Dalla guerra interna allo scontro con Asmara: la nuova escalation dell'Etiopia
Il 4 ottobre, la riconquista da parte delle forze filogovernative etiopi di Macallè, capitale della regione settentrionale del Tigray, ha restituito ad Addis Abeba una posizione di forza, proprio mentre si riapriva il fronte con la confinante Eritrea. Nel giorno del giuramento per il nuovo mandato, il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed Ali ha poi colto l’occasione per rilanciare le ambizioni strategiche su uno sbocco diretto al Mar Rosso, perso con l’indipendenza di Asmara nel 1993. Il segnale suggerisce che la partita travalica il Tigray: per l’Eritrea, infatti, la ripresa di Macallè e il rilancio delle ambizioni marittime etiopi rappresentano solo il preludio a un’offensiva verso il porto di Assab. Tale lettura prende quota in un quadro interno che risulta comunque fortemente destabilizzato. L’offensiva lanciata il 23 settembre da un’alleanza di sei formazioni armate, guidata dal Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF) per rovesciare il Premier Ahmed, segna infatti la più grave escalation dalla fine della guerra civile del 2020-2022, dimostrando come l’Accordo di Pretoria non abbia mai sanato le criticità di fondo, dalle dispute territoriali al disarmo delle milizie. A complicare lo scenario si inserisce il drastico deterioramento dei rapporti diplomatici tra Etiopia ed Eritrea, sfociato il 9 ottobre in una denuncia formale di Addis Abeba al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per presunte incursioni di Asmara fino a 60 km oltre il confine. Sebbene sul terreno non si assista ancora a uno scontro ad alta intensità tra gli eserciti regolari, la tensione è alimentata da penetrazioni tattiche e dall’impiego mirato di droni, attorno a cui si saldano anche le diplomazie avverse: il vertice del 4 ottobre a El-Alamein tra Egitto, Eritrea, Somalia e Sudan ha infatti formalizzato un’intesa in chiave anti-etiope, alimentato dalla contesa idrica sulla diga GERD con il Cairo e dalle frizioni di Mogadiscio per l’accordo commerciale siglato da Addis Abeba con il Somaliland. Date le premesse, le profonde fragilità finanziarie e la saturazione su molteplici fronti interni rendono improbabile che Addis Abeba e Asmara scivolino verso un conflitto aperto su vasta scala tra le rispettive forze armate. L’orizzonte più plausibile traccia piuttosto i contorni di una guerra di logoramento a bassa intensità, condotta per via indiretta attraverso il supporto opportunistico alle insorgenze etniche locali e circoscritta alle regioni di Afar, Amhara e Tigray. Tra le incursioni tattiche eritree e la risposta aerea dei droni etiopi, la crisi appare destinata a cronicizzarsi in un nuovo stato di instabilità permanente, in cui i tentativi di mediazione promossi dall’Unione Africana o dagli attori del Golfo si limiteranno a congelare temporaneamente la linea di contatto, lasciando intatte le fratture strutturali che continuano a consumare il Corno d’Africa.