La Cina alla sfida della sicurezza e della transizione energetica per ripartire dopo la crisi  
Geoeconomics

La Cina alla sfida della sicurezza e della transizione energetica per ripartire dopo la crisi  

By Leonardo Palma
02.02.2021

La prossima primavera il Partito Comunista Cinese ufficializzerà il 14° Piano Quinquennale per la crescita del Paese. Si tratta di un documento estremamente importante per conoscere gli orientamenti che assumerà la politica economica cinese all’interno della strategia di sviluppo promossa da Xi Jinping per completare la “modernizzazione socialista”. L’epidemia di Covid-19 ha rappresentato in tal senso una brusca frenata per l’agenda del governo cinese che si è trovato di fronte, solo nel primo quarto del 2020, ad una contrazione del 6.8% del PIL, un rallentamento dell’economia che non si verificava dal 1976. Il governo di Pechino è stato costretto a concentrarsi sul contenimento del virus e sull’approvazione di misure di breve periodo per supportare tanto il pubblico impiego quanto il settore privato. In concomitanza con una situazione internazionale in rapido deterioramento e di fronte all’aggravarsi delle tensioni con gli Stati Uniti, questa crisi ha reso improcrastinabile agli occhi del PCC la questione dell’autosufficienza energetica e tecnologica.

La Repubblica Popolare è dal 1993 un importatore netto e dal 2009 il primo consumatore al mondo di energia con il 25% della quota totale. Nella prima metà degli anni 2000 l’incremento della domanda e gli sforzi delle compagnie cinesi di acquisire asset di produzione ed esplorazione all’estero avevano contribuito ad alimentare l’ansia di un imminente peak oil. Questa apprensione si era dissolta intorno al 2010 quando la rivoluzione dello shale gas negli Stati Uniti spinse i mercati verso il surplus petrolifero e, sfruttando il crollo dei prezzi e un mercato irrigidito dalla crisi finanziaria del 2008, Pechino è emersa come uno dei principali investitori all’estero nell’upstream petrolifero (esplorazione ed estrazione) e come il primo importatore netto. Nonostante il nucleare, l’85% dell’energia in Cina proviene difatti da carburanti fossili e la struttura della sua economia energetica è costituita al 60% da carbone, al 20% da petrolio e al 6% da gas naturale. Tranne il carbone, gas e petrolio devono essere importati e la domanda cinese ammonta al 75% di quella globale. Di fronte a questa bulimia energetica è evidente che la Cina consideri la sicurezza, lo sviluppo e la diversificazione delle sue fonti di approvvigionamento una priorità non soltanto economica ma geopolitica. Il senso di insicurezza dipende tanto dalla possibilità che vengano interrotte le operazioni di esplorazione ed estrazione (upstream) all’estero, quanto quelle di trasporto e stoccaggio (midstream). La maggior parte delle importazioni di petrolio verso la Cina passano infatti per gli Stretti di Hormuz e Malacca e quest’ultima teme la capacità della US Navy di creare zone di esclusione in quell’area. Ancor più della possibilità di trovare risorse energetiche sottomarine (improbabile in grandi quantità vista la natura sottile dei sedimenti), l’interesse di Pechino per il Mar Cinese Meridionale risiede dunque nel mantenimento della libertà di navigazione attraverso di esso. Il Partito Comunista Cinese (PCC), del resto, ha legato concettualmente la stabilità sociale e politica del Paese, che dipende da uno sviluppo economico basato su uno stretto rapporto tra importazione di tecnologie e commodities ed esportazione di manifatture, alla sicurezza delle proprie linee di approvvigionamento e commercio di cui le rotte marittime costituiscono la spina dorsale (il 40% del container shipment mondiale è cinese). La precarietà della sicurezza degli approvvigionamenti continua dunque ad essere una priorità per il governo cinese tanto che nel luglio 2018, ben prima dell’epidemia, il Presidente Xi Jinping aveva firmato una direttiva indirizzata alle compagnie petrolifere nazionali (Sinopec, China National Petroleum, National Offshore), con la quale chiedeva di accrescere la quota di upstream interno. L’apprensione è dovuta principalmente a cinque fattori: l’aumento della dipendenza da fonti esterne, il calo della produzione domestica di petrolio tra il 2016 e il 2018, il rinnovo delle sanzioni americane contro Venezuela ed Iran, l’attacco alle infrastrutture saudite nel 2019 e la guerra commerciale con gli Stati Uniti.

Nel 2019 la Cina ha importato il 71% del valore del suo consumo energetico: l’85% di importazioni petrolifere (circa 10.2 million-barrels-per-day, mbpd) ha viaggiato per mare mentre la Russia (primo fornitore nel 2020) ha provveduto al rimanente 15%. Per quanto riguarda il gas naturale, nel 2019 il 43% del valore totale è stato importato: il 61% via mare come Gas Naturale Liquefatto (GNL) e il 39% attraverso gasdotti nell’Asia Centrale. Appare evidente come la dipendenza da fornitori esteri sia ancora preponderante quando non vincolante, soprattutto a fronte di un calo della produzione interna dovuto alla chiusura, tra 2016 e 2018, di giacimenti petroliferi considerati infruttiferi, una decisione che ha accelerato il deterioramento generale dell’output cinese. Da 4.3 mbpd nel 2015 la produzione è scesa a 3.8 mbpd nel 2018, un calo che, sebbene sia stato contrastato dalla direttiva del 2018 pocanzi menzionata, ha subito un’ulteriore contrazione in seguito alla pandemia e al crollo dei prezzi. Ulteriore fattore di incertezza è dato, come anticipato, dallo stato dei rapporti con gli Stati Uniti. La guerra commerciale aperta dall’amministrazione di Donald Trump nel 2017 ha reso più palpabile per il PCC il rischio di una continua dipendenza dalle importazioni di risorse critiche per lo sviluppo dell’economia cinese, tanto nel campo del trasferimento di tecnologie quanto in quello dell’energia. L’epidemia non ha favorito la ricerca della distensione e la crisi il deterioramento delle relazioni politiche, tra le due potenze avvenuto nell’ultimo anno, ha al contrario acuito le insicurezze di cui sopra.

