T-MED e la nuova geografia energetica del de-risking europeo
Il 9 giugno, la Commissione Europea ha lanciato la Trans-Mediterranean Renewable Energy and Clean-Tech Cooperation Initiative (T-MED), iniziativa flagship del Patto per il Mediterraneo finalizzata al rafforzamento della cooperazione tra UE e partner del Mediterraneo meridionale relativamente all’implementazione di rinnovabili, idrogeno e reti elettriche. Il programma punta a mobilitare fino a 25 miliardi di euro entro il 2035, facendo leva su oltre 5 miliardi di garanzie dell’European Fund for Sustainable Development Plus, con l’obiettivo di sviluppare 15 GW di nuova capacità rinnovabile e stimolare oltre 100.000 posti di lavoro nei settori dell’energia pulita.
L’iniziativa si inserisce in una fase in cui la sicurezza energetica europea non riguarda più soltanto la sostituzione delle forniture fossili russe, bensì la costruzione di nuove interdipendenze industriali e infrastrutturali. La regione MENA dispone di un potenziale tecnico rinnovabile stimato in oltre 2.300 GW, più del doppio dell’attuale capacità installata dell’UE, con costi di generazione solare ed eolica fino al 30-40% inferiori rispetto alla media europea. Tale differenziale, se accompagnato da investimenti adeguati in reti elettriche, interconnessioni transfrontaliere e filiere industriali locali, potrebbe trasformare la sponda meridionale del Mediterraneo in una piattaforma competitiva per elettricità rinnovabile, idrogeno verde e componentistica clean-tech.
Il punto centrale, tuttavia, non è solo la disponibilità della risorsa, bensì la capacità di trasformarla in progetti bancabili e infrastrutture effettivamente integrate nei mercati. In questo senso, la T-MED Investment Platform, attesa operativamente da ottobre 2026, dovrebbe agire come meccanismo di coordinamento tra istituzioni europee, finanza internazionale, investitori privati e promotori di progetto, riducendo il divario tra potenziale rinnovabile e capacità reale di implementazione.
Oltre a ciò, il T-MED può essere letto come ulteriore manifestazione della strategia europea di de-risking energetico e industriale. L’UE non mira semplicemente a importare energia rinnovabile a basso costo, quanto più a costruire un’area di prossimità produttiva capace di ridurre dipendenze concentrate da fornitori extra-regionali, tecnologie cinesi e mercati fossili instabili. La cooperazione su elettrolizzatori, sistemi di accumulo energetico, componenti fotovoltaiche e smart grid può rafforzare catene del valore regionali, accorciando alcune filiere della transizione e creando alternative industriali più prossime allo spazio europeo.
Restano tuttavia diverse criticità strutturali che riguardano l’implementazione del progetto relativamente alla sua ambizione. Anzitutto, i 25 miliardi previsti entro il 2035 costituiscono un moltiplicatore potenziale, non quindi un volume sufficiente a colmare, da solo, il fabbisogno infrastrutturale ed energetico regionale. Inoltre, la domanda elettrica della sponda meridionale potrebbe crescere fino al 50% entro il 2035, stimolata dallo sviluppo tecnico-industriale e dall’aumento demografico, limitando nel breve-medio periodo la quota esportabile verso l’Europa. A ciò si aggiungono rischi politici e macroeconomici, dalla fragilità tunisina alla frammentazione libica, fino alle quiescenti tensioni tra Algeria e Marocco e alla persistente instabilità che caratterizza il Levante mediterraneo.
Ragionando sulla dimensione infrastrutturale, interconnessioni come ELMED tra Italia e Tunisia, cavi HVDC, smart grid, corridoi per l’idrogeno e infrastrutture portuali rappresentano il passaggio necessario per trasformare il potenziale rinnovabile in integrazione reale dei mercati. In tale quadro, l’Italia può assumere un ruolo rilevante, sia per la posizione geografica sia per la proiezione già avviata nel Mediterraneo attraverso il Piano Mattei. A maggior ragione, se coordinata con il Global Gateway e con l’approccio Team Europe, questa posizione potrebbe contribuire alla costruzione di nuove rotte energetiche tra Nord Africa ed Europa, rendendo i Paesi del Mediterraneo non semplici terminali della transizione energetica, ma attori funzionali al de-risking dell’Unione, a condizione che T-MED riesca a conciliare interessi comunitari e priorità locali, generando valore industriale, crescita occupazionale qualificata e capacità produttiva nei Paesi partner.