PROTEZIONE E RESILIENZA: LA DIFESA DELLE INFRASTRUTTURE CRITICHE NELL’ERA DELLE MINACCE IBRIDE
Defence & Security

PROTEZIONE E RESILIENZA: LA DIFESA DELLE INFRASTRUTTURE CRITICHE NELL’ERA DELLE MINACCE IBRIDE

By Giorgia Cadei
10.06.2026

Nella notte tra il 17 e il 18 settembre 2026 un Eurofighter Typhoon italiano è stato danneggiato nella base saudita King Fahd di Ta’if, in provincia di La Mecca. L’episodio rappresenta un caso studio utile per evidenziare come, nei teatri operativi, le infrastrutture militari risultino sempre più esposte all’impiego di capacità aeree e missilistiche da parte di attori ostili. In questa prospettiva, l’osservazione del recente conflitto tra Stati Uniti, Israele e Repubblica Islamica dell’Iran ha permesso di rilevare una crescente stratificazione delle capacità offensive, differenziate per livelli di sofisticazione e caratteristiche tecniche. Nel complesso, risultano particolarmente adoperati sia assetti high-end, come missili balistici e da crociera, sia sistemi low-end, come i droni d’attacco a lungo raggio (OWA-UAV – One-Way Attack Unmanned Aerial Vehicle), anche impiegati per condurre attacchi saturanti attraverso salve massicce e multi-vettore o lanci più contenuti ma ad alta frequenza.

La crescente articolazione delle capacità offensive rende quindi necessario rafforzare e stratificare le architetture di difesa delle basi, soprattutto nei teatri caratterizzati da un’elevata esposizione a minacce aeree e missilistiche. Una protezione più efficace richiede una rete integrata di sensori per la sorveglianza, l’individuazione e il tracciamento dei vettori, in grado di alimentare i sistemi di early warning, e un’architettura di Comando e Controllo (C2) capace di fondere le informazioni disponibili e coordinare l’impiego degli effettori più adeguati. Sistemi a corto, medio e lungo raggio, incluse capacità dedicate alla difesa contro missili balistici, consentono quindi di affrontare pericoli caratterizzati da differenti traiettorie, quote e velocità. Alla difesa attiva si affiancano poi misure di protezione passiva, quali la dispersione degli assetti, l’hardening delle infrastrutture, la ridondanza, il camuffamento e la deception, finalizzate a ridurre la vulnerabilità complessiva della base e a limitarne gli effetti in caso di penetrazione delle difese.

Il quadro cambia, però, quando la protezione delle infrastrutture si confronta con forme di attacco condotte al di fuori di un contesto puramente militare e attraverso assetti più semplici e difficili da individuare. Nel continente europeo, il crescente ricorso a strumenti riconducibili a strategie ibride e a sistemi unmanned ha infatti ampliato il tradizionale profilo di rischio per le infrastrutture critiche, esponendole a operazioni caratterizzate da bassa intensità, elevata frequenza e difficile attribuzione. L’evoluzione delle modalità di attacco impone, quindi, un ripensamento del concetto stesso di sicurezza delle infrastrutture civili, nelle quali la protezione dei siti sensibili non può essere ricondotta al solo modello adottato nei teatri operativi, ma richiede un approccio capace di integrare strumenti di difesa, sicurezza interna, cooperazione e resilienza.

Negli ultimi due anni, diversi Paesi NATO hanno registrato avvistamenti e incursioni di aeromobili a pilotaggio remoto (UAVs – Unmanned Aerial Vehicles) nei rispettivi spazi aerei. Gli episodi hanno interessato aeroporti, industrie della difesa e infrastrutture energetiche critiche, provocando incendi, esplosioni, danneggiamenti e temporanee interruzioni delle attività, oltre ad allarmi e interventi delle forze di sicurezza. Identificare la provenienza e la tipologia dei velivoli, così come stabilire le intenzioni dell’operatore, non è tuttavia immediato. Le ricostruzioni hanno, infatti, indicato l’uso di piattaforme differenti, da quadricotteri a velivoli ad ala fissa, fino a motherships e UAV impiegati con carichi esplosivi, anche attraverso il loro lancio o recupero da navi commerciali. L’impiego di piattaforme relativamente economiche per condurre gli attacchi può imporre al difensore costi operativi ed economici sproporzionati rispetto a quelli del vettore, mentre l’attribuzione dell’operazione rimane spesso incerta. Rispetto alle incursioni condotte in teatri di guerra, quelle effettuate in aree civili possono inoltre perseguire finalità differenti dalla distruzione del bersaglio, mirando a disturbare, sondare vulnerabilità o provocare una reazione. Lo scopo può, quindi, essere raccogliere informazioni sulle procedure di sicurezza e sui tempi di risposta, incrementando al contempo la pressione sullo Stato colpito. Alle attività cinetiche, come il sabotaggio fisico, si affiancano così operazioni non cinetiche di Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione (ISR – Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), mappatura delle vulnerabilità e probing per testare i tempi di risposta, oltre a jamming, spoofing e attacchi cibernetici.