L’insieme di queste problematiche, in vista dell’approvazione del 14° Piano Quinquennale, sembra aver favorito l’intenzione del regime di liberalizzare il settore upstream, rimuovendo le restrizioni agli investimenti privati e finanziando una compagnia nazionale (National Oil and Gas Piping Network Company) che possa garantire lo sviluppo di un regime di accesso alle infrastrutture downstream anche a terzi. Queste politiche, insieme alle manovre di stimolo all’economia in seguito alla pandemia, incroceranno il grande tema della transizione energetica. Xi Jinping ha dimostrato particolare attenzione alla questione e la Cina è considerata uno dei pilastri fondamentali a sostegno dell’architettura disegnata dagli Accordi Parigi per contrastare i cambiamenti climatici. Eppure, a causa degli effetti dell’epidemia, la connessione tra sicurezza energetica, transizione e crescita economica sta andando incontro ad una serie di contraddizioni. Sebbene la Repubblica Popolare stia promuovendo attivamente il supporto alle rinnovabili (tra cui l’eolico di cui è leader mondiale) e al carbone pulito (anche se spesso si tratta solo di un efficientamento degli impianti), essa deve bilanciare questo impegno con la necessità di salvare milioni di posti di lavoro e garantire la sicurezza energetica. Il PCC non vuole più ripetere l’errore del dicembre 2007 quando milioni di persone rimasero al freddo a causa di un inverno più rigido e della mancanza di elettricità dovuta alla chiusura di diverse centrali a carbone. La Cina ha interesse a rispettare i limiti di Parigi, anche per una questione di reputazione internazionale, ma appare evidente che senza un’adeguata infrastruttura intermedia che consenta, per esempio, la transizione dal carbone al gas, i risultati finali potrebbero essere modesti.

L’impegno preso dal Presidente Xi lo scorso settembre davanti alle Nazioni Unite per la “carbon neutrality” cinese entro il 2060 ha influito sulle discussioni circa i contenuti del 14° Piano Quinquennale, tracciando una direzione precisa che costringerà la politica cinese a cercare un equilibrio sostenibile tra le necessità dell’industria al servizio di stringenti obiettivi di crescita economica e quelli a più ampio respiro della transizione. Per realizzare la modernizzazione socialista, Pechino dovrà crescere in modo costante tra il 3% e il 5% all’anno, un ragguardevole sforzo di fronte al quale i pragmatici governanti cinesi hanno affermato che la decarbonizzazione sarà stabile e continua. In altre parole, dopo il picco di emissioni (previsto per il 2035), non si assisterà a nessun calo improvviso ma, secondo un rapporto dell’Oxford Institute for Energy Studies, ad un “graduale declino in uno stato di stabilità”. Questo indica altresì che la domanda di petrolio e gas da parte cinese difficilmente calerà, tutt’al più si potrebbe assitere ad un nuovo approccio alla diversificazione con maggiore utilizzo di combustibili naturali, l’introduzione di limiti alle emissioni nel settore termoelettrico, l’inasprimento delle misure di contrasto all’inquinamento da particolato, l’elettrificazione, la transizione al petrolchimico e più incisive politiche di rimboschimento. Nondimeno, il trend generale che ha visto la domanda di energia, soprattutto petrolio e gas naturale, spostarsi verso il grande bacino indo-cinese sembra destinato a perdurare e la transizione, probabilmente, non significherà la fine dell’uso di queste risorse benché meno delle complicazioni di natura geopolitica che esse implicitamente comportano. La transizione energetica solleva poi il problema dell’accesso alle terre rare ed alle materie prime (come ad esempio litio, cobalto, indio e gallio) necessarie alle tecnologie verdi e di decarbonizzazione ma anche all’industria ICT.

A fronte delle nuove sfide generate dalla pandemia, le prime bozze del 14° Piano Quinquennale sembrano suggerire che il PCC abbia deciso di sfruttare questa crisi per affrontare alcune debolezze strutturali della sua economia e della sua sicurezza nazionale. A ben vedere, proprio il tema del cambiamento climatico potrebbe rappresentare inoltre una piattaforma di dialogo, sganciata da problematiche che causano maggiori divergenze, per stabilizzare i rapporti con gli Stati Uniti. Il preliminare dell’accordo commerciale tra Washington e Pechino firmato lo scorso gennaio 2020 aveva una forte componente di economia energetica e la Cina, nonostante il crollo dei prezzi durante la pandemia, ha dimostrato il suo interesse a tenere in piedi quell’accordo continuando ad importare beni agricoli americani. In quest’ottica, il rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi autorizzato dal neopresidente Joe Biden potrebbe favorire tale canale diplomatico.