Elezioni in Turchia: la sfida Erdoğan-Kılıçdaroğlu al ballottaggio
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Elezioni in Turchia: la sfida Erdoğan-Kılıçdaroğlu al ballottaggio

By Giuseppe Dentice
05.15.2023

Le attese elezioni (parlamentari e presidenziali) in Turchia del 14 maggio hanno decretato la vittoria di Recep Tayyip Erdoğan con il 49,24% dei voti. Staccato di poco meno di 5 punti percentuali (45,06%) Kemal Kılıçdaroğlu, leader del Partito Popolare Repubblicano (CHP) e della cosiddetta “Alleanza per la Nazione”, la coalizione delle opposizioni composta da differenti anime accomunate solo dalla possibile sconfitta dell’attuale Capo di Stato. Decisamente lontano, invece, il terzo candidato, il nazionalista Sinan Ogan con il 5,23% delle preferenze. L’elezione è stata molto seguita come testimoniato dai dati ufficiali del Consiglio Elettorale Supremo (YSK), che ha confermato un’affluenza record (poco del 90% su 64 milioni tra gli aventi diritto).

Al netto del risultato e delle accuse reciproche tra le parti di possibili brogli, saranno tuttavia necessari i ballottaggi del 28 maggio (data del decimo anniversario delle proteste di Gezi Park a Istanbul) per decretare o meno la svolta possibile nel Paese. Ciò detto, il voto lascia in ogni caso alcuni dati incontrovertibili.

Innanzitutto, la prova conseguita dall’AKP e dal Presidente in carica è stata importante nonostante tutti i sondaggi davano l’incumbent e l’esecutivo come perdenti. Infatti, la temuta perdita di fiducia popolare non è stata così netta. Un elemento ancor più evidente come emerso dalle preferenze parlamentari che, secondo dati non ancora definitivi, dovrebbero consegnare il 49,38% dei seggi alla maggioranza, costituita dal Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) e dal Partito del Movimento Nazionalista (MHP), tenendo quindi ben lontana l’Alleanza per la Nazione che ha raccolto solo il 35,16% dei consensi. A ciò andrebbero aggiunte le schede di Sinistra Verde (9,7%), che riunisce al suo interno il voto dei curdi dell’HDP confluiti in questa nuova formazione e che si pone in un appoggio esterno alle attuali forze di opposizione parlamentare.

In secondo luogo, Erdoğan si è confermato in Anatolia, mentre ad Istanbul, Ankara, Smirne, nel sud-ovest costiero e nelle aree terremotate del sud-est del Paese, l’affermazione di Kılıçdaroğlu è stata netta ma in ogni caso l’AKP ha tenuto. Un dato forse contraddittorio ma che trova una duplice chiave di interpretazione. Da un lato le grandi città del Paese sono già amministrate dalle opposizioni, mentre nelle aree del sud-est, tradizionalmente vicine al voto conservatore dell’AKP, ha pesato enormemente il terremoto. Il voto si è mostrato come un chiaro segno di dissenso e discontinuità rispetto alle politiche del governo, a causa della mala-gestione del post-sisma e delle indiscrezioni, arresti e accuse di corruzione emerse all’indomani del tragico evento che hanno creato forte apprensione e critica nei confronti della leadership e delle istituzioni tutte a guida AKP da parte delle popolazioni locali.

Un terzo dato importante è legato dall’economia, che continua ad essere un grande malato e un problema di non poco conto considerate le difficoltà enormi degli ultimi tempi. Il Paese è falcidiato da una crescente crisi economico-finanziaria causata dal deprezzamento della lira turca (svalutata del 60% rispetto a euro e dollaro) e dall’impennata dell’inflazione (oltre l’80%). Proprio l’economia e le sue risorse sono state – e presumibilmente lo saranno anche durante il ballottaggio – al centro dell’intera campagna elettorale. Erdoğan si è speso personalmente molto, promettendo aumenti degli stipendi degli statali (+45%), nuove sovvenzioni per le bollette di elettricità e gas, nonché promesso grandi infrastrutture per rilanciare l’economia. Il tutto senza perdere di vista l’uso di una retorica incendiaria e strumentale contro curdi e minoranze, accusate di terrorismo.

Pertanto, la sfida rimane ancora molto aperta e il ballottaggio definirà un eventuale cambio di passo per il futuro della Turchia, fermo restando che il presente è talmente segnato da criticità che l’esecutivo che verrà fuori dalle urne dovrà affrontare necessariamente tutto con estrema urgenza.

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