ELEZIONI IN THAILANDIA: PROSPETTIVE FUTURE
L’8 febbraio si sono tenute in Thailandia le elezioni per la Camera dei Rappresentanti, la Camera Bassa dell’Assemblea Nazionale, i cui risultati hanno delineato un quadro prevalentemente conservatore e di stampo nazionalista, ma, soprattutto, caratterizzato da elementi di marcata incertezza. Tale scenario è riconducibile alla discrepanza tra le previsioni delineate dai sondaggi e l’esito effettivo delle elezioni, unita alle possibili criticità nella formazione delle coalizioni di Governo e di opposizione, e alle pressioni esercitate sulla Commissione Elettorale thailandese per una presunta mancanza di trasparenza nel conteggio dei voti, circostanza che potrebbe condurre a futuri riconteggi.
In quest’ultima tornata elettorale, il partito vincitore, il Bhumjaithai Party, è riuscito a imporsi come un’alternativa politica conservatrice credibile in un contesto in cui la narrativa nazionalista sembra favorire una maggiore coesione elettorale. Il partito, infatti, si è assicurato 193 seggi sui 500 in palio, registrando una crescita di 122 seggi rispetto alla precedente legislatura e superando così il progressista People’s Party (PP). Il PP si è infatti fermato a 118 seggi, perdendone 33 e smentendo i sondaggi NIDA, che lo avevano indicato come favorito. Anche il populista Pheu Thai Party, pur avendo ottenuto 74 seggi, ha subito una perdita significativa di 67 seggi. Seguono il Kla Tham Party e il Democrat Party. Il primo ha registrato una crescita notevole pari a 58 seggi, risultato che gli consentirebbe, per la prima volta, di entrare nella Camera Bassa. D’altro canto, il Democrat Party, nonostante il ritorno dell’ex leader del partito e Primo Ministro Abhisit Vejjajiva fosse stato percepito come una rinascita per il partito, ha conquistato solo 22 seggi, tre in meno rispetto alla legislatura precedente. Infine, ai partiti minori sono stati assegnati i restanti 35 seggi.
Nel complesso, **le elezioni si sono tenute in tempi particolarmente rapidi **e in uno scenario di crescente incertezza per il Paese, considerando la decisione del Primo Ministro Anutin Charnvirakul di sciogliere le camere dell’Assemblea Nazionale a inizio dicembre, dopo soli tre mesi dall’inizio del suo mandato. Tale scelta è stata determinata da diversi fattori, tra cui l’inasprimento del conflitto regionale tra Thailandia e Cambogia, sedato nuovamente a fine dicembre, la lenta gestione delle **inondazioni **che hanno colpito il sud della Thailandia a novembre e le tensioni attorno alla promessa di una riforma costituzionale che aveva consentito la creazione della precedente coalizione con il People’s Party. A tale scenario va aggiunto anche il fragile contesto economico del Paese. Si prevede, infatti, che il PIL nazionale registrerà una crescita inferiore al 2% nel 2026, con una possibile ripresa solo nel 2027. Tale rallentamento è verosimilmente dovuto alla combinazione di un lent miglioramento del settore turistico dopo la pandemia, tradizionale motore della crescita economica nazionale, dei cambiamenti strutturali nel settore manifatturiero e dell’indebolimento delle prospettive di esportazione. Infatti, la tariffa del 19% introdotta dall’Amministrazione Trump ad agosto 2025 ha contribuito in modo particolare a deteriorare il quadro delle esportazioni thailandesi. Inoltre, il debito delle famiglie si avvicina ormai al 90% del PIL, il tasso più alto in Asia, soffocando la domanda interna.
