Tunisia ed Egitto, tra crisi economiche e sfide per la sicurezza alimentare
Middle East & North Africa

Tunisia ed Egitto, tra crisi economiche e sfide per la sicurezza alimentare

By Elia Preto Martini
04.14.2022

L’invasione russa dell’Ucraina rappresenta uno spartiacque significativo all’interno degli equilibri geopolitici europei e internazionali. Proprio per questo motivo, le principali risposte provenienti dalle leadership globali sono state, almeno per ora, focalizzate primariamente sulle conseguenze politiche, strategiche, militari ed energetiche del conflitto. Sarebbe però riduttivo pensare che, all’interno di un mondo globalizzato, questo evento possa impattare solo sulle dimensioni della sicurezza collettiva, lasciando in secondo piano aree critiche come, appunto, la sicurezza alimentare.

L’aumento dei prezzi del grano come conseguenza dell’invasione russa dell’Ucraina ha impattato, in particolare, sui cosiddetti low-income countries del Medio Oriente che utilizzano frequentemente lo strumento dei sussidi alimentari per garantire l’accesso ai generi alimentari di base alle classi sociali più indigenti. Considerando che già nel periodo aprile 2021-dicembre 2021 i prezzi del cibo sono cresciuti dell’80% per via di una serie di fattori legati alla pandemia di coronavirus come il parziale arresto del commercio globale, l’aumento dei costi per le imprese agricole e le avverse condizioni climatiche, il più recente aumento del 12,1% nel solo mese di marzo rischia di mettere in ginocchio numerosi Paesi già colpiti da profonde crisi socio-politiche in un mese cruciale come quello del Ramadan.

Per avere un’idea della gravità della situazione attuale è sufficiente guardare i dati dell’import di grano della regione MENA nel 2021. Russia e Ucraina forniscono infatti quasi il 50% delle importazioni totali dell’area e, nello specifico, circa l’80% per l’Egitto, il 96% per il Libano, il 60% per la Tunisia, la Turchia e l’Iran, il 50% per l’Oman e gli Emirati Arabi Uniti e il 37% per il Qatar. Inoltre, questo quadro rischia di essere esacerbato da altri due fattori congiunturali. In primo luogo, la Russia produce il 13% dei fertilizzanti a livello globale e, secondo dati FAO riportati da Bloomberg, nei prossimi mesi è previsto – per motivi analoghi a quelli della crisi alimentare – un ulteriore aumento dei prezzi che impatterà direttamente sui costi delle coltivazioni locali. In secondo luogo, il più importante fornitore regionale di cereali, ovvero il Marocco, è stato costretto a ridurre fortemente la sua produzione a causa del periodo di prolungata siccità registrato negli ultimi mesi.

In questo quadro generale, vi sono almeno due Paesi particolarmente sensibili, da un punto di vista sociale e politico, all’aumento dei prezzi dei generi alimentari di base, ovvero Egitto e Tunisia. Entrambi i Paesi, infatti, sono stati scossi dalle Primavere Arabe del 2011 che hanno dato il via ad un processo di trasformazione istituzionale che nel caso egiziano è stato bruscamente interrotto dalla destituzione del Presidente Mohammed Morsi, mentre in quello tunisino il processo di democratizzazione è stato in parte messo in discussione dall’azione promossa dal Capo di Stato Kais Saied lo scorso 25 luglio. Entrambi i Paesi – ma analoghe evidenze si palesano in altre realtà del Nord Africa – scontano, inoltre, una forte vulnerabilità socio-economica, aggravata dalla recente pandemia di Covid-19. Tutto ciò ha acuito quelle fragilità esistenti producendo l’ennesimo corto-circuito istituzionale nel quale si può ben notare, un decennio dopo le Primavere Arabe, un ritorno di pratiche e strumenti di potere autoritari. Quel che emerge, quindi, è una crisi profonda del concetto di governance, nel quale la trasformazione e l’indebolimento della legittimità delle istituzioni statali ha modificato il quadro di sicurezza, con implicazioni dirette per i processi politici e di sicurezza. Non a caso, oggi come in passato, l’aumento dell’insicurezza alimentare in Tunisia e in Egitto è un fattore trainante nella condizione politica di precarietà di ambo i Paesi.

