L’attentato suicida alla moschea di Peshawar
Terrorism & Radicalization

L’attentato suicida alla moschea di Peshawar

By Giulio Valenti
02.01.2023

Lunedì 30 gennaio, nella città pakistana di Peshawar, un attentatore suicida si è introdotto nel compound che ospita le forze di polizia e il dipartimento di contro-terrorismo, facendosi esplodere nella moschea durante la preghiera. L’attacco, avvenuto quando nell’edificio erano presenti circa 400 fedeli, ha prodotto circa un centinaio di morti e almeno 150 feriti. Il capo della polizia di Peshawar, Iljaz Khan, ha parlato di una falla nel sistema di sicurezza che ha permesso all’attentatore di introdurre materiale esplosivo nel complesso governativo, protetto da mura e sorvegliato da vari check point. Per questa ragione, le autorità pakistane hanno avviato un’indagine finalizzata ad accertare l’eventuale presenza di favoreggiatori all’interno della struttura stessa.

In seguito alla strage, tramite i propri profili Twitter alcuni membri del Movimento dei Talebani Pakistani (TTP) hanno prontamente rivendicato l’attentato, adducendo la volontà di vendicare la morte di Omar Khalid Khorasani, importante comandante dell’organizzazione fondamentalista, rimasto ucciso il 7 agosto 2022 nel corso di un’operazione nella provincia di Paktika, al confine con l’Afghanistan.

Il TTP, fondato nel 2004, costituisce oggi la principale minaccia securitaria per il Pakistan ed è stato perciò individuato immediatamente come possibile responsabile dell’attentato. Lo scorso novembre, il movimento ha violato la tregua concordata con il Governo e ha ripreso le azioni militari contro le autorità pakistane soprattutto nelle aree tribali site nel nord-ovest del Paese, nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, di cui Peshawar è capoluogo. Tuttavia, Mohammad Khorasani, portavoce del TTP, ha diramato un comunicato nelle ore successive all’attentato in cui si condanna l’attacco alla moschea e si nega ogni coinvolgimento dell’organizzazione. Khorasani, in particolare, ha specificato che secondo le linee guida del movimento ogni attacco condotto in una moschea, una madrasa o un luogo sacro per l’Islam deve essere punito. Ciononostante, il comunicato del TTP ha mancato di commentare le rivendicazioni arrivate dai propri affiliati Sarbakaf Mohmand e Omar Mukaram Khorasani, personaggi legati al defunto comandante Omar Khalid Khorasani.

Conquistatosi un ruolo di rilievo nelle gerarchie di TTP, nel 2014 Omar Khalid fondò il gruppo fondamentalista Jamaat-ul-Ahrar (JuA), che si sottrasse all’orbita del movimento rientrandovi solo nel 2018. Divenuto famoso per l’efferatezza delle proprie azioni armate, come nel caso dell’attentato di marzo 2016 contro la comunità cristiana di Lahore, il JuA ha da sempre criticato con forza ogni tentativo di negoziato tra il TTP e il Governo di Islamabad, non mancando di compiere azioni militari mirate a ostacolare possibili accordi. È per questo motivo che, nonostante le distanze prese dal TTP, appare plausibile che l’attentato del 30 gennaio sia stato ordito da soggetti riconducibili al movimento e appartenenti al gruppo JuA, in cerca di vendetta per il defunto leader e noncuranti di sfidare le linee guida del TTP, la cui ampia organizzazione, per propria natura, raccoglie diverse realtà della galassia jihadista pakistana.