Il massacro di Inates e la crescita del terrorismo Jihadista in Niger e nel Sahel
Africa

Il massacro di Inates e la crescita del terrorismo Jihadista in Niger e nel Sahel

By Marco Di Liddo
12.15.2019

Lo scorso 12 dicembre, la base militare nigerina di Inates, nella regione occidentale di Tillaberi, al confine con il Mali, è stata oggetto del più pesante attacco terroristico nella storia del Paese e di uno dei più gravi di tutta la regione del Sahel. Nello specifico, un commando formato da almeno un centinaio di miliziani e diverse decine di veicoli ha attaccato l’infrastruttura delle Forze Armate, causando la morte di non meno di 70 soldati. Per livello di sofisticazione, l’attacco non ha precedenti nella storia recente sia del Niger che dell’intera fascia saheliana. L’attuale assenza di rivendicazioni ufficiali non diminuisce la possibilità che la paternità dell’attacco sia da attribuire ai movimenti della nutrita galassia jihadista saheliana, con un sospetto particolare rivolto alla provincia dello Stato Islamico nel Grande Sahara (SIGS), realtà sempre più presente nelle aree occidentali del Niger.

Neppure durante la fase più acuta della sanguinosa guerra civile del Mali (2011-2013), quando le milizie jihadiste provenienti dal nord si erano spinte fino a Mopti salvo poi arrestare la propria corsa di fronte alla superiorità delle truppe francesi dell’operazione Serval, si era assistito ad un simile livello di violenza, coordinamento ed efficacia in attacchi condotti da gruppi para-militari.

Purtroppo, l’attacco di Inates non resta un caso isolato e, anzi, può essere considerato il nuovo punto apicale raggiunto dal jihadismo saheliano in termini di capacità offensive, controllo del territorio e allargamento dello spettro strategico nella regione. Infatti, per tutto il 2019, Mali, Burkina Faso e Niger sono stati colpiti da un numero crescente di attentati, progressivamente più complessi e diretti contro target dal valore politico, economico e militare sempre più alto. A riguardo, citando esclusivamente i casi più recenti, basta pensare all’attacco contro la base militare maliana di Tabankort, nella regione centro-meridionale di Gao, al confine con il Niger (18 novembre 2019, 30 morti), agli attentati contro le miniere aurifere e gli operai ivi impiegati in Burkina Faso orientale e settentrionale (4 ottobre e 7 novembre, oltre 60 morti in totale) ed infine all’imboscata contro la pattuglia congiunta formata da militari statunitensi e nigerini a Tongo Tongo (ottobre 2017, 8 morti di cui 4 “Berretti Verdi”). Tuttavia, accanto a questi attacchi “maggiori” va collocata la miriade di attentati “minori” contro alcune comunità etnico-religiose locali e contro quei leader tribali e religiosi, sia musulmani che cristiani, invisi ai movimenti terroristici.

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