L’Egitto sta attualmente vivendo una situazione economica molto delicata, aggravata dal fatto che all’indomani della crisi ucraina gli investitori internazionali hanno ritirato miliardi di dollari dal Paese per timore di un “effetto contagio” sull’economia locale. Al tempo stesso, la Banca Centrale ha cercato di contenere la pressione sulla sterlina egiziana svalutandola del 14% rispetto al dollaro americano, generando però un’ulteriore spinta inflazionistica. Questi fattori contingenti hanno impattato su un’economia che presenta già dei notevoli problemi strutturali, quali la crescita della povertà (attualmente più di 30 milioni di cittadini vivono sotto la soglia di povertà mentre il 70% degli oltre 100 milioni di abitanti dipende da sussidi alimentari), la forte presenza dello Stato nel mercato (e in particolare l’invadente ruolo detenuto dalle aziende appartenenti in maniera più o meno diretta alle personalità di riferimento del comparto della Difesa), la contrazione del settore privato e il declino dell’occupazione, specie quella giovanile.

Per cercare di superare questa situazione, le autorità del Cairo hanno ufficialmente chiesto aiuto al Fondo Monetario Internazionale (FMI), anche se non è ancora chiaro se, quando e a che condizioni, verrà erogato un nuovo prestito ben superiore a quello da 12 miliardi di dollari del triennio 2016-2019 e a quelli rispettivamente da 2,8 e 5,2 miliardi del 2020 che sono stati richiesti per mitigare gli effetti della pandemia. Anche il mondo arabo, però, è intervenuto in protezione della debole economia egiziana. In particolare, le monarchie arabe del Golfo tra la fine di marzo e l’inizio di aprile hanno inviato aiuti (finanziari per lo più e depositi bancari) all’Egitto per un valore complessivo di 22 miliardi di dollari, promettendo ulteriori interventi nei prossimi mesi. Con questa mossa hanno voluto lanciare un messaggio per rassicurare il FMI e gli investitori internazionali sulla solidità delle finanze egiziane. Non è la prima volta che questi Paesi cercano di sostenere l’economia del Paese nordafricano: dopo i fatti del 2013, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti (EAU) e il Kuwait avevano effettuato, sovvenzioni, depositi di valuta e spedizioni di combustibile a beneficio del Cairo per un valore complessivo di 23 miliardi di dollari.

Per ora, comunque, le autorità egiziane hanno cercato di rassicurare la popolazione civile riguardo all’impatto della crisi alimentare. In questa direzione va, ad esempio, la dichiarazione del 10 marzo 2022 del Primo Ministro egiziano, Mostafa Madbouly, il quale ha affermato che “il Paese non affronterà una crisi [alimentare], non saremo costretti a comprare dal mercato internazionale nuove scorte di grano almeno fino alla fine di quest’anno. [...] Possediamo riserve che copriranno i nostri bisogni fino alla fine del 2022”. Questa presa di posizione si è rivelata necessaria per cercare di calmare un contesto sociale in cui il pane ha un’importanza cruciale sia a livello di dieta – si stima che un egiziano povero mangi ogni giorno tre pagnotte che equivalgono al 70% delle sue calorie e delle proteine giornaliere – sia a livello politico, come dimostrato dalla ciclicità delle “rivolte del pane” seguite all’aumento dei prezzi (come avvenuto ad esempio nel 1977 o nel 2009).

Alla luce della storia recente dell’Egitto, non si può considerare la crisi alimentare come una questione meramente economica. Le proteste delle Primavere Arabe che hanno portato alla fine del regime trentennale del Presidente Hosni Mubarak sono infatti nate originariamente come rivolte contro una congiuntura composta da almeno tre tendenze: l’aumento dei prezzi del pane del 37%, la crescita dell’inflazione su base annuale dei beni alimentari che aveva raggiunto il 18,9% e l’incremento della disoccupazione (7,4% su base nazionale nel gennaio 2022, mentre quella giovanile ha raggiunto il 26,5%). Tutti fattori, questi, che – pur con le dovute differenze – caratterizzano ancora l’attuale situazione egiziana e che stanno mettendo in allarme la leadership del Paese, ora più che mai forzata a iniziare i dialoghi con il FMI al fine ottenere la liquidità necessaria per fronteggiare questa congiuntura economica sfavorevole in cambio, però, di riforme strutturali in settori chiave come la sanità e la formazione.

