La Giordania nella gestione dell’ambivalenza strategica, tra pressioni regionali e nuovi scenari di crisi
Middle East & North Africa

La Giordania nella gestione dell’ambivalenza strategica, tra pressioni regionali e nuovi scenari di crisi

By Martina Taddei
04.22.2026

La monarchia giordana, negli ultimi anni, ha rivestito un ruolo chiave nel tentativo di preservare la stabilità della regione mediorientale, attraverso il mantenimento di un equilibrio politico in controtendenza rispetto ai Paesi limitrofi, spesso attraversati da più frequenti tensioni e conflitti. La necessità di tale bilanciamento è, in parte, riconducibile all’instabilità degli altri attori regionali, Israele, Siria e Iraq, la quale rappresenta da tempo un profilo di rischio strutturale, motivando l’uso di un registro diplomatico moderato come importante fattore di contenimento volto ad assorbire le pressioni provenienti dall’esterno. In linea con tale quadro, il regno di Abd Allah II si presenta come uno dei principali mediatori arabi nei conflitti e nelle complesse dinamiche che attraversano il mashrek, con una politica estera storicamente caratterizzata da una visione pragmatica e incentrata attorno al mantenimento di un’equa distanza rispetto alle posizioni degli altri attori regionali.

Per questa ragione, il recente conflitto tra Iran, da una parte, e Israele e Stati Uniti dall’altra, impone ad Amman la necessità di fare i conti con la propria ambivalenza strategica. In questo scenario, il Regno si trova sospeso tra l’esigenza di preservare la sicurezza nazionale, attraverso il consolidamento della cooperazione con Washington e Tel Aviv, e la pressione dell’opinione pubblica interna, ostile a tali alleanze e solidale con le cause regionali, soprattutto a causa dell’elevata composizione palestinese e siriana della popolazione. Il tentativo ultimo è quello di preservare dei margini di manovra che consentano di mantenere un profilo di mediazione in un sistema regionale che appare sempre più complesso. Ad oggi, Amman si inserisce come interlocutore privilegiato e affidabile degli alleati statunitensi e Nato in veste di pilastro di sicurezza regionale, come testimoniato dalla presenza sul suolo giordano tanto di basi statunitensi come la Muwaffaq Salti Air Base, nell’area centrale in prossimità della cittadina di Azraq, e la Tower 22, nella zona nord-orientale di Rukban, vicino al confine con la Siria, oltre che dalla fornitura di sistemi d’arma statunitensi, come i missili Patriot. A tal proposito, è interessante notare anche come alcune dinamiche di politica estera abbiano, in casi diversi, influenzato profondamente le decisioni di politica interna. È il caso della messa al bando, lo scorso 23 aprile 2025, del movimento dei Fratelli Musulmani, in cambio dello sblocco degli aiuti a fondo perduto statunitensi destinati alla Giordania. A questo, si aggiungono tanto la convergenza con gli Stati del Golfo Persico in funzione anti-iraniana, quanto gli accordi economici formalizzati con Israele per la fornitura di acqua, gas ed energia.

Proprio la Giordania, assieme all’Egitto, fa parte di quella minoranza di Paesi arabi ad aver stipulato un accordo di pace con lo Stato israeliano, consentendo ad Amman di rivestire un ruolo di equilibratore regionale anche in riferimento al conflitto israelo-palestinese, come dimostrato dall’utilizzo, a partire dal 7 ottobre 2023, delle proprie risorse diplomatiche nella promozione di un processo di pace mirato a definire una soluzione a due Stati. Tuttavia, la postura di prossimità strategica con il Governo di Benjamin Netanyahu, unito al dissenso diffuso per quanto accaduto a Gaza, si conferma essere un importante limite interno per Amman nel tentativo di mantenere in equilibrio il consenso popolare e l’impegno al mantenimento dell’architettura occidentale di sicurezza nella regione.

È infatti rilevante, nella determinazione della stabilità interna, la simpatia da parte della popolazione giordana per la causa palestinese, motivata dalla già menzionata ampia presenza della diaspora proveniente dai territori occupati. Le ondate migratorie che hanno interessato il Paese furono in gran parte una delle conseguenze delle guerre arabo-israeliane, come quella del 1948, che vide il dislocamento di oltre 750.000 palestinesi in Giordania, e del 1967, durante il quale tra i 400.000-450.000 sfollati si stabilirono in campi profughi all’interno dei confini del Regno. Inoltre, successivamente alle guerre del Golfo (1990-1991), molti palestinesi furono espulsi dal Kuwait e dagli Stati circostanti dove si erano stabiliti, trovando rifugio in Giordania. Alla funzione di ago della bilancia degli equilibri mediorientali, infatti, si aggiunge quello di hub umanitario; la Giordania rappresenta un punto di accesso fondamentale per i flussi migratori, per la maggior parte costituiti da rifugiati e richiedenti asilo, provenienti dai Paesi confinanti. Secondo gli ultimi dati forniti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), il numero di rifugiati e di richiedenti asilo presente sul suolo giordano ammonta a 419.950; di essi, circa il 94% è di origine siriana, mentre il resto si divide tra individui provenienti dall’Iraq, Yemen, Sudan e dalla Somalia. A queste cifre, devono essere sommate quelle relative ai residenti di origine palestinese: 2.275.589 sono ad oggi registrati presso l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), cifra che comprende le migrazioni di palestinesi post-1948 e 1967, gli sfollati da Gaza senza cittadinanza giordana, e gli emigrati dalla Siria dopo il 2011. Nel tempo, il Paese stesso è venuto configurandosi come uno Stato la cui identità politica, demografica e istituzionale non può prescindere dai flussi migratori storici che si sono susseguiti nel tempo, a causa delle crisi umanitarie che si sono verificate in occasione dei ricorrenti conflitti regionali.

