L’insorgenza nel Balochistan e i rischi per il Pakistan
Asia & Pacific

L’insorgenza nel Balochistan e i rischi per il Pakistan

By Antonio Scaramella
01.10.2019

Il 23 novembre tre terroristi del Balochi Liberation Army (BLA), un gruppo separatista militante presente nel Balochistan, la più vasta ma più povera regione del Pakistan, hanno attaccato il consolato cinese a Karachi, uccidendo due uomini del personale di sicurezza locale. L’attacco a strutture, investimenti e personale cinese non è una novità in Pakistan, specialmente nella regione del Balochistan. Già l’11 agosto cinque operai cinesi sono stati feriti nei pressi di Dalbandin, circa 200 chilometri a sud della capitale provinciale Quetta mentre si dirigevano al proprio cantiere. La regione non è nuova ad episodi d’insorgenza di diversi gruppi separatisti, solitamente in chiave etno-nazionalistica, ma, mentre tradizionalmente il bersaglio è stato il governo pachistano, oggi la Cina e i cinesi vengono colpiti con maggiore forza e maggior frequenza.

Il BLA, solo il più grande nella galassia di piccoli movimenti indipendentisti del Balochistan, vede infatti nella Cina una nuova potenza coloniale e di conseguenza, un pericolo. Il gruppo, nato nel 2000, raccoglie l’eredità dei movimenti indipendentisti balochi degli anni ’70. L’attuale leader del gruppo, Khair Bakhsh Marri, appartiene a una delle due tribù (Marri e Bugti), che costituiscono il nocciolo duro della resistenza balocha.  Tribù numerose e tra le più potenti della ragione, occupano vaste aree nel nord (Marri) e nel sud (Bugti) della provincia, i primi vicino alle principali zone estrattive (con giacimenti di petrolio, di gas e di minerali preziosi) e i secondi vicino allo strategico porto di Gwadar. L’indipendentismo in Balochistan è un fenomeno che ha inizio con la cessione della provincia al Pakistan nel 1948 del preesistente Stato balochi, il Khanato di Kalat, fino ad allora dominio coloniale britannico. Il trattato, soggetto a interpretazioni contrastanti, pur garantendo l’indipendenza del Khanato, rimetteva al Pakistan le funzioni di governo. Le rivendicazioni etno-nazionaliste che vedono come principale obiettivo del gruppo una maggiore autonomia dal Pakistan si sono con il tempo saldate con le proteste relative alla distribuzione delle risorse all’interno del Paese, eccessivamente sbilanciata verso la maggioranza Punjabi. L’intervento cinese nel paese ha dunque esacerbato delle rivendicazioni già esistenti.

A preoccupare i separatisti è infatti l’enorme piano infrastrutturale del China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), un progetto da ben 62 miliardi di dollari che andrà a collegare la provincia cinese dello Xinjiang al porto pakistano di Gwadar, nel Mar Arabico. Il progetto ha un valore politico e strategico sia per il governo di Pechino che per quello di Islamabad. Il corridoio pakistano dovrà infatti diventare la prima diramazione della Belt and Road Initiative (BRI), chiave della politica di investimento estero del Presidente cinese Xi Jinping che permetterà in parte di evitare il collo di bottiglia dello Stretto di Malacca, fondamentale per l’importazione di idrocarburi dal Medio Oriente verso la Cina. È fondamentale invece per il Pakistan in quanto non solo migliorerà sensibilmente il sistema energetico e di trasporto del Paese, ma anche perché, grazie al massiccio investimenti cinese, ha rifornito le casse statali della valuta estera di cui ha bisogno. Inoltre, al progetto infrastrutturale è stato associato il miglioramento delle centrali elettriche pakistane, che stanno gradualmente facendo cessare i cali di corrente che hanno afflitto il Paese per anni, colpendo sia le persone che le attività produttive, rendendo gli investimenti cinesi ancora più strategicamente rilevanti.

Il CPEC potrebbe rivitalizzare l’economia pakistana, ma se il progetto verrò portato avanti senza un dibattito con le comunità locali, potrebbe far aumentare le tensioni già esistenti fra centro e periferia, irritando le province già trascurate come il Balochistan e, aumentando, il divario sociale il rischio di creare nuovi fonti di conflitto rischia di essere sempre più concreto. Dei capitali cinesi investiti in Balochistan, la popolazione potrebbe non percepire quasi nulla, anzi potrebbe perdere la proprietà della propria terra e lo sfruttamento delle proprie risorse, in particolar modo energetiche e minerarie, di cui la regione è ricca. Con gli accordi attualmente in vigore fra le parti, la Cina avrà diritto al 91% degli introiti derivanti dal CPEC e il Pakistan il 9%, di cui solo uno 0,5% andrà direttamente al Balochistan. Le comunità locali non sono state affatto coinvolte nel progetto e si sono dichiarate contrarie in quanto, se così strutturata, la cooperazione fra i due paesi risulterà per loro dannosa, creando nuovi focolai di protesta e supporto per gli indipendentisti radicali. Per poter costruire il fondamentale porto di Gwadar, che dovrebbe nei progetti cinesi diventare il secondo hub commerciale dopo Hong Kong, il governo ha programmato espropriazioni più o meno forzate. Inoltre, la popolazione locale è stata esclusa dal progetto, sia dal punto di vista formale (non ci sono state consultazioni neanche di facciata) sia da quello pratico, in quanto anche i lavoratori non specializzati, che potevano essere reclutati fra la manodopera locale, vengono o dalla Cina o da altre zone del paese. In una regione dove il 70% della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta e dove il governo non ha attuato politiche per contrastare l’esclusione economica, gruppi separatisti come il BLA possono facilmente trovare supporto, alimentando il problema per la sicurezza del personale e delle infrastrutture cinesi.

Al momento attuale però la preoccupazione cinese per la difesa del suo investimento strategico non ha portato ad un cambiamento di rotta dei due Stati. La Cina si è resa conto della necessità di collaborare più a stretto contatto con il governo locale nell’ambito della sicurezza, dato che normalmente sfrutta contractors non armati, ma non sembra voler deviare i già molti fondi investiti nel Paese verso le politiche sociali che il governo del Primo Ministro Imran Khan ha richiesto per smorzare le tensioni nell’area. Al momento attuale la questione della sicurezza e del costo in capitale umano del progetto, pur allarmando le autorità di Pechino, non sembra sufficiente per spingerle ad una rinegoziazione dell’accordo.

Eppure, se la situazione non dovesse trovare un punto di svolta è facile pensare che il leitmotiv della Cina come nuovo colonizzatore affiancato dallo Stato Pakistano farà sempre maggiore presa sulla popolazione. Le proposte inizialmente avanzate dal governo centrale per diminuire l’influenza della retorica etno-nazionalista comprendono nuove politiche agricole e di irrigazione (la regione è prevalentemente arida) insieme ad una serie di incentivi economici per la costruzione di impianti di desalinizzazione, fondamentali per sopperire alla mancanza di risorse idriche. Queste proposte non sono state ancora realizzate né sono stati stanziati i fondi necessari che il Pakistan non possiede e che la Cina non è disposta a concedere. Dovendo però dare una risposta all’alleato cinese in relazione alla sicurezza del proprio investimento, il governo federale ha messo in atto misure di pubblica sicurezza per limitare le proteste anti-CPEC, aumentando la presenza delle forze di polizia vicino ai cantieri nella speranza far diminuire le azioni di gruppi come il BLA. Azioni del genere però potrebbero rivelarsi controproducenti: la minoranza balocha colpita da questi provvedimenti è il primo bacino di reclutamento per i gruppi indipendentisti, e una politica repressiva potrebbe portare ancora più persone ad unirsi o a sostenere la loro causa.

I militanti del BLA accusano il governo centrale con i suoi militari di voler colonizzare la provincia, rendendoli una minoranza nel loro stesso territorio e sfruttando le loro risorse, arrivando a definire la Cina come “un oppressore” che agisce con la complicità di Islamabad. Politiche repressive, unite alla mancanza di investimenti sociali concreti potrebbero facilmente portare ad una nuova e più agguerrita recrudescenza del fenomeno, aumentando ulteriormente i costi per la realizzazione del CPEC, sia in termini economici sia di capitale umano. Non solo, le istanze indipendentiste della regione potrebbero con facilità saldarsi con quelle di altri gruppi che condividono questo atteggiamento anti-statale. Tra questi, sia i movimenti nazionalisti nel Sindh, nel Sud del Pakistan (al momento con un limitato supporto popolare), ma anche i gruppi di ispirazione jihadista che sono presenti nel territorio da anni come i Talebani pakistani (Teherik-e-taliban Pakistan, TTP), Jamaat-ul-Ahrar o Lashkar-e-Jhangvi. Inoltre, sia al-Qaeda che l’IS Khorasan hanno dichiarato la Cina proprio nemico in risposta al trattamento riservato alla minoranza uigura nello Xinjiang. Colpire gli interessi cinesi in Pakistan, anche attraverso il supporto a gruppi come il BLA, potrebbe dunque rivelarsi una nuova strategia percorribile per queste formazioni.

La gestione politica delle diverse criticità in Balochistan, dunque, si è ormai affermata come uno dei punti più urgenti nell’agenda del governo di Islamabad. Nonostante il governo di Islamabad abbia schierato circa 10 mila uomini lungo il tracciato del CPEC, in maggioranza proprio in Balochistan, gli attacchi probabilmente continueranno, in quanto il terreno montuoso della regione e il confine poroso con l’Afghanistan rendono complicata la mesa in sicurezza del territorio da parte delle autorità centrali.  La stabilità dell’area è però fondamentale per poter dimostrare all’alleato cinese di essere in grado di tutelare i comuni interessi legati all’implementazione del CPEC. Infatti, se da una parte la Cina ha tutto l’interesse a proseguire la costruzione del corridoio commerciale, la sicurezza degli investimenti e del personale cinese presente nella regione rimane prioritaria. Finora Pechino ha confermato il supporto al governo di Imran Khan, ma non è da escludere un incrinarsi dei rapporti fra le due nazioni nel caso in cui gli attacchi dovessero continuare. D’altra parte, vista la difficoltà delle negoziazioni con il Fondo Monetario Internazionale il Pakistan ha la necessità di mantenere stabili i rapporti con l’alleato cinese per non rischiare il default.