Il disarmo delle milizie irachene: tra disfunzionalità statali e crisi regionali
Middle East & North Africa

Il disarmo delle milizie irachene: tra disfunzionalità statali e crisi regionali

By Rima Rezgui
10.06.2026

Il 22 settembre, il Primo Ministro iracheno Ali Al-Zaidi ha annunciato il rinvio a giugno 2027 del termine per completare il processo di disarmo delle milizie e ricondurre tutte le armi sotto il controllo dello Stato. La scadenza, inizialmente fissata al 30 settembre in coincidenza con il completamento del ritiro delle forze statunitensi dall’Iraq, è stata nuovamente posticipata dopo mesi di crescente ambiguità e di fronte alla resistenza di alcune delle principali formazioni armate. Il rinvio arriva in un momento in cui il disarmo delle milizie irachene era particolarmente atteso a livello regionale, anche alla luce della loro capacità di agire al di fuori del controllo di Baghdad. L’11 settembre, infatti, droni lanciati dalla provincia di Maysan hanno colpito la East-West Pipeline saudita, provocando danni a tre stazioni di pompaggio e la temporanea interruzione dei flussi di greggio. L’attacco, per il quale nessuna formazione ha rivendicato ufficialmente la responsabilità, è stato attribuito a un gruppo della cosiddetta Resistenza islamica in Iraq. L’infrastruttura, che collega i giacimenti orientali del Regno al terminale di Yanbu, , trasporta circa 4-5 milioni di barili al giorno, con lo Stretto di Hormuz chiuso, ha assunto un ruolo cruciale come rotta alternativa per l’export di greggio.

Più che il semplice differimento di una scadenza, la decisione potrebbe essere interpretata come un ulteriore segnale delle difficoltà di Al-Zaidi nel consolidare un sistema politico-istituzionale definito e inclusivo, capace di integrare le diverse componenti politiche, sociali e confessionali del Paese e, al contempo, di ricondurre gli attori armati sotto la piena autorità dello Stato. In questo quadro, il permanere di attori armati autonomi potrebbe non rappresentare soltanto un ostacolo al consolidamento dell’autorità statale irachena, ma anche consentire alle milizie di trascinare il Paese all’interno di dinamiche di conflitto regionale non direttamente scelte dal Governo, con possibili ripercussioni sui rapporti di Baghdad con gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo.

A differenza dei suoi predecessori, al-Zaidi si trova a gestire il processo di disarmo in una fase in cui la fragilità economica del Paese potrebbe restringere ulteriormente i margini di manovra del Governo. La guerra tra Stati Uniti e Iran e la conseguente interruzione dei traffici attraverso lo Stretto di Hormuz hanno infatti colpito direttamente la principale fonte di entrate dell’Iraq: se prima del conflitto Baghdad esportava oltre 3,3 milioni di barili al giorno, a marzo i volumi sono crollati a circa 600.000 barili, per poi risalire ad agosto a circa 2,34 milioni, comunque significativamente al di sotto dei livelli pre-crisi.

Il disarmo delle milizie, quindi, non riguarda soltanto la capacità dello Stato iracheno di esercitare il monopolio della forza, ma costituisce anche una condizione che Baghdad deve soddisfare per preservare il sostegno statunitense. La rilevanza di questa condizione emerge soprattutto sul piano economico e finanziario, basti pensare che i proventi petroliferi iracheni confluiscono tutt’ora in un conto della Banca centrale irachena presso la Federal Reserve.

È anche alla luce di questa dipendenza che va letta l’attivazione dell’amministrazione al-Zaidi sul fronte degli investimenti statunitensi. In tale direzione, durante la visita a Washington di luglio, il Governo iracheno ha concluso 48 accordi e memorandum con società americane, per un valore complessivo superiore ai 60 miliardi di dollari. A fronte di queste limitazioni strutturali e della reticenza di alcune formazioni, il piano di disarmo ha subito un progressivo ridimensionamento dell’obiettivo iniziale: dalla richiesta di consegnare gli arsenali entro la fine di settembre, Baghdad è passata a un processo graduale che prevede, dopo una sospensione di 90 giorni degli attacchi, l’integrazione dei singoli combattenti nelle istituzioni di sicurezza irachene entro giugno 2027. La scelta di procedere su base individuale risponde alla volontà di Al-Zaidi di separare i combattenti dalle strutture di comando delle milizie e di ricondurli sotto una catena di comando statale, riducendo al contempo la possibilità per i gruppi armati di sfruttare la presenza nelle Popular Mobilization Forces (PMF) per ottenere risorse e protezione istituzionale, mantenendo una capacità operativa autonoma. Tuttavia, il processo lascia aperto il nodo delle reti di leadership e dell’influenza politica delle fazioni, che potrebbero essere riprodotte all’interno dello stesso apparato di sicurezza.