Anche la Tunisia, a sua volta, attraversa un periodo particolarmente turbolento per motivazioni in parte analoghe a quelle succitate. Da un punto di vista politico, a partire dal 25 luglio 2021 è iniziato nel Paese un processo di regressione democratica culminato in queste settimane nel definitivo scioglimento dell’Assemblea parlamentare (1° aprile). Il Presidente ha giustificato questa azione facendo riferimento alla necessità di proteggere lo Stato tunisino e accusando le opposizioni di aver tramato un colpo di Stato contro di lui. Questa crisi politica, che appare sempre più diretta verso una deriva istituzionale di tipo autoritario, possiede anche un significato simbolico non indifferente. La Tunisia, infatti, è stata uno dei Paesi più importanti delle Primavere Arabe sia nella narrazione delle proteste popolari contro i regimi corrotti, sia per il fatto che questa realtà è stata a lungo un’esperienza a larghi tratti positiva – pur nelle sue criticità – a seguito delle trasformazioni politiche iniziate nel 2011.

La situazione politica vissuta dalla Tunisia è stata ulteriormente aggravata dalla crisi economica e sociale che ha colpito il Paese durante il periodo della pandemia di coronavirus. Successivamente, a seguito degli eventi del 25 luglio, quando Kais Saied aveva dichiarato che si sarebbe occupato personalmente di risolvere i principali problemi della Tunisia (alludendo, in particolare, alla diffusa corruzione e alla precarietà delle classi più indigenti), la condizione socio-economica del Paese è gradualmente andata peggiorando raggiungendo livelli di vulnerabilità significativi. Questi problemi – condivisi, come già evidenziato, anche dall’Egitto – sono strettamente connessi alle principali criticità macro-economiche del Paese come il tasso di disoccupazione stabilmente assestatosi in questi anni sopra al 15% – con picchi notevoli (42,4%) nella fascia di età sotto i 25 anni – e l’alto debito pubblico (circa l’81,4% del PIL). Problemi, questi, che non sono stati risolti dopo la stretta autoritaria del Presidente, il quale, pur godendo di un ampio supporto popolare, proprio in queste settimane è stato contestato durante le proteste nella capitale avvenute il 20 marzo.

Per questa serie di motivi, l’impatto della crisi ucraina in Tunisia rischia di essere particolarmente pesante. Uno degli aspetti più tangibili con cui la popolazione ha iniziato a misurarsi quotidianamente è stato l’aumento dei prezzi dei generi alimentari avvenuto a seguito dello scoppio del conflitto. Tra tutti i beni, quelli più colpiti sono stati farina, riso e zucchero e, stando ai media locali, le autorità hanno già adottato il razionamento come strategia di contenimento di breve periodo. Inoltre, ogni giorno si formano lunghe file di persone fuori dalle panetterie che sperano – molto spesso invano – di poter comprare qualche pagnotta. La scarsità di questi beni ha influito direttamente sul livello dei prezzi; quelli del pane non sussidiabile, per esempio, sono cresciuti del 25% solo negli ultimi mesi a fronte del già considerevole aumento che vi era stato tra il 2020 e il 2021 a causa della pandemia.

Questa crisi è stata accompagnata nell’ultimo mese da una serie di eventi politici. Il 9 marzo 2022, Kais Saied ha infatti inizialmente reagito all’aumento dei prezzi dichiarando guerra agli intermediari del settore agro-alimentare, accusandoli, al tempo stesso, di essere degli speculatori che vogliono volontariamente mettere a rischio la pace sociale e la sicurezza del Paese. Per rafforzare questa posizione, il Presidente ha deciso di dispiegare la Guardia Nazionale e, in alcuni casi, l’Esercito al fine di controllare le loro attività. Successivamente, l’11 marzo, l’Ufficio dei Cereali tunisino non è riuscito a concludere un accordo per importare nuovo grano nel mese di maggio, presumibilmente per via della decisione dei fornitori internazionali di favorire in un momento di scarsità di offerta i Paesi più affidabili nei pagamenti. Infine, il 20 marzo, è entrato in vigore un nuovo decreto-legge (nr. 2022-14) che prevede una pena che va dai 10 ai 30 anni di carcere per tutti coloro che diffondano fake news riguardanti l’attuale crisi alimentare. Questo decreto ha sollevato le preoccupazioni di Amnesty International circa il possibile utilizzo strumentale del decreto per reprimere il dissenso interno.

Da una prospettiva comparata, Tunisia ed Egitto presentano sicuramente alcune affinità, soprattutto in ambito macro-economico. Alcuni esempi sono i già citati alti tassi di disoccupazione e povertà e l’inefficienza dello Stato centrale nel fornire i servizi di base. Tutti fattori, questi, che contribuiscono ad aumentare il senso di precarietà e di insicurezza percepito dalla società civile. In questo contesto, quindi, l’innalzamento dei prezzi dei generi alimentari rischia di infiammare il tessuto sociale dando vita a tumulti e proteste, come dimostrato dalla storia recente di questi Paesi. Un’altra parziale affinità manifestatasi in questi mesi riguarda la dimensione politica. Da un lato, infatti, l’Egitto nell’ultimo decennio ha continuato la sua regressione democratica iniziata nel 2013 a seguito del colpo di Stato delle forze armate mentre, dall’altro lato, anche la Tunisia a partire dagli eventi del 25 luglio 2021 ha intrapreso uno nuovo percorso distante dal recente passato, seppur con forme e modalità decisamente lontane dal caso egiziano.

Paradossalmente, però, è stata proprio la Tunisia – almeno finora – ad utilizzare gli strumenti più aggressivi nel fronteggiare la crisi alimentare. È questo il caso del già citato decreto 2022-14 volto a punire i diffusori di fake news sulle presunte scarsità di cibo e, più in generale, di un certo tipo di retorica populista molto comune nei regimi autoritari. Citando le parole del Presidente, infatti, il governo “ha dichiarato una guerra spietata contro gli speculatori e i criminali”, una affermazione che però nella pratica non ha trovato riscontro in una strategia di contenimento efficace. All’opposto, l’Egitto ha adottato una strategia diversa e sicuramente molto più cauta. I discorsi di al-Sisi hanno fatto più volte riferimento a questioni operative come la distribuzione di scatole alimentari per i più bisognosi (24 marzo) o il rilancio dell’iniziativa “All of Us Are One” volta a fornire beni alimentari a prezzi scontati in una serie di hub specifici. Sicuramente, questo atteggiamento da parte dell’Egitto è stato in parte influenzato dai negoziati in corso con il FMI per ottenere l’apertura di nuove linee di credito. Per un Paese già sotto osservazione internazionale per vari fattori, mantenere un atteggiamento “gradualista” in questo periodo di crisi è stato strettamente funzionale al miglioramento della propria percezione pubblica e di reputazione internazionale.

Da un punto di vista generale, però, il quadro che emerge non è particolarmente confortante né per i Paesi presi in esame né per quelli della regione nel loro complesso. La crisi alimentare, infatti, ha messo in luce le criticità del modello di approvvigionamento del Medio Oriente, ovvero un meccanismo che era già stato al centro di (più tiepidi) dibattiti a seguito dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari causato dalla pandemia di coronavirus. Fare affidamento eccessivo sulle importazioni possiede, da un lato, il vantaggio di esternalizzare la produzione alimentare in Paesi che possiedono tecnologie più avanzate e condizioni climatiche migliori ma, dall’altro lato, espone tutti gli importatori al rischio di notevoli shock esogeni come avvenuto in queste settimane.

Anche i Paesi dell’area MENA – così come quelli europei –, si trovano quindi nella precaria situazione di dover ridurre almeno in parte la loro dipendenza da una materia prima importata massicciamente dalla Russia. In questo caso, però, ci troviamo difronte non tanto ad un fenomeno di “weaponization” come si è soliti definire l’utilizzo strumentale che Mosca cerca di esercitare nei confronti dei Paesi dipendenti, quanto piuttosto di un’instabilità legata alle dinamiche di mercato. Al fine di affrontare questa crisi, gli Stati mediorientali potrebbero adottare una serie di strumenti che possono essere idealmente divisi in due categorie. Da un lato, vi sono tutte quelle azioni di breve periodo che sono già state in parte utilizzate – laddove possibile – per mitigare gli effetti più immediati della crisi alimentare e garantire alle classi più indigenti l’accesso al cibo. L’Egitto, per esempio, ha creato una serie di hub per fornire rifornimenti alimentari in maniera diretta, andando così a rafforzare uno dei suoi strumenti più noti, ovvero i sussidi alimentari. Questa strategia, però, possiede almeno due problemi: non risolve strutturalmente il problema dell’insicurezza alimentare e si basa esclusivamente sull’utilizzo finanze pubbliche che, come dimostrato dalla storia di questi Paesi, possono entrare facilmente in crisi.