I piccoli UAVs, peraltro, possono risultare difficili da rilevare e tracciare con i tradizionali radar di sorveglianza, a causa della ridotta sezione radar equivalente (RCS – Radar Cross Section), dei profili di volo a bassa quota, delle limitate velocità e delle difficoltà di discriminare il bersaglio dal clutter ambientale. In particolare, i filtri Doppler impiegati per distinguere i bersagli in movimento dalle componenti statiche dell’ambiente possono risultare meno efficaci quando il drone presenta una velocità ridotta rispetto allo sfondo. Il contrasto di queste minacce richiede quindi un approccio multi-sensore, nel quale radar, sensori a radiofrequenza (RF – Radio Frequency), sistemi elettro-ottici e infrarossi (EO/IR – Electro-Optical/InfraRed) e, ove disponibili, sensori acustici concorrono all’interno di un’architettura di C2 supportata da reti di comunicazione, comprese quelle 5G, e da sistemi di Intelligenza Artificiale (IA). L’obiettivo è combinare fonti informative complementari per migliorare rilevamento, identificazione e tracciamento. In questo quadro, i radar garantiscono un’ampia capacità di scoperta, mentre i sistemi EO/IR possono fornire la conferma visiva del bersaglio e i sensori RF rilevare eventuali emissioni associate al sistema. Questi ultimi risultano tuttavia meno efficaci contro piattaforme autonome o sistemi che non dipendono da collegamenti radio convenzionali. La stessa architettura Counter-Unmanned Aerial Systems (C-UAS) può quindi associare differenti effettori, dagli strumenti di guerra elettronica (EW – Electronic Warfare) ai sistemi a energia diretta (DEW – Directed Energy Weapons), dagli intercettori alle armi convenzionali, a cui si aggiungono sistemi come le reti di cattura. Lo scopo è costruire una capacità stratificata nella quale sensori ed effettori operino attraverso un’unica catena di rilevamento, identificazione e ingaggio.

La difficile attribuzione dell’operatore e dell’obiettivo del velivolo può inoltre complicare la valutazione della natura malevola dell’attività. In questo contesto, le capacità non cinetiche assumono particolare rilievo perché consentono di interrompere o degradare le funzioni del drone senza ricorrere alla sua distruzione fisica. La guerra elettronica può interferire con i collegamenti tra UAV e operatore o con i sistemi di navigazione attraverso tecniche di jamming, spoofing e meaconing, mentre le capacità cibernetiche possono colpire, ove accessibili, i sistemi di comunicazione, controllo e gestione del velivolo. Rispetto agli intercettori cinetici, tali strumenti possono offrire vantaggi in termini di costo per ingaggio e di possibilità di intervenire su più bersagli, sebbene la loro efficacia dipenda dalle caratteristiche del sistema e dal grado di autonomia del drone. A queste capacità si affiancano le armi a energia diretta e microonde, che ampliano il ventaglio delle opzioni disponibili per neutralizzare il target senza ricorrere a un intercettore convenzionale.

A fronte di queste minacce persistenti, ambigue e sottosoglia, la sicurezza delle infrastrutture non può essere ricondotta alla sola capacità di prevenire o neutralizzare l’attacco. Anche possedendo le tecnologie necessarie, la disponibilità di sensori, effettori e personale non consente infatti di garantire una protezione uniforme a ogni infrastruttura. Diventa quindi necessario stabilire quali siti proteggere prioritariamente e con quale livello di copertura, sulla base della probabilità di attacco, della vulnerabilità e delle conseguenze di un’eventuale interruzione. La difesa deve essere quindi distribuita secondo un approccio basato sul rischio, concentrando le capacità più avanzate sugli assetti la cui compromissione produrrebbe gli effetti più rilevanti e ricorrendo a misure di sorveglianza, protezione passiva, ridondanza e ripristino. Questo principio è coerente con l’approccio europeo, che prevede di graduare le misure in funzione dei rischi e dell’importanza dei servizi essenziali. La resilienza deve quindi affiancare la difesa, consentendo di assorbire un attacco, limitarne gli effetti, mantenere le funzioni essenziali e ripristinare rapidamente quelle compromesse. In questa prospettiva, la European Drone Defence Initiative (EDDI), attualmente in fase di sviluppo e con pieno funzionamento previsto entro la fine del 2027, rappresenta una proposta per sviluppare una capacità antidrone multilivello e interoperabile, anche a protezione delle infrastrutture critiche. La protezione assume così una dimensione whole-of-government e whole-of-society, che richiede il coordinamento tra autorità civili, forze armate, intelligence, forze di sicurezza e operatori privati, oltre a meccanismi stabili di cooperazione pubblico-privato e civile-militare. Un approccio all-hazards consente inoltre di preparare le infrastrutture a un insieme eterogeneo di rischi, integrando capacità di preparazione, risposta e ripristino. In un ambiente securitario caratterizzato da minacce distribuite, ambigue e multi-dominio, la capacità di continuare a operare anche sotto attacco diventa infatti parte integrante della difesa.