Alcune fazioni avrebbero inoltre avviato una frammentazione in piccole cellule, armate, addestrate e coordinate dall’Iran ma dotate di autonomia operativa: alcune di esse avrebbero già condotto almeno sette attacchi con droni contro Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti nei mesi scorsi… Ciò potrebbe ridurre il valore della conformità al piano di disarmo, dal momento che l’adesione delle strutture madri non implica necessariamente il trasferimento allo Stato della capacità di mobilitare uomini, risorse e mezzi.

Il piano di Al-Zaidi ha raccolto il sostegno di alcune delle principali formazioni sciite, tra cui Saraya al-Salam di Muqtada al-Sadr, Asa’ib Ahl al-Haq e Kata’ib Imam Ali, mentre le principali formazioni della Resistenza Islamica in Iraq, tra cui Kata’ib Hezbollah, Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Sayyid al-Shuhada, hanno respinto il piano e contestato l’ultimatum fissato dal Governo. Dietro questa divisione vi sono interessi differenti: se Sadr può utilizzare il sostegno al processo per rafforzare la propria legittimità politica rispetto ai rivali, altri gruppi sembrano considerare l’adesione un modo per preservare il proprio spazio politico e istituzionale, Al contrario, le fazioni della Resistenza inserite nell’architettura regionale costruita da Teheran, tra cui rientrano anche Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen, considerano il mantenimento della capacità armata uno strumento fondamentale sia alla difesa della sovranità irachena sia al più ampio sistema di deterrenza iraniano.

La posizione delle fazioni filo-iraniane riflette inoltre la strategia a due binari di Teheran: il 28 luglio, il consigliere per la sicurezza nazionale iracheno Qasim Al-Aboudi, ha riferito che l’Iran ha accettato di contribuire a porre fine alla presenza di armi al di fuori delle istituzioni statali, ma già il 10 agosto il comandante della Forza Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), Esmail Qaani, durante gli incontri con i rappresentanti di queste ultime, avrebbe chiarito la disponibilità di Teheran a discutere della questione delle armi, ma non della loro effettiva consegna, considerata una “linea rossa” per il ruolo che quelle capacità militari continuano a svolgere nella strategia iraniana. Pochi giorni dopo, durante la visita in Iraq del Presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, Teheran avrebbe proposto di congelare o trasferire in Iran le armi pesanti delle milizie fino al raggiungimento di un accordo politico con il Governo iracheno.

Alla luce di quanto detto, l’effettiva integrazione delle milizie entro giugno 2027 si preannuncia un processo complesso, anche perché tali formazioni risultano profondamente radicate nel sistema politico e istituzionale iracheno. In questo senso, l’incorporazione delle principali organizzazioni armate sciite nelle PMF nel 2014 e il riconoscimento formale del loro status all’interno dell’apparato di sicurezza nel 2016 ne hanno consolidato la posizione e garantito l’accesso alle risorse statali, con finanziamenti pubblici che ammontavano a circa 3,4 miliardi di dollari nel 2024. A ciò si somma una crescente influenza economica, alimentata da un’ampia diversificazione delle entrate, che spazia dalle attività commerciali legali riconducibili alle PMF ai circuiti illeciti del contrabbando, fino al controllo di posti di blocco, snodi commerciali e infrastrutture energetiche.

In prospettiva regionale, l’esito del negoziato sul disarmo sembra dipendere anche dall’evoluzione del confronto tra Washington e Teheran. Qualora lo stallo dovesse protrarsi, appare più probabile uno scenario di integrazione solo formale, in cui le milizie verrebbero inquadrate nelle strutture statali conservando, con ogni probabilità, autonomia operativa, capacità militare e reti economiche. In tale quadro, il termine di giugno 2027 potrebbe rivelarsi più un obiettivo politico che una scadenza effettivamente vincolante.

Il nuovo rinvio, in questo senso, appare come la presa d’atto di un processo che, allo stato attuale, manca delle condizioni essenziali per essere portato a termine: la proroga consente a Baghdad di guadagnare tempo, ma non scioglie i nodi strutturali che ostacolano l’integrazione dei gruppi armati: la persistente disfunzionalità dello Stato iracheno e una crisi regionale ancora aperta si innestano infatti su un processo di integrazione già di per sé estremamente complesso. Per questo, più che un risultato conseguibile nel breve termine, il monopolio statale della forza rimane un complesso traguardo di lungo periodo.