Gli attentati in Israele e i rischi di un’escalation di violenza
Middle East & North Africa

Gli attentati in Israele e i rischi di un’escalation di violenza

By Elia Preto Martini
04.05.2022

Nell’arco di una settimana Israele è stata scossa da tre attentati che hanno provocato la morte di undici civili. Due attacchi su tre (Beersheba e Hadera, rispettivamente il 22 e il 27 marzo) sono stati ufficialmente rivendicati dallo Stato Islamico (ISIS), mentre il terzo (accaduto a Bnei Brak, alle porte di Tel Aviv, il 29 marzo) potrebbe esserne stato ispirato dal medesimo gruppo, ma la sua paternità – ancora incerta – dovrebbe essere stata attribuita dalle autorità alla Palestinian Islamic Jihad. Ciononostante, secondo le ricostruzioni più accreditate gli assalitori avrebbero agito in tutti e tre gli attacchi come “lupi solitari”, ovvero individui che agiscono senza il coinvolgimento diretto di un gruppo terroristico nella fase di pianificazione ed esecuzione dell’attacco. Proprio la mancanza di una definita rete a loro supporto si è rivelata essere un problema non indifferente per lo Shin Bet (i servizi interni di intelligence del Paese) per via della difficoltà nell’individuare e colpire preventivamente i soggetti in questione.

Gli attentati hanno spiazzato profondamente società e istituzioni israeliane, le quali sono sembrate quasi sorprese dall’ondata di violenza. Una valutazione che a posteriori appare errata, sebbene l’eredità degli scontri di Gerusalemme dell’aprile-maggio 2021 avesse in realtà mostrato una fotografia diversa di una società israeliana divisa lungo una linea di faglia interetnica più profonda e pericolosa, con il tema mai efficacemente affrontato della convivenza tra arabi e israeliani.

Al netto di ciò, però, è importante sottolineare l’atteggiamento compatto del mondo palestinese e di quello arabo-israeliano nel condannare gli attentati – ad eccezione di Hamas, che invece ha applaudito alle “imprese”. Sia l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sia i due rappresentanti arabi presenti nel governo Bennett – rispettivamente Esawi Frej, Ministro per gli affari regionali e deputato della sinistra sionista Meretz, e Mansour Abbas, Vice Speaker della Knesset e leader del partito islamico Raam – si sono immediatamente espressi senza alcuna ambiguità contro le violenze registrate nell’ultima settimana. Presumibilmente alla base di queste posizioni vi sono i timori più fondati che tali episodi potessero offrire il fianco ad una recrudescenza di nuove ostilità (sulla falsa riga di quanto accaduto appunto un anno fa), con l’intento di approfondire le divisioni nella comunità araba e israeliana e aprire il fianco a istanze sempre più radicali in quella palestinese.

Alla luce delle seguenti informazioni, è più che mai necessario comprendere la natura di questi eventi. Il precario rapporto esistente tra Israele e la popolazione palestinese potrebbe essere strumentalizzato dalle attività dell’ISIS o da altri gruppi ben più radicati e presenti nel tessuto sociale e identitario del territorio, portando a conseguenze imprevedibili e pericolose. Almeno inizialmente, infatti, si era ipotizzato che questi attacchi potessero fungere da preludio ad una serie di violenze organizzate sul modello di una “intifada”. Una riflessione nata per via di una serie coincidenze simboliche tra date e ricorrenze degli attacchi accaduti in questo periodo dell’anno, come la commemorazione della Giornata della Terra (30 marzo) e la concomitanza dell’approssimarsi delle tre festività importanti per le religioni monoteiste, ovvero l’inizio del mese sacro del Ramadan (2 aprile), la Pasqua cristiana (17 aprile) e la Pesach (15-23 aprile).

Tuttavia, allo stato attuale un’interpretazione di questo tipo non sembra essere del tutto completa per spiegare la complessità degli eventi di questi giorni, più che mai sensibili alle grandi mutazioni politiche avvenute in Medio Oriente negli ultimi anni. In definitiva, l’obiettivo più plausibile di queste nuove manifestazioni di violenza appare riconducibile all’idea, da parte degli attentatori, di minare – a livello empatico e politico – il processo di normalizzazione arabo-israeliano, rappresentato simbolicamente dagli Accordi di Abramo del 2020 e rafforzatosi in questi anni grazie a una serie di segnali di distensione, formali e informali, arrivati da numerosi Paesi arabi. Proprio questi ultimi, che a livello di leadership hanno mostrato una crescente distanza rispetto alle dinamiche politiche in corso a Gaza e in Cisgiordania (ad eccezione del Qatar), sono accusati dalle frange arabe più conservatrici di aver abbandonato l’impegno verso la causa palestinese.

Da un punto di vista strettamente politico e domestico, invece, grande importanza avrà la risposta del governo Bennett che, come è noto, possiede al suo interno anche una serie di personalità che supportano una “linea dura” nei confronti dei palestinesi. Almeno per ora, però, il Primo Ministro sembra aver adottato una linea non “punitiva” con misure adeguate a tale proposito – come le restrizioni alla libertà di movimento e di culto –, consapevole del fatto che una reazione preventiva troppo forte potrebbe portare le parti in causa a raggiungere un livello di violenza eccessivo che possa fungere da preludio ad un’ulteriore escalation.

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