Ad oggi, Amman vede il proprio ruolo divenire oggetto di una ridefinizione strategica, di fronte alla nuova sfida rappresentata dal proseguimento degli attacchi congiunti di Israele e Stati Uniti verso l’Iran, specialmente da dopo la violazione del cessate il fuoco stabilito lo scorso 8 aprile; in questo scenario, la Giordania si trova contesa tra gli interessi dettati dalla preservazione dell’impianto di sicurezza regionale pianificato dalle alleanze occidentali, impegnate nella neutralizzazione delle capacità nucleari iraniane e nel contenimento della sua influenza nel vicinato, e quelli rivendicati dalla propria popolazione, tendenzialmente contraria alla guerra contro l’Iran pur non schierandosi a favore di Teheran, nell’ottica di evitare un’escalation regionale che minerebbe la stabilità stessa di Amman.

Attualmente, è plausibile rilevare un pattern simile: nonostante i media giordani continuino a criticare l’escalation, la monarchia hashemita sostiene la necessità di tenere alta la pressione sull’Iran, condividendo la sfiducia nei confronti della Repubblica Islamica con i vicini Paesi del Golfo. Le intercettazioni giordane di missili diretti verso Israele, ufficialmente condotte in difesa del proprio spazio aereo, rispondono effettivamente agli interessi dei partner occidentali; a rafforzare questo allineamento si aggiunge la dichiarazione del sovrano, risalente all’inizio di marzo, nella quale alla condanna nei confronti degli attacchi iraniani contro Arabia Saudita, Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, non ha fatto seguito quella nei confronti degli attacchi israeliani su Teheran. Queste dinamiche, dunque, rivelano come la politica estera giordana sia plasmata da vincoli economici, securitari e demografici, che limitano la capacità di assumere posizioni in totale autonomia, costringendo Amman a un equilibrio precario tra pressioni interne e imperativi regionali.

Inoltre, qualora i Paesi del Golfo decidessero di privilegiare il proprio sostegno ad attori più allineati all’asse di interessi statunitensi e dotati di un peso strategico superiore, emergerebbe un ulteriore interrogativo sulla continuità e sulla sostenibilità degli aiuti economici attualmente destinati alla Giordania. Ad oggi, infatti, la Giordania risulta il terzo Paese su sei destinatari (tra cui, Egitto, Iraq, Pakistan, Yemen e Siria) per dimensione del sostegno economico proveniente dal Golfo, oltre che esserne il beneficiario più longevo e costante dal 1978. Già tra il 2011 e il 2018, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait avevano versato 2.5 miliardi di dollari nelle casse pubbliche giordane, seguendo una linea d’azione che si inserisce all’interno della Gulf Bailout diplomacy, nell’ottica di stabilizzazione politica e militare del vicinato mediorientale. In aggiunta, la partnership di sicurezza mira al consolidamento del ruolo giordano di interdizione spaziale tra l’Arabia Saudita e le zone di conflitto in Iraq, Israele e Siria. Tuttavia, il rischio di marginalizzazione è implicito nella stessa evoluzione di questa strategia: se tra il 2000 e il 2010 l’erogazione di aiuti avveniva su base regolare, ad oggi l’approccio intrapreso risulta maggiormente selettivo e condizionato dagli sviluppi esterni, tra cui figura anche l’allineamento nel conflitto in corso, con un crescente peso attribuito dagli attori del Golfo ad Egitto e Iraq.

In definitiva, la posizione della Giordania rimane quella di un attore costretto a muoversi all’interno di margini d’azione sempre più ristretti: la sua funzione di stabilizzatore regionale dipenderà dalla capacità di preservare un equilibrio tra alleanze esterne imprescindibili e un fronte interno attraversato da sensibilità politiche, identitarie e comunitarie complesse. In un Levante segnato da nuovi conflitti e polarizzazioni, la sopravvivenza del modello giordano continua a dipendere dalla sua abilità di conciliare sicurezza e pragmatismo diplomatico, evitando, allo stesso tempo, che le tensioni circostanti si traducano in fratture irreversibili.