Da un simile contesto si evince quindi come il prossimo Governo thailandese dovrà presentare una coalizione stabile, capace di affrontare l’attuale crisi economica e securitaria. La vera prova, tuttavia, sarà superare il populismo politico incentrato sul raggiungimento di risultati rapidi e **affrontare i vincoli più profondi che ostacolano la crescita **a lungo termine della Thailandia. Nondimeno, continuano a persistere forti incertezze sulla formazione della coalizione di Governo. Attualmente, lo scenario più probabile sarebbe l’unione tra il Bhumjaithai, il Pheu Thai e il Kla Tham, con la formazione di una solida maggioranza a 325 seggi. Difficilmente il Bhumjaithai cercherà di coalizzarsi solo con il Kla Tham o con il Pheu Thai, poiché tale alleanza creerebbe una maggioranza esigua e altamente vulnerabile a un voto di sfiducia. Nell’attuale quadro politico-economico, è lecito presupporre che l’attenzione del nuovo esecutivo verterà principalmente sulla sfera economica e sulla conseguente necessità di adottare misure più strutturali. Durante la campagna elettorale, le principali forze politiche hanno mostrato un generale impegno a promuovere la crescita economica attraverso la salvaguardia delle fasce economiche più deboli e delle piccole e medie imprese, pur con la persistenza di traiettorie diverse. Il Bhumjaithai Party, ad esempio, avrebbe promesso di impegnarsi a incrementare la crescita annua del PIL al 3%, sia attraverso il mantenimento di programmi già avviati, tra cui il “Khon La Khrueng Plus”, volto a stimolare i consumi, sia con la creazione di nuove strategie, come il progetto “Economy 10 Plus” votato al miglioramento delle condizioni dei lavoratori a basso reddito, alla conclusione di nuovi investimenti di alto valore e alla promozione del settore della green energy. Il Pheu Thai Party, dal canto suo, ha enfatizzato la volontà di ridurre l’indebitamento delle famiglie, proponendo un piano di rimborso del 10% per i cittadini con un debito inferiore a 5.439 euro e la concessione di prestiti a tassi di interesse agevolati per disincentivare il ricorso a creditori informali. Inoltre, a fine gennaio, il Pheu Thai ha annunciato una nuova misura redistributiva con l’assegnazione di un sussidio in collaborazione con il sistema della lotteria nazionale, al fine di sostenere i consumi interni. Il Kla Tham Party ha invece proposto una traiettoria più locale e fortemente incentrata sullo sviluppo del settore agricolo come leva di crescita territoriale. Nel complesso, le piattaforme economiche sembrano concorrere alle stesse finalità, anche se con misure piuttosto diverse. Sebbene tale diversità non sia intrinsecamente un fattore determinante nel compromettere la tenuta di un’eventuale coalizione, rimane fondamentale la sostenibilità finanziaria delle politiche proposte: la predominanza di una strategia di respiro nazionale e orientata al medio-lungo termine del Bhumjaithai, oppure le misure mirate e settoriali degli altri due partiti.
D’altro canto, l’opposizione sarà verosimilmente dominata dal People’s Party e dal Democrat Party, assieme agli altri partiti di minoranza. Si segnala, tuttavia, che a seguito delle elezioni sono emerse delle criticità nella leadership del People’s Party, dopo che 44 Membri Parlamentari, tra i quali i due candidati di punta del partito, sono stati accusati dalla Commissione Nazionale Anticorruzione di aver violato gli standard etici, promuovendo l’emendamento dell’articolo 112. Il leader del partito, Natthaphong Ruengpanyawut, per prevenire un potenziale stallo nella formazione dell’opposizione, ha quindi annunciato che potrebbe dimettersi dalla sua carica attuale.
Assieme alle elezioni, gli elettori sono stati chiamati a esprimersi, tramite un** referendum promosso dalle principali forze politiche**, il Bhumjaithai, il People’s Party e il Pheu Thai, sull’avvio di un processo di riforma costituzionale. Lo scopo della misura sarebbe la redazione di una nuova costituzione che sostituisca quella del 2017, sostenuta dall’allora giunta militare e considerata limitativa di diversi principi democratici. Il referendum ha ottenuto il 60% dei consensi e il 32% dei voti contrari. Tuttavia, il Bhumjaithai ha già specificato che non sosterrà l’emendamento dei Capitoli 1 e 2, che comprendono le disposizioni a sostegno della persistenza dell’assetto monarchico in Thailandia, e dell’articolo 112 del codice penale thailandese (o legge sul reato di lesa maestà), che criminalizza gli oltraggi percepiti contro la monarchia.** Il processo referendario si pone dunque come un potenziale elemento di tensione tra le diverse forze politiche** nel breve e nel medio termine, anche alla luce dei tempi necessari al suo completamento, che potrebbero estendersi per almeno due anni.
In materia di politica estera, invece, i dibattiti sono stati più elusivi, ma le posizioni del Bhumjaithai sono state confermate dopo le elezioni, a seguito delle dichiarazioni di Anutin sulla prospettiva di costruire una barriera lungo il confine tra Thailandia e Cambogia e di annullare i Memoranda di Intesa MOU 43 e MOU 44 sulla gestione delle contese territoriali tra i due Paesi, sollevando possibili fattori di tensione con Phnom Penh.
Gli sviluppi di questi risultati elettorali sono significativi per il futuro della Thailandia. La prossima coalizione governativa, il cui schieramento definitivo diverrà più chiaro verso aprile, dovrà individuare una traiettoria comune non solo per affrontare la dilagante crisi economica interna, ma anche per ridefinire i rapporti economici con gli Stati Uniti e per affrontare la crisi regionale con la Cambogia. Stando alle dichiarazioni più recenti di Anutin, potrebbe emergere un indirizzo assertivo, le cui conseguenze, soprattutto in ambito politico estero, andranno monitorate. Altro elemento da considerare sarà la riforma costituzionale e se verrà individuata una strategia comune per la sua ridefinizione, oppure se le dinamiche interne tra i partiti rallenteranno ulteriormente la riscrittura.