Strumenti e fratture nella risposta europea alla forza economica cinese
È un momento di crescente tensione tra Unione Europea e Cina, soprattutto a seguito delle dichiarazioni di Bruxelles inerenti ad un nuovo round di negoziazioni bilaterali che dovrebbe concludersi ad ottobre per risolvere la questione del deficit della bilancia commerciale. In merito, il Commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič ha recentemente dichiarato che lo status quo della relazione commerciale con la Cina non è sostenibile né economicamente né politicamente e al termine di un incontro con il Ministro cinese del Commercio Wang Wentao, ha confermato l’obiettivo dell’Unione di ridurre la forbice di oltre 300 miliardi di euro di differenza fra export e import. A tal proposito, secondo i dati delle dogane, nei primi quattro mesi del 2026 la Cina ha registrato un surplus commerciale con l’UE superiore ai 100 miliardi di euro, ancora in forte aumento rispetto allo stesso periodo del 2025.
Lo squilibrio commerciale è dovuto all’effetto del “China Shock 2.0”, che a differenza del primo avvenuto dopo l’entrata di Pechino del WTO, i prodotti che inondano i mercati europei non sono beni di consumo a basso costo, ma riguardano settori ad alta tecnologia e valore aggiunto (automotive, chimica, robotica). Il risultato sono dei beni avanzati a prezzi che non riflettono né il vero costo di produzione né la vera concorrenza di mercato. I sussidi statali, i finanziamenti a basso costo sostenuti dal governo di Pechino e l’assenza delle strutture ambientali e dei costi del lavoro che gravano sui produttori europei hanno dato ai produttori cinesi un vantaggio strutturale di prezzo che le aziende europee difficilmente possono replicare.
Negli ultimi dieci anni, l’UE ha introdotto un regolamento per monitorare gli investimenti stranieri diretti, un regolamento sul controllo delle esportazioni dual use, lo strumento internazionale sugli appalti e il regolamento sui sussidi stranieri. Dal 2024 si sono moltiplicate le azioni della Commissione per proteggere l’UE dalla Cina con dazi antidumping contro i veicoli elettrici, quelli nel settore dell’acciaio o le inchieste anti-sussidi. In questa legislatura la Commissione ha anche proposto l’Industrial Accelerator Act, che introduce il principio della preferenza europea. Tuttavia, queste misure sono risultate inefficaci.
L’Europa ha a disposizione anche altri strumenti per affrontare gli squilibri con la Cina. Il primo, e più potente, è lo strumento anti-coercizione (Aci). Il cosiddetto “bazooka” nasce dal regolamento approvato dall’UE a fine 2023 per proteggere i membri europei dalla coercizione economica, definita come una situazione di interferenze indebite sull’Unione o su suo Stato membro tramite misure o minacce che colpiscono il commercio o gli investimenti per condizionare scelte politiche. L’obiettivo principale dello strumento è la deterrenza: dissuadere Paesi terzi da pressioni economiche. Nel dettaglio, l’UE può adottare misure proporzionate, che possono includere restrizioni commerciali mirate o l’esclusione da appalti pubblici. Il processo prevede una prima fase improntata al dialogo e, in caso di fallimento delle vie diplomatiche, l’adozione di restrizioni commerciali o misure contro specifiche aziende o individui coinvolti.
Il suo utilizzo richiede la maggioranza qualificata, uno scenario che sembra oggi difficile. Infatti, nel contesto della relazione commerciale con Pechino emergono importanti divergenze tra i diversi Stati. Francia, Italia, Paesi Bassi e Lituania, ad esempio, hanno chiesto alla Commissione un approccio più assertivo. Questo si tradurrebbe nell’immediato in maggiori inchieste antidumping e anti-sussidi, nel medio periodo di alcuni aggiustamenti agli strumenti di difesa commerciale esistenti, come lo strumento antielusione, che consente alla Commissione di estendere i dazi antidumping o anti-sussidi ai prodotti assemblati o transitati attraverso paesi terzi. Nel lungo periodo si chiede la creazione di un nuovo strumento di resilienza da attivare quando le fonti di approvvigionamento sono concentrate in un unico Paese oltre una certa soglia.
La posizione della Germania, invece, è diversa. In una recente visita a Pechino, la Ministra dell’Economia tedesca, Katherina Reiche, ha sostenuto il dialogo con la Cina per assicurare stabilità in termini di forniture di terre rare e nelle catene di approvvigionamento, dato che migliaia di aziende in Germania dipendono dalla possibilità di esportare nel vasto mercato cinese. Infatti, più di cinquemila imprese tedesche operano attualmente in Cina e continuano a investire nel Paese perché i costi di produzione sono più bassi e le tecnologie sono più avanzate. Secondo un rapporto della European Chamber, il 37% delle imprese europee presenti in Cina non ha modificato la sua strategia nelle catene di approvvigionamento negli ultimi due anni, con il 32% che le ha ulteriormente concentrate in Cina.
Anche altri Stati membri dell’Unione sono contrari a un approccio assertivo nei confronti della Cina. Ad esempio, il Premier spagnolo, Pedro Sanchez, ha compiuto quattro viaggi a Pechino in cinque anni per cercare di attrarre investimenti cinesi nel suo Paese. Inoltre, seppur abbia co-firmato la lettera per un approccio più duro nei confronti della Cina ha ritirato di recente la sua firma.
Con la concreta possibilità di essere impossibilitata nel raggiungimento della maggioranza qualificata, l’Unione può comunque valutare altri strumenti: dazi antidumping e misure anti-sovvenzioni, dazi in settori mirati, oppure la diversificazione dei fornitori.
Per quanto riguarda i dazi antidumping e gli strumenti anti sovvenzioni la struttura amministrativa della DG Trade che dovrebbe applicarli è sotto pressione per le troppe richieste e, inoltre, le indagini richiedono tempi lunghi, circa 18 mesi. Sul fronte dei di dazi mirati e degli strumenti di difesa commerciale, l’UE ha già concordato nuove misure sul settore siderurgico e potrebbe estendere approcci simili ad altri comparti, come quello chimico, dove le importazioni cinesi sono cresciute in modo significativo negli ultimi anni. Oltre a ciò, Bruxelles sembrerebbe valutare l’introduzione di regole che obblighino le imprese europee a diversificare i fornitori, evitando che oltre il 30-40% dei componenti critici provenga da un unico Paese o fornitore. L’obiettivo è rafforzare la resilienza industriale europea.
I prossimi mesi saranno decisivi per capire se il dialogo avviato tra i due giganti economici riuscirà davvero a produrre un riequilibrio dei rapporti commerciali o se le tensioni economiche tra le due potenze continueranno ad aggravarsi. La mancanza di unità europea rischia di indebolirne la posizione negoziale e di favorire strategie di divide et impera da parte cinese. La sfida per Bruxelles resta quella di trovare un equilibrio tra la protezione della propria industria e la gestione di una relazione commerciale fondamentale, ma sempre più complessa e conflittuale.