Lo sviluppo dell’industria della difesa turca
Difesa e Sicurezza

Lo sviluppo dell’industria della difesa turca

Di Federico Deiana
10.12.2021

La Turchia è al giorno d’oggi uno dei principali attori dello scenario internazionale. Nell’arco degli ultimi dieci anni il ruolo di Ankara in regioni quali il Mediterraneo e l’Asia Centro-Occidentale ha visto un incremento notevole in termini sia di presenza che di rilevanza strategica. Si noti, ad esempio, il ruolo ricoperto dalla Turchia nei conflitti libico e siriano, ma anche la sua crescente influenza nella regione del Caucaso e nell’Africa Orientale.

Per comprendere la rinnovata importanza di Ankara nello scenario internazionale si deve di certo considerare la “Strategia Profonda” di Ahmet Davutoglu, un testo programmatico scritto dall’ex Ministro degli Esteri turco con l’obiettivo di sfruttare la peculiare posizione geopolitica della Turchia per renderla una media potenza regionale. La strategia elaborata da Davutoglu è molto vasta e non si limita solo alla diplomazia o alla difesa. Contiene, infatti, linee guida energetiche, industriali, civili o legate al soft power panturco. In tale ottica, è importante esaminare il complesso industriale-militare della Turchia per dimostrare come la sua recente crescita abbia contribuito in modo significativo al riposizionamento strategico di Ankara nello scacchiere internazionale.

Nel 2011, anno relativo allo scoppio del fenomeno delle Primavere Arabe, e quindi all’inizio della destabilizzazione dell’area Mediterranea, le spese militari della Turchia ammontavano a circa 11 miliardi di dollari, pari al 2% del PIL. Di questa cifra le importazioni rappresentavano il 7% per un totale di 780 milioni di dollari. Le esportazioni in questo settore ammontavano a circa 86 milioni di dollari. All’epoca Ankara importava in modo massiccio mezzi navali, aerei e sistemi missilistici principalmente da Stati Uniti, Corea del Sud, Germania, Regno Unito e Israele. I principali mezzi prodotti erano invece veicoli terrestri e mezzi di artiglieria, mentre i Paesi di destinazione dell’export erano principalmente Arabia Saudita, Pakistan, Emirati Arabi Uniti e Malesia.

Un primo cambiamento della nuova politica di difesa turca trae origine dalla dottrina della Mavi Vatan (Patria Blu). Questo concetto sintetizza l’obiettivo di rendere Ankara una potenza marittima, in grado di proiettare influenza al di là del proprio territorio. Per fare ciò, uno dei primi passi compiuti dall’esecutivo della Sublime Porta è stata una ingente politica di sostegno statale alle aziende strategiche della difesa, soprattutto nei settori che dipendevano maggiormente dalle esportazioni come quello navale. Solo con un’industria forte e indipendente si poteva, infatti, auspicare la presenza di uno Stato altrettanto forte e indipendente nel contesto internazionale. Affrancandosi dalla dipendenza di prodotti e sistemi militari realizzati all’estero, la Turchia avrebbe potuto così fare affidamento sull’industria nazionale e sviluppare in modo autonomo i mezzi e i sistemi per le proprie forze armate.

A tal riguardo, già negli anni 80’ fu creato un Sottosegretariato per le industrie della Difesa. Dal 2018 questo organo è controllato direttamente dal Presidente e può vantare un budget annuale che va ad aggiungersi al budget totale delle spese militari di Ankara, ma che formalmente risulta indipendente dal Ministero della Difesa. I dati rivelano che dal 1985 al 2008 questo fondo a sostegno delle industrie della difesa di Ankara ha destinato risorse pari a circa 18,5 miliardi di dollari complessivi.

Considerando ora i risultati attuali, è facile notare come le scelte di Ankara inizino a dare i propri frutti. Nel 2019, ultimo anno prima della pandemia da Covid-19, le spese militari complessive ammontavano infatti a circa 20,5 miliardi di dollari (2,7% del PIL), con una quota relativa alle importazioni dimezzata rispetto al 2011 passando dal 7% all’attuale 3,6%. I prodotti acquistati da Ankara riguardavano sempre una componente principale relativa ai mezzi aerei, seguita dai sistemi di difesa missilistica e da missili in generale. Negli ultimi anni è però diminuita in modo considerevole la spesa per l’acquisizione di sistemi navali dall’estero. In tale ottica, conformemente a quanto prescrive la dottrina della Mavi Vatan, il settore navale è forse quello dove la Turchia sta concentrando i maggiori sforzi. Si noti a tal riguardo l’esempio della nuova nave LHD TCG Anadolu realizzata dall’azienda Sedef Tersanesi, che diventerà presto la nave ammiraglia della Marina Militare turca. Si noti anche il progetto MILGEM, ovvero il programma di sviluppo e costruzione delle nuove fregate e corvette multiruolo interamente prodotte in Turchia. Anche per i sottomarini, infine, Ankara sta portando avanti un processