La diversificazione del Qatar alla prova di Hormuz
Geoeconomics

La diversificazione del Qatar alla prova di Hormuz

By Giacomo Svidercoschi
10.15.2026

Da decenni il Qatar usufruisce del North Field, il più grande giacimento non associato di gas al mondo. Questo ha fatto sì che il Paese si aggiudicasse un volume elevato di esportazioni, favorendo il bilancio pubblico ed il fondo sovrano, stimato al di sopra dei 500 miliardi di dollari. Parallelamente, dall’ascesa al potere dell’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani, nel 1995, il Qatar ha avviato trasformazioni politiche strutturali, assumendo anche un ruolo crescente come mediatore in crisi regionali. Il suo PIL pro capite, tra i più alti al mondo, è stato sostenuto da un’economia prospera che continua a diversificare per non essere più dipendente solo dagli idrocarburi. In tal senso, con la Qatar National Vision 2030 del 2008, seguita poi dalla Third National Development Strategy 2024-2030, Doha ha esplicitato l’obiettivo di costruire un’economia diversificata, rafforzando l’industria chimica e il settore finanziario, oltre al grande obiettivo di porsi come hub logistico nella regione. La guerra iniziata il 28 febbraio e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz hanno trasformato questa scelta di lungo periodo in una necessità, dato che gli attacchi iraniani hanno danneggiato gran parte della zona industriale di Ras Laffan, mettendo fuori gioco quasi un sesto della sua capacità. Il blocco dello Stretto ha fatto il resto e, di conseguenza, l’espansione del North Field, che nel primo upgrade consiste nel progetto North Field East e che doveva portare la capacità di GNL da 77 a 142 milioni di tonnellate annue di gas entro il 2030, slitta: la prima produzione è ora attesa nel 2027.

Il primo pilastro della strategia di diversificazione è stato individuato negli investimenti nel settore finanziario. La Qatar Investment Authority (QIA) rappresenta da più di 20 anni il primo passo di questa missione, essendo stata investita del ruolo di impegno nei mercati esteri dei surplus di gas e petrolio. Il fondo ha costruito inizialmente un portafoglio orientato all’Europa, acquisendo partecipazioni in Barclays, Credit Suisse, Volkswagen e nella Borsa di Londra, per poi spostare progressivamente il baricentro verso gli Stati Uniti. Negli ultimi anni la QIA ha aperto un ufficio a New York, annunciando 35 miliardi di dollari di investimenti nel Paese in cinque anni, e poco dopo ha rilevato il 44% di Manhattan West, un progetto immobiliare da 8,6 miliardi sviluppato da Brookfield. Nel settore energetico, sono rilevanti il coordinamento da parte di Citigroup e J.P. Morgan di un bond di Qatar Petroleum (oggi QatarEnergy) da 12,5 miliardi di dollari sull’allargamento del giacimento North Field, nel giugno del 2021, e il lavoro strutturato della joint venture realizzata da Exxon e QatarEnergy sulla gestione del terminale texano di Golden Pass, nel 2003. Il percorso continua con la firma a gennaio 2026, da parte della QIA, di un memorandum con Goldman Sachs che prevede fino a 25 miliardi di dollari impegnati in fondi e co-investimenti. A settembre, inoltre, è seguita un’intesa da 20 miliardi con J.P. Morgan, tra mercati pubblici e privati.

Il secondo pilastro risiede nei proventi impiegati nello sviluppo dei servizi digitali. Su questo impulso, nel dicembre 2025, la QIA ha fondato la Qai, società nazionale per l’intelligenza artificiale, che ha subito costituito con Brookfield, multinazionale canadese tra le maggiori società di investimento a livello globale, una joint venture da 20 miliardi di dollari per costruire centri di calcolo in Qatar e all’estero. Il fondo ha inoltre creato nel settembre dello stesso anno, con Blue Owl, società americana di gestione patrimoniale, una piattaforma da 3 miliardi per la realizzazione di data center, e, separatamente, ha investito in società come Anthropic e Databricks. La logica, fino ad oggi, sembrerebbe quella di voler trasformare le massicce entrate generate dall’export del gas, in energia stabile per il calcolo. Le implicazioni della crisi di Hormuz, tuttavia, vanno oltre il settore energetico: se gli impianti di liquefazione si sono rivelati vulnerabili, di conseguenza anche le infrastrutture digitali costruite nel Golfo sono esposte allo stesso rischio geografico ed economico, con il paradosso che la diversificazione rischia di produrre ulteriori criticità. Queste operazioni hanno, del resto, anche un valore politico. Nel maggio del 2025, infatti, la QIA si è impegnata a investire 500 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Nel settembre successivo, conseguentemente al raid su Doha, Trump ha firmato un ordine esecutivo che considera ogni «attacco armato» al territorio o alle infrastrutture critiche del Qatar una minaccia alla sicurezza americana.

Il quadro, dunque, appare più fragile di quanto la strategia lasciasse intendere, visto che la diversificazione si regge ancora sui proventi del gas, che la crisi riduce proprio quando sarebbero più necessari. Il futuro dell’emirato resta perciò aperto a tre scenari. Nel primo, se il traffico a Hormuz riprendesse nel 2027, l’avvio del North Field East, atteso nello stesso anno, fornirebbe le risorse per consolidare finanza, intelligenza artificiale e legame con Washington. Doha si proporrebbe quindi come ponte tra i capitali del Golfo e i mercati occidentali, pur con un rischio geostrategico. Nel secondo, qualora la crisi si prolungasse, il governo dovrebbe privilegiare l’economia interna, attingendo al fondo sovrano e al debito. Gli impegni esteri verrebbero ridimensionati, come suggerisce il rallentamento degli investimenti della QIA, 2 miliardi in meno a trimestre dal 1° marzo, e i memorandum resterebbero sulla carta, mentre la reputazione di fornitore affidabile del Qatar ne uscirebbe incrinata. Nel terzo, infine, una rapida riapertura coinciderebbe con l’ondata di GNL statunitense, riportando il mercato verso quell’eccesso di offerta che la guerra aveva solo rinviato. Con prezzi in calo, il Qatar venderebbe più gas ma guadagnerebbe meno per tonnellata, e i redditi del fondo sovrano, indipendenti dal prezzo del gas, diventerebbero decisivi per stabilizzare le entrate. In ogni caso, saranno tre fattori a indicare la direzione: la regolarità dei transiti nello Stretto, l’entrata in funzione dei nuovi treni di liquefazione e la traduzione dei memorandum in investimenti effettivi dei capitali.