Le rinnovate tensioni in Medio Oriente e il viaggio di Blinken
Middle East & North Africa

Le rinnovate tensioni in Medio Oriente e il viaggio di Blinken

By Giuseppe Dentice
02.02.2023

Il Segretario di Stato USA Antony Blinken ha chiuso senza grandi squilli il suo atteso viaggio mediorientale (30-31 gennaio 2022). Benché programmati da tempo, gli incontri tenuti al Cairo, Gerusalemme e Ramallah si preannunciavano ardui a causa di più fattori critici concomitanti: da un lato, la voracità dell’agenda internazionale che vede nell’area MENA uno scenario sempre fertile di interessi globali e, dall’altro, la serie di atti violenti occorsi in Israele e Cisgiordania nel corso dell’ultima settimana che hanno ridefinito l’agenda politica dei bilaterali.

Tutto ha avuto inizio il 26 gennaio quando durante un raid dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin sono morti 9 palestinesi. Il giorno successivo sono seguiti prima uno scambio di missili e razzi da e verso Israele e la Striscia di Gaza; poi nel weekend si sono tenuti due attentati a Gerusalemme Est, a seguito dei quali sono morte 7 persone.

Nei singoli vertici con le leadership di Egitto, Israele e Autorità Palestinese, il Segretario di Stato ha ribadito il fermo interesse degli USA a garantire un pieno ritorno ad uno status quo ante rispetto ai fatti di Jenin e Gerusalemme e a perseguire la pace con tutte le forze possibili, senza però distogliere troppo l’attenzione dai principali dossier d’area (Libia, Iran, Golfo ed energia), sempre soggetti a evoluzioni repentine.

Nei colloqui al Cairo, oltre a ribadire la vicinanza e il forte asse con l’Egitto, Blinken ha riferito al Presidente al-Sisi l’auspicio che il Paese possa giocare nuovamente un ruolo di mediazione tra Hamas e Israele. L’obiettivo è quello di impedire che i fatti occorsi negli ultimi giorni vengano presi a pretesto dalle forze presenti nella Striscia per avviare una nuova serie di lanci di razzi contro le città israeliane, o, peggio ancora, dare avvio ad operazioni militari contro Gaza. Per l’Amministrazione Biden esiste, almeno ad oggi, una linea rossa che non può essere superata, né modificata nemmeno da Israele: ossia il cambiamento dello status della gestione della Spianata delle Moschee (o Monte del Tempio) che sarebbe percepita dai palestinesi (e dal mondo arabo) come una provocazione e la miccia ideale per una campagna di violenze sulla falsa riga di quelle del maggio 2021.

Gli inviti maggiori alla moderazione sono stati rivolti alle compagini israeliane e palestinesi. Nello specifico, Blinken ha sollecitato le parti ad allentare le tensioni e a riaffermare una visione di pace che possa rilanciare la proposta della creazione dei due Stati, intesa dall’Amministrazione Biden come l’unica via perseguibile in questo preciso momento storico. Tuttavia, è bene precisare, che l’ultimo round di colloqui sponsorizzati da Washington sulla soluzione a due Stati è ferma al 2014 e nonostante gli innumerevoli inviti della Presidenza Biden ad una ripresa del dialogo, non si sono registrati, a oggi, segnali concreti di cambiamento. In questo momento quel che gli USA vorrebbero evitare è dover gestire, quindi, una crisi in un’area già martoriata da situazioni complicate, specie considerando la forte esposizione politico-militare di Washington nella guerra russo-ucraina.

Numerosi rimangono i fattori di criticità in ambo i versanti. Sul piano palestinese i timori maggiori riguardano la possibile successione alla Presidenza di Abu Mazen e, soprattutto, attraverso quale processo verrà avviato tale meccanismo, considerati anche i continui rinvii elettorali. Inoltre, i palestinesi devono fare i conti con l’eterogenea composizione degli attori che si muovono autonomamente rispetto all’AP in Cisgiordania, seminano confusione e incoraggiano rivalità extra-istituzionali tra i potenziali candidati. Parimenti, nella Striscia di Gaza esiste una fronda interna che mette in discussione le posizioni dominanti di Hamas ed è portata avanti soprattutto dalla Palestinian Islamic Jihad. In questa complessiva condizione di sfiducia, la popolazione dei territori palestinesi rimane nel guado e contesta apertamente il potere riconosciuto rischiando in alcune fasce, specie quelle più giovani e aggressive, di optare per forme violente di azione data la mancanza di alternative legali. Specularmente, sul fronte israeliano, il nuovo governo Netanyahu è composto da forze escludenti e intransigenti che sulla partita palestinese sta giocando gran parte del proprio serbatoio di voti presenti e futuri. Queste puntano non solo a opporsi alla nascita di uno Stato palestinese, ma anche a costruire formule sempre più flessibili di annessione attraverso la creazione di insediamenti e avamposti ebraici in Cisgiordania.