Dall’altro lato, invece, vi sono gli strumenti volti a risolvere il problema dell’insicurezza alimentare nel lungo periodo e che spesso fanno affidamento su un mix di risorse pubbliche e private. Innanzitutto, molti Paesi dell’area MENA potrebbero iniziare a diversificare l’import tra più fornitori come quelli sudamericani – Argentina, Brasile e Uruguay su tutti. Già nel 2021, infatti, a seguito dell’aumento dei prezzi generato dalla pandemia di coronavirus, il Medio Oriente ha aumentato il suo import dal subcontinente americano. È opportuno, però, essere consapevoli che il cambiamento dei fornitori – laddove possibile – rimane un processo tendenzialmente lungo e che, da solo, non permette di superare la dipendenza dal grano russo-ucraino. Inoltre, come suggerito da numerosi report delle organizzazioni coinvolte nello sviluppo dei low-income countries, come ad esempio la Banca Mondiale, alcuni Paesi dell’area MENA possiedono un buon potenziale agricolo domestico per ora non sfruttato. Per poter beneficiare di questa opportunità (in grado di stimolare anche la crescita economica nazionale), sono però necessari una serie di investimenti di lungo periodo nel settore agricolo nazionale. I principali obiettivi da raggiungere sono l’aumento della produttività, la diminuzione del gap tecnologico con i maggiori produttori agricoli e la capacità di far fronte ai futuri problemi legati al cambiamento climatico che, secondo molte previsioni, colpiranno il Medio Oriente in maniera significativa. Inoltre, i policymakers locali dovrebbero cercare di stimolare gli investimenti privati nell’agricoltura locale al fine di eliminare la dipendenza esclusiva di questo settore dalle finanze pubbliche.

Alcune esperienze possono essere utili, inoltre, per contestualizzare il dibattito riguardante i progetti di sviluppo agricolo e sicurezza alimentare nella regione. Da un lato, infatti, vi sono tutti quei Paesi che possiedono grandi risorse economiche ma poco terreno utilizzabile per scopi agricoli come quelli della Penisola arabica. In quest’area, infatti, si è molto diffuso il fenomeno del cosiddetto land grabbing, ovvero l’acquisto (o l’affitto) di terreni da parte di Stati, compagnie multinazionali o individui privati al fine di stimolare la produzione all’esterno dei confini nazionali. Le monarchie arabe del Golfo, soprattutto negli ultimi decenni, hanno infatti dovuto confrontarsi con l’aumento dei prezzi dei prodotti agro-alimentari, in parte influenzati da dinamiche strutturali di lungo periodo come la crescita dei tassi di urbanizzazione e della popolazione. Tra tutti, l’Arabia Saudita ha deciso di affrontare questo problema acquisendo il controllo di più di 1 milione di ettari situati nel continente africano e, in particolare, in Marocco, Etiopia, Mali, Mauritania, Sudan, Sudan del Sud e Senegal. Analoghi investimenti sono stati condotti anche da EAU, Qatar e Kuwait in Sudan ed Etiopia.

Dall’altro lato, invece, vi sono quei Paesi, come quelli nordafricani e levantini, che hanno invece adottato una serie di strumenti alternativi che fanno minor affidamento sulla finanza pubblica nazionale. Alcuni di questi sono stati implementati in cooperazione con una serie di organizzazioni internazionali impegnate nella promozione dell’agricoltura nei low-income countries e riguardano, per esempio, la modernizzazione della tecnologia agro-alimentare locale, il miglioramento degli impianti di lavorazione e dei sistemi idrici, la creazione di nuove associazioni di agricoltori e il trasferimento di know-how al fine di migliorare l’efficienza delle produzioni locali.

Almeno due problemi, però, ostacolano quest’agenda. Uno, più propriamente economico, riguarda le difficoltà nel reperire le risorse necessarie per realizzare questi progetti di sviluppo. Sia il caso egiziano sia quello tunisino mostrano infatti come la crisi alimentare abbia colpito Paesi con una finanza pubblica fragile. Questa situazione può essere in parte superata con i prestiti ottenuti da organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale o, più specificatamente, la Banca Mondiale.
Quest’ultima, in particolare, possiede l’expertise e il know-how necessari per implementare le trasformazioni del settore agricolo necessarie a questi Stati. L’altro problema, più propriamente socio-politico, fa riferimento alla stabilità complessiva dei Paesi dell’area MENA. Le stesse Primavere Arabe, infatti, hanno fornito un disegno chiaro dei rischi connessi alle rivendicazioni sociali e alle crisi politiche della regione, soprattutto se connesse a questioni agro-alimentari. Proprio per questo motivo, la ricerca di un equilibrio tra pace sociale, stabilità politica e intelligente aiuto da parte della comunità internazionale diviene l’unica ricetta per aiutare queste realtà – Egitto e Tunisia su tutte – nell’attuare una trasformazione economica strutturale in grado di rafforzare la loro sicurezza alimentare nel lungo periodo.