Food insecurity e instabilità potenziale in Nigeria
Conflict Prevention

Food insecurity e instabilità potenziale in Nigeria

By Michele Zucchi
03.15.2021

In Nigeria si riscontra una problematica situazione sul versante della sicurezza alimentare. I fattori strutturali che portano ad un differenziale tra la crescente domanda e la stagnante offerta di risorse alimentari si sono aggravati da metà 2019, come si evince dall’aumento dei prezzi del cibo. Le famiglie si ritrovano a dover dedicare una percentuale crescente dei propri introiti all’acquisto di beni alimentari, spendendo mediamente oltre il 55% dei loro proventi in cibo, e dunque rendendo impossibile un qualsivoglia investimento in altri sensi. L’insicurezza alimentare, oltre ad essere di per sé ragione di preoccupazione, può fomentare non solo il ricorso ad attività criminali per il sostentamento, ma anche nuove o già presenti istanze antigovernative.

La Nigeria, coi suoi 182 milioni di abitanti, è il Paese più popoloso del continente. Con un tasso di crescita demografica che da metà anni ’90 si è stabilizzato tra il 2,5 ed il 2,7%, le prospettive future indicano come la popolazione crescerà ulteriormente. Con l’aumento demografico necessariamente cresce la domanda di beni alimentari, cui deve seguire un aumento della loro offerta per evitare che un numero crescente di persone si trovi in una situazione di insicurezza alimentare. L’offerta di beni alimentari in Nigeria però fatica a rispondere alla domanda.

In tutto il Paese si riscontrano gravi difficoltà per gli agricoltori nell’accesso ai finanziamenti necessari per lo sviluppo di metodi più efficienti di produzione, aggravate da una complessa procedura di estinzione dei debiti. La carente rete di trasporto e le difficoltà nello sviluppare un sistema di stoccaggio per beni agricoli rendono ulteriormente difficile la provvisione di beni. A questi fattori si aggiungono degli ostacoli peculiari delle singole aree agricole.

Ad esempio, nella regione del delta del Fiume Niger il settore agricolo è minacciato dagli anni ’60 dall’inquinamento derivante dalle attività legate all’industria petrolifera. Parimenti, nelle regioni settentrionali, dove avviene la maggior parte della produzione, i fenomeni climatici estremi come le siccità e le periodiche alluvioni, peggiorati dall’effetto del cambiamento climatico e dalla ritrazione del Lago Chad, destabilizzano il processo produttivo. Inoltre, in quest’area del Paese si riscontra la parte più significativa dell’attivismo di alcune organizzazioni terroristiche come Boko Haram e di alcune bande criminali. Nel complesso, tutti questi fattori rendono più accesi i conflitti dati dalla spartizione delle risorse, come accade per i conflitti tra le milizie delle popolazioni agricole e dei pastori semi-nomadi.

Questo quadro rende più difficoltosa la lavorazione della terra, come testimoniato dalla stagnazione della crescita della produttività agricola nigeriana. Il dislivello tra aumento della domanda e capacità di rispondervi porta all’aumento dei prezzi dei generi alimentari. Negli ultimi due anni questo fenomeno si è ulteriormente aggravato, come testimoniato dall’aumento di un paniere standard di beni da meno di 300 naire (la valuta nigeriana) nel luglio del 2019 a più di 360 a gennaio del 2021.

Una causa di tale aumento è da ricercare anche nella decisione del governo di adottare una serie di misure protezionistiche verso i beni di consumo locale, chiudendo parzialmente i confini di terra per evitare episodi di contrabbando ed innalzando significativamente le accise per i prodotti importati. Questi ultimi, però, nonostante il loro prezzo maggiorato alla dogana, risultano necessari per rispondere al fabbisogno.

Nel 2020 si sono aggiunte altre aggravanti. Innanzitutto, si è verificata la peggiore stagione alluvionale degli ultimi 32 anni, che ha devastato raccolti e piantagioni, soprattutto del riso, fondamentale nella dieta nigeriana. In più, gli effetti devastanti della pandemia da Covid-19 si sono fatti sentire anche in questo settore. Le misure implementate per contenere la pandemia hanno previsto la limitazione degli spostamenti di merci e persone, bloccando il circuito del lavoro dei braccianti. L’economia agricola nigeriana, basata su un sistema informale di lavoro e retribuzione giornaliera, ha subito un pesante rallentamento, lasciando i mercati vuoti, impoverendo gli agricoltori e aumentando i prezzi delle ridotte risorse alimentari. L’aumento dell’inflazione nella seconda metà del 2020 ha ulteriormente contribuito alla crescita dei prezzi.

L’aumento dei prezzi dei beni alimentari, se messo a sistema con un forte tasso di disoccupazione, soprattutto tra i giovani, crea una combinazione esplosiva che può portare alla crescita del malcontento sociale ed alla sua espressione in differenti forme violente.

L’insicurezza alimentare può far aumentare le attività criminali determinate dalla necessità di sostentamento e il conflitto per l’accesso a risorse primarie. Inoltre, l’impoverimento e l’insicurezza percepita dalla popolazione forniscono terreno fertile per le organizzazioni terroristiche e la criminalità organizzata, il cui reclutamento è spesso basato sulla promessa di una vita migliore. Il malcontento dato dall’insicurezza può inoltre portare ad altre forme di attivismo popolare antigovernativo.

Tali fattori di rischio si inseriscono in un contesto securitario e politico già precario. A riguardo, basta pensare alle recenti proteste antigovernative #endSARS (Special Anti Robbery Squad), il cui scopo era denunciare gli abusi delle forze di Polizia, oppure ai tradizionali focolai di conflitto tribale nelle fasce centrali nigeriane, l’insorgenza etnica nel Delta del Niger ed il terrorismo jihadista a nord.

In previsione della campagna elettorale per le elezioni del 2023, però, è possibile che il governo cerchi di fare il possibile per calmierare i prezzi ed evitare la crescita delle tensioni.

Nel lungo periodo, risulta necessario un piano strutturale per rispondere alla domanda di beni alimentari del crescente popolo nigeriano. Da una parte, si potrebbe ripensare la politica protezionistica del mercato alimentare nazionale, diminuendo le accise sui beni importati. Dall’altra, urgono misure volte ad aumentare la produttività agricola interna. Questo prevederebbe l’istituzione di un sistema di prestiti agli agricoltori per agevolare l’acquisto di attrezzature più efficienti.