Nel complesso, gli appelli alla calma da parte statunitense sono un chiaro, ma probabilmente inefficace, tentativo per impedire l’emergere di strappi unilaterali da ambo le parti che possano condurre a un’escalation. La situazione, infatti, resta tesa e difficilmente cambierà nel breve almeno fino a quando il governo Netanyahu continuerà a promuovere il pugno di ferro per affrontare la violenza palestinese e il senso di debolezza dell’AP sarà tale che Abu Mazen non potrà far altro che assumere posizioni impopolari che non guardino ad un appianamento delle tensioni.

A preoccupare maggiormente gli USA, in questa fase, sono il ritmo e la velocità con cui è maturato questo ciclo di violenze in particolare in Cisgiordania. Se a ciò si aggiungono le scelte unilaterali e punitive di Tel Aviv (espansione degli insediamenti ebraici, facilitazioni per il possesso di armi per gli israeliani e blocco delle misure assistenziali alle famiglie palestinesi accusate di terrorismo) e di Ramallah (interruzione della cooperazione in materia di sicurezza con Israele) è facile intuire quanto sia difficile ipotizzare una de-escalation delle tensioni. Invece, è molto più realistico supporre una nuova fase di scontri a più livelli durante il prossimo mese di Ramadan (che anche quest’anno si sovrapporrà con la Pasqua cristiana – 22 marzo-21 aprile), facendo di Gerusalemme l’epicentro delle violenze.

Uno scenario, quindi, di non facile gestione soprattutto per gli USA, che dalla missione di Blinken si aspettavano ben altri risultati. Infatti, sin dalla sua preparazione, il viaggio del Segretario di Stato aveva altre ambizioni e obiettivi. Tra questi, il tentativo di ricucitura dei rapporti bilaterali tra Casa Bianca e attuale governo israeliano, con il quale permangono divergenze su questioni di carattere regionale e non solo - tra tutte l’Iran e il suo ruolo in Medio Oriente. Non a caso, il viaggio di Blinken è il terzo effettuato in poche settimane da un alto funzionario statunitense nell’area dalla formazione del nuovo esecutivo Netanyahu nel dicembre 2022, dopo quelli del Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan e del Direttore della CIA William Burns. Al centro dell’agenda di Blinken vi era, inoltre, la questione della normalizzazione dei rapporti tra Israele e mondo arabo sulla scia degli Accordi di Abramo. Washington e Tel Aviv sono d’accordo sul fatto che quest’ultimo debba dare nuovo impulso ai rapporti con i suoi vicini arabi, specie con l’Arabia Saudita. In tale prospettiva, l’Egitto può risultare un utile mediatore e facilitatore nel dialogo, così come un attore rilevante per il rafforzamento della stabilità regionale. Al netto però degli auspici delle leadership di USA e Israele, è bene sottolineare che una piena e ufficiale normalizzazione dei rapporti tra Tel Aviv e Riyadh rimane comunque una questione molto complessa a causa della questione palestinese, ancora molto sentita a livello emotivo dalle popolazioni arabe e non solo della regione. Infatti, se la situazione nel campo palestinese dovesse peggiorare, tanto l’Arabia Saudita quanto gli altri popoli arabi non sarebbero in grado di assumere pubblicamente posizioni neutrali nei confronti di Israele e, pertanto, si troverebbero nella difficile condizione di dover perseguire azioni energiche, finanche eclatanti, contro Tel Aviv per evitare contestazioni forti nei rispettivi piani domestici.

Da parte sua, il governo Netanyahu dovrà dimostrare a Riyadh, come alle altre cancellerie arabe, di poter controllare le figure radicali del suo esecutivo per evitare di mettere in discussione il rapprochement in corso e, di conseguenza, di minare le ambizioni USA per la creazione di un coeso fronte anti-iraniano nell’area MENA.

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