Califfati crescono: la Nigeria di Boko Haram
Middle East & North Africa

Califfati crescono: la Nigeria di Boko Haram

By Ce.S.I. Staff
01.13.2015

Negli ultimi 6 mesi si è registrato un significativo incremento delle attività di Boko Haram, organizzazione terroristica di ispirazione qaedista attiva nelle regioni nord-orientali della Nigeria sin dal 2009. Rispetto al passato, quando il movimento aveva incentrato esclusivamente la propria tattica su attacchi “mordi e fuggi”, effettuati da commando in motocicletta, attacchi suicidi ed attentati esplosivi sia contro la comunità cristiana che contro le Forze Armate e di Polizia nigeriane, la campagna lanciata a partire da agosto 2014 ha evidenziato elementi innovativi.

L’organizzazione guidata da Abubakar Shekau ha diversificato la propria azione offensiva, affiancando alle tradizionali tecniche asimmetriche, tese sia a rendere incontrollabile e ingovernabile il territorio da parte delle autorità nigeriane, sia a terrorizzare la popolazione cristiana, una nuova ed evidente tendenza alla statalizzazione e all’imposizione della propria autorità su aree sempre più estese del nord-est nigeriano. L’esempio più evidente di tale cambio di strategia è stata l’offensiva condotta tra il 20 agosto ed i primi giorni di settembre, quando circa 2.500 miliziani di Boko Haram hanno conquistato agevolmente i villaggi di Gwoza, Chibok, Bama e Mubi, tutti a poche centinaia di km dal confine con il Camerun, ed hanno costretto alla fuga i militari nigeriani, sequestrando le loro armi e addirittura alcuni mezzi blindati, tra i quali 3 APC Saurer 4K 4FA. Chibok è il villaggio nel quale erano state rapite, lo scorso aprile, oltre 250 adolescenti cristiane tuttora detenute dalle milizie bokoharamiste.

Il 25 agosto, all’indomani della presa di Gwoza e Chibok, che con i loro 600.000 abitanti sono i centri più popolosi conquistati dai miliziani, Shekau ha ufficialmente dichiarato la nascita del Califfato nel nord della Nigeria, con capitale Gwoza, per l’occasione ribattezzata “Madinatul” (città dell’Islam), affermando di seguire l’esempio dello Stato Islamico in Siria e Iraq e tessendo le lodi del suo leader Abu Bakr al-Baghdadi. Oltre alla fascia di villaggi lungo il confine camerunense, Boko Haram ha attaccato 2 città di grosse dimensioni quali Damaturu (750.000 persone) e Maiduguri (1.200.000), capitale dello Stato nord-orientale del Borno nonché sede della Moschea Centrale, luogo sacro alla setta poiché proprio qui, nel 2002, essa fu creata dal defunto fondatore Mohamed Yussuf. Tuttavia, dopo 4 giorni di assedio, le Forze Armate e di Polizia sono riuscite a respingere i ribelli, costretti a ripiegare verso le proprie roccaforti ad est e nella impenetrabile foresta di Sambisa, loro inespugnabile feudo.

La resistenza opposta dai reparti governativi asserragliati dentro Maiduguri e Damaturu ha permesso alla Stato Maggiore di Abuja di organizzare una rapida controffensiva sia terrestre che aerea. Infatti, in un grande sforzo combinato, la Joint Task Force (unità interforze di circa 3.000 uomini), coadiuvata da elementi della 1ª Divisione di Kaduna e della 3ª Divisione Corazzata di Jos, per un totale di 15.000 soldati, ha circondato le milizie bokoharamiste intorno alle 2 città, tagliando le vie di comunicazione ed i rifornimenti orientali e costringendo i ribelli alla ritirata. Successivamente, i militari nigeriani hanno liberato Chibok e Mubi, sfruttando anche gli attacchi degli ALPHA JET dell’Aeronautica, utilizzati con grande frequenza, da oltre un anno, per colpire gli obiettivi jihadisti. Nella contro-offensiva del Governo di Abuja hanno avuto un ruolo fondamentale anche gruppi para-militari cristiani, le cosiddette “Forze di Autodifesa”, costituiti dai giovani appartenenti alle famiglie costrette ad abbandonare i villaggi sotto occupazione bokoharamista o trucidate dai guerriglieri.

