatini natalizi, anche con l’uso di mezzi non convenzionali. Ad esempio lanciando un camion sulla folla.

Dopo l’attacco a Nizza di luglio, si ripete questo tipo di attacco. Difficile da prevedere, può creare un gran numero di vittime.
Sono attacchi che è quasi impossibile prevedere. Sono in grado di colpire ovunque. Rispetto a questo tipo di minaccia ci sono precauzioni che possono essere prese, ovviamente. A Roma, da qualche tempo, è stata chiusa al traffico via della Conciliazione (l’arteria stradale che porta a piazza San Pietro, ndr). Ma la diffusione del rischio resta alta. Gli attentatori non hanno bisogno di un particolare addestramento. Chiunque può colpire, ed è questa la vera evoluzione che si registra nel passaggio da Al Qaeda al Daesh.

Chiunque può colpire e chiunque può essere colpito. Ecco cosa fa più paura: tutti si devono sentire sotto attacco, ciascuno è ugualmente vulnerabile.
Esatto, in questo discorso rientra l’evoluzione del concetto stesso di sicurezza. La necessità di essere pronti a rinunciare a un minimo della propria libertà in nome della sicurezza comune. Di fronte a queste minacce è importante organizzare un maggior numero di controlli. Ma senza mai blindare la nostra società. Altrimenti, è evidente, il terrorismo avrebbe già vinto.

«Nel momento di maggiore difficoltà sul terreno militare forse il Califfato vuole dare dei segnali, ma l’Europa resta un bersaglio a prescindere. E questo oggi è più facile rispetto a prima, perché al contrario di Al Qaeda, lo Stato Islamico può contare al proprio interno su molti più cittadini europei. Daesh non è più solo un gruppo, è una ideologia. E questo è un problema che dovremo affrontare quando l’Isis sarà sconfitto come esercito, ma rimarrà il suo messaggio»

Concretamente, è possibile difendersi da queste minacce terroristiche?
È difficile. Ci sono attività di prevenzione e contromisure da prendere. Penso alla maggiore presenza delle forze dell’ordine: l’operazione “Strade sicure” ha portato i nostri militari a presidiare obiettivi sensibili, stazioni ferroviarie e aeroporti. Ma una minaccia così flessibile è difficile da gestire. Alla fine, se non si blindano le città, sarà sempre impossibile garantire la sicurezza al 100 per cento.

Perché la Germania? Il terrorismo colpisce uno dei Paesi che più apre le porte ai rifugiati o si vuole influenzare l’esito delle prossime elezioni?
No guardi, siamo tutti minacciati. La Francia, il Belgio, la Germania… Ogni paese ha un grado diverso di rischio in base al numero delle persone che possono essere radicalizzate. In Francia, ad esempio, le comunità mussulmane e i convertiti sono molto numerosi. E il messaggio dello Stato Islamico trova un numero maggiore di potenziali interlocutori. Ma attenzione, questo discorso non è legato alla fede. Qui non parliamo di religione, ma di pura mistificazione.

Insomma, nell’attentato di Berlino non c’è alcun messaggio specifico alla Germania?
Non parlerei di un messaggio alla Germania. Ma di una minaccia orizzontale che colpisce tutti i Paesi occidentali che hanno un ruolo nella lotta contro il jihadismo internazionale iniziata dopo l’11 settembre. Non dimentichiamo che alcune cellule di lupi solitari si sono attivate anche in Australia.

Eppure la Germania conta oltre 800 foreign fighters. Cittadini che hanno lasciato il proprio paese per addestrarsi oltreconfine.
Quello che sta accadendo in Europa è in parte responsabilità dei foreign fighters che tornano in patria, ma non solo. La minaccia è andata oltre. In Francia molte cellule sono state attivate direttamente dall’estero, da cittadini europei che erano fuggiti in Siria.

«In Italia abbiamo un coordinamento tra forze di intelligence e di polizia che altri Paesi non hanno. Adesso ci troviamo davanti a una fase importante. Le contromisure rispetto alla minaccia sono state prese. Bisogna proseguire: è importante depotenziare il messaggio di radicalizzazione che può arrivare nel nostro Paese. Nelle carceri, nelle scuole, in tutti quei luoghi dove il messaggio del Daesh può trovare ascolto»

Almeno a giudicare dal numero dei foreign fighters, l’Italia dovrebbe sentirsi più sicura rispetto ad altri paesi europei.
In parte è così, ma purtroppo non possiamo sentirci al sicuro neanche noi. La minaccia è troppo orizzontale, segnali del rischio di radicalizzazione ci sono anche in Italia. Nel nostro Paese abbiamo preso delle contromisure efficaci, in gran parte grazie all’esperienza della lotta antiterrorismo degli anni Settanta. Era un terrorismo di matrice molto diversa, ovviamente. Eppure in quel periodo abbiamo maturato una capacità di gestione della sicurezza e del territorio importante. Abbiamo un coordinamento tra forze di intelligence e di polizia che altri Paesi non hanno. Penso al Casa, il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo. Adesso ci troviamo davanti a una fase importante. Le contromisure rispetto alla minaccia sono state prese. Bisogna proseguire: è importante depotenziare il messaggio di radicalizzazione che può arrivare nel nostro Paese. Nelle carceri, nelle scuole, in tutti quei luoghi dove il messaggio del Daesh può trovare ascolto.

Alcune analisi ci mettono in guardia: ora che lo Stato Islamico vive una maggiore difficoltà sul terreno militare, è più probabile il rischio di attentati in Europa. È d’accordo?
Questa analisi non trova molte giustificazioni. Perché altrimenti, nel momento di massimo splendore ed espansione dello Stato Islamico, non ci sarebbero dovuti essere attentati in Europa. E invece…. Il loro messaggio è sempre lo stesso, non cambia. Nel momento di maggiore difficoltà sul terreno militare forse si vogliono dare dei segnali, ma l’Europa resta un bersaglio a prescindere. E questo oggi è più facile rispetto a prima, perché al contrario di Al Qaeda, lo Stato Islamico può contare al proprio interno su molti più cittadini europei. Daesh non è più solo un gruppo, è una ideologia. E questo è un problema che dovremo affrontare quando il Califfato sarà sconfitto come esercito, ma rimarrà il suo messaggio.

Sembra poco ottimista sul futuro.
Davanti a noi c’è una minaccia reale, purtroppo. Il frutto di dinamiche politiche ed economiche che vanno avanti da tempo e non potranno essere sconfitte solo dal punto di vista militare.

Fonte: Linkiesta

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