Il Soft Power Cinese alla Conferenza sul Dialogo delle Civiltà Asiatiche
Asia & Pacific

Il Soft Power Cinese alla Conferenza sul Dialogo delle Civiltà Asiatiche

By Stefania Montagna
06.17.2019

Lo scorso 15 maggio Pechino ha ospitato la prima Conferenza sul Dialogo delle Civiltà Asiatiche  (CDCA) alla quale hanno partecipato i rappresentanti di quarantasette Paesi. Definita come un vero e proprio Carnevale Culturale Asiatico, la CDAC ha visto l’organizzazione di eventi culturali e di forum tematici che affrontano differenti approfondimenti sulla governance asiatica e sulla necessità di favorire gli scambi culturali tra popoli.

L’evento, che è stato inaugurato da un discorso del Presidente cinese Xi Jinping in cui è stata accentuata l’importanza del multiculturalismo e dello sviluppo del dialogo pacifico tra culture eterogenee, è stato un esempio della strategia di soft power implementata dalle autorità di Pechino per rilanciare il proprio ruolo di Paese di riferimento all’interno del continente asiatico. La CDAC, infatti, ha rappresentato un’occasione per adempiere al principio di “comunità dal futuro condiviso”, concetto avanzato dall’ex Presidente cinese Hu Jintao nel 2012 ed inserito successivamente nella prefazione della Costituzione della Repubblica Popolare Cinese. Pertanto, facendo leva sul valore della cultura asiatica comune, traspare la volontà della nazione cinese di proporsi come leader culturale di un’ideale comunità asiatica sulla quale il governo potrà rivendicare sia un ruolo storico che un peso contemporaneo notevole.

La creazione di una leadership culturale si inserisce all’interno di una cornice strategica volta a rendere la Cina una potenza mondiale economica e politica entro il 2049. Dal punto di vista economico, il governo cinese nell’ultimo quinquennio ha ripensato in chiave contemporanea e accelerato la così detta Open Up Diplomacy, inaurata da Deng Xiaoping negli Anni ’80 e che postula la necessità per la Cina di aprirsi all’esterno per garantire la sostenibilità del proprio sistema nel lungo periodo. Con questo spirito, Pechino ha lavorato sullo sviluppo delle relazioni internazionali attraverso un sistema di promozione degli investimenti cinesi all’estero e di attrazione degli investimenti stranieri, che sono passati attraverso una riforma, sebbene progressiva e ancora graduale, delle precedenti regolamentazioni in materia di ODI (Outbound Direct Investment) e FDI (Foreign Direct Investment). Parallelamente, per poter rafforzare il sistema industriale nazionale e dotarsi degli strumenti necessari a supportare le ambizioni di leadership internazionale, il governo cinese, ha avviato un processo di rinnovamento radicale e di modernizzazione dell’industria, sotto la guida del progetto “Made in China 2025”. Tale piano, di fatto, delinea il programma di avanzamento digitale e tecnologico della nazione, al fine di sviluppare un’industria manifatturiera innovativa autoctona, rendere il Paese autosufficiente dalle importazioni di tecnologia e gettare le basi per il primato cinese in ambito di nuove tecnologie per il futuro.

La strategia di rafforzamento economico trova il proprio corrispettivo politico nell’interesse di Pechino di accrescere i rapporti internazionali, non solo nella vicina regione asiatica, ma anche verso Occidente. La costruzione della Belt and Road Initiative (BRI), con il suo ingente numero di investimenti volti alla realizzazione o al potenziamento di progetti infrastrutturali che si estendono su due corridoi lungo la zona dell’Eurasia, è la concretizzazione di questa nuova strategia. La BRI, infatti, aspira ad andare oltre la dimensione economico-finanziaria, per incarnare una visione “cinese” del multilateralismo, in cui il sistema internazionale fuoriuscito dalla Seconda Guerra Mondiale sia sostituito da meccanismi di governance che rispecchino i mutati pesi ed equilibri del contesto globale.

La partecipazione assertiva ai consessi globali e l’organizzazione di eventi come la CDAC sono la chiave di lettura di una crescente aspirazione a diffondere un nuovo modello di governance globale “con caratteristiche cinesi”. Difatti, la politica internazionale di Pechino è volta a creare una supremazia a 360° sulla scia del principio di “tianxia”, ovvero “tutto ciò che è sotto il Cielo”, concetto che rimarca l’aspirazione ad un assetto mondiale prettamente sino-centrico nel lungo termine. Per cui, l’importanza attribuita ad eventi come la Conference on Dialogue of Asian Civilizations fa intendere che la postura cinese sia rivolta ad un ampliamento della propria sfera di influenza orizzontale, finalizzata a consolidare passo passo il proprio ruolo di grande potenza politica, economica e militare.

In questo contesto, l’enfasi posta durante l’inaugurazione della CDAC dal Presidente Xi sulla volontà di costruire  un interscambio culturale tra nazioni asiatiche, sembra essere stata la risposta del Presidente cinese alla narrativa adottata dagli Stati Uniti per ricondurre la strategia di crescita globale avviata da Pechino ad una nuova interpretazione del confronto tra civiltà diverse. Già nelle settimane che precedevano la conferenza, infatti, il direttore della pianificazione politica del Dipartimento di Stato USA, Kiron Skinner, aveva motivato l’opposizione degli Stati Uniti al progetto cinese puntando sulla differenza di valori su cui sarebbe basata una leadership internazionale della Cina rispetto a quelli storicamente condivisi dai Paesi occidentali.

Il discorso programmatico di Xi Jinping, infatti, si inserisce in un periodo particolarmente teso della guerra commerciale in atto tra le due potenze. Di recente si è assistito a un’escalation delle ostilità tra la Cina e gli Stati Uniti, iniziata nel marzo 2018 con l’imposizione americana delle tariffe doganali pari al 25% sui prodotti cinesi per un valore di 34 miliardi. La Cina, a sua volta, ha risposto con equivalenti contromisure, dando il via a una lunga offensiva dei dazi e a un crescendo di tensioni commerciali. Si tratta della più grande guerra tecnologico-commerciale della storia economica mondiale, volta ad avere inevitabilmente gravi ripercussioni sugli equilibri dello scacchiere internazionale. Di recente, in seguito al fallimento dell’ultimo incontro di maggio 2019 tra le delegazioni incaricate di negoziare un accordo commerciale, Washington ha annunciato l’imposizione di nuove barriere tariffarie al 25% sulle merci cinesi per un totale di 200 miliardi di dollari. La Cina, a sua volta, ha reagito con un aumento dei dazi su 5.140 prodotti statunitensi per un totale di 60 miliardi di dollari. Il nuovo botta e risposta tra le due sponde del Pacifico è culminato con l’inserimento del colosso delle comunicazioni cinesi Huawei nella “entity list” stilata dall’Amministrazione Trump, che annovera le aziende straniere considerate da Washinton una minaccia per la sicurezza nazionale e, per tanto, impone alle aziende statunitensi l’obbligo di fare richiesta al governo prima di stabilire rapporti commerciali con i soggetti segnalati. La recente decisione di Google di sospendere le licenze Android sui futuri dispositivi Huawei è il più evidente esempio della portata degli effetti che la decisione statunitense potrebbe generare per le aziende cinesi. La competizione, che si svolge su più fronti, ha come cuore nevralgico la partita per la leadership nelle nuove tecnologie, di cui  il mondo delle reti 5G, ovvero la futura rete di connessioni internet, è ad oggi il principale campo di scontro.

L’intento del governo USA è di colpire al cuore degli obiettivi di Made in China 2025, rallentando di conseguenza la crescita esponenziale che la Cina ha affrontato negli ultimi 20 anni. L’interesse di Pechino a rispondere alla guerra tariffaria con misure volte neutralizzare gli effetti del piano sanzionatorio americano, ha portato inevitabilmente ad un rapido raffreddamento del dialogo tra i due Stati e al congelamento delle trattative per trovare una soluzione alla guerra commerciale. Il brusco peggioramento dei rapporti bilaterali sembra destinato ad alimentare la competizione tra le due potenze nel medio-lungo periodo. La narrativa cinese di voler proporre una soluzione per l’umanità e di voler presentare una governance alternativa per l’intero assetto globale, infatti, sono le premesse della nuova politica cinese, che unta ad affermare il nuovo status internazionale della Cina entro il 2049, anno del Centenario della fondazione della Repubblica Popolare.

In un panorama politico internazionale caratterizzato dalla ridefinizione degli equilibri mondiali e dall’avanzata strategica della nazione cinese attraverso strumenti di hard e soft power, l’assertività e la solidità dei rispettivi interessi nazionali potrebbero portare Cina e Stati Uniti a ridurre sempre più gli spazi di manovra concessi alle due diplomazie e, di conseguenza, a rendere sempre più complicato la possibilità di trovare soluzioni di compromesso. Il prossimo passo sarà cercare di comprendere fino a che punto si spingerà la postura cinese per stabilire una nuova polarità all’interno dello scacchiere internazionale. Un momento importante in questa direzione potrebbe essere rappresentato dal possibile incontro tra Xi Jinping e il suo omologo Donald Trump, in occasione del Vertice G20 che si terrà ad Osaka il 28 e 29 giugno, durante il quale si prospetta che le parti possano dialogare, sebbene sembra ancora improbabile che le due grandi economie mondiali decidano di incontrarsi a metà strada.

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