In ogni caso, alla fine di settembre, dopo aver controllato per circa un mese un’area estesa più dell’intero nord Italia, Boko Haram si è dovuta accontentare di mantenere il controllo di Gwoza e di villaggi minori lungo i confini con il Camerun, il Ciad e il Niger. Tuttavia, per compensare il fallimento della strategia e ribadire la propria pericolosità, il movimento terroristico ha aumentato il numero e l’intensità degli attacchi “mordi e fuggi” e degli attentati suicidi contro obiettivi diversificati dal profondo valore simbolico sia nazionale che internazionale. Per quanto riguarda la prima categoria, l’episodio più rilevante è stato l’attacco, avvenuto il 30 novembre e costato la vita a 180 persone, contro la Moschea Centrale e l’attiguo Palazzo reale dello Shehu (Sceicco) di Kano, Mohamed Sanusi, la principale personalità religiosa islamica, assieme allo Shehu di Borno e all’Emiro di Sokoto, di tutta la Nigeria. La scelta di colpire Sanusi non è casuale, in quanto lo Shehu di Kano è una delle figure islamiche vicine all’establishment di potere, è uno dei maggiori detrattori e critici di Boko Haram e, elemento più importante, rappresenta il simbolo vivente della dominazione politica e culturale dell’etnia Hausa nel nord del Paese, storica rivale dell’etnia Kanuri, che continua ad essere il principale bacino di reclutamento di Boko Haram.
Per quanto riguarda gli attacchi di maggiore respiro internazionale, appare d’obbligo citare gli assalti, rispettivamente occorsi il 1º e il 4 dicembre, contro i cementifici della società francese Lafarge presso le cittadine di Bajonga e Ashaka, a 60 km da Gombe, capitale dell’omonimo Stato nel nordest del Paese. L’offensiva di agosto-settembre e le sue successive evoluzioni permettono di trarre alcune indicazioni sulla reale forza di Boko Haram e sullo sviluppo delle sue strategie. Innanzitutto, oltre alla rapida ed efficace risposta da parte delle Forze Armate nigeriane, a ostacolare il controllo del territorio da parte del movimento terroristico è stata la stessa popolazione locale, che, ad esclusione di Gwoza e dei villaggi a maggioranza Kanuri presso il confine con Ciad, Niger e Camerun, si è fermamente opposta all’imposizione della Sharia e al governo dei miliziani bokoharamisti.

Ad alienare il supporto delle tribù locali a Boko Haram sono stati sia il feroce comportamento dei guerriglieri, che hanno imposto un’applicazione letterale della Legge Islamica, estranea alle usanze tradizionali di questi luoghi, sia la mancanza di un accordo con i leader tribali, appartenenti ad etnie o clan non affiliati alla setta. In questo senso, Boko Haram sembra aver sopravvalutato le proprie capacità politiche, l’importanza del dialogo con i potentati locali nonché aver compiuto lo stesso errore fatto dalle milizie di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e del MUJAO (Movimento per l’Unità e il Jihad nell’Africa Occidentale) durante la guerra civile maliana del 2012-2013, ossia aver cercato di creare un Emirato nel nord del Mali senza assicurarsi il sostegno di tutti i clan tuareg.

Dunque, nonostante gli ambiziosi progetti di trasformarsi in un vero e proprio soggetto para-statale, sul modello dello Stato Islamico in Siria e Iraq, Boko Haram appare ancora una realtà circoscritta alla comunità Kanuri e limitata da un’agenda politica ed operativa eccessivamente settaria. Finchè la leadership del gruppo non abbandonerà tale unilateralità, le possibilità di includere altri gruppi tribali nel progetto jihadista nord nigeriano appaiono limitate. Al contrario, nel caso in cui la conduzione di Boko Haram dovesse passare da Shekau a personalità pragmatiche e politicamente più sensibili, come Mohamed Nur o Khalid a-Barnawi, più inclini ad abbandonare il nazionalismo Kanuri in nome di un’agenda etnica inclusiva basata più su una comune visione ideologica che sui legami di sangue, esiste la possibilità che l’insorgenza jihadista nord nigeriana possa aumentare significativamente la propria portata e pericolosità nazionale e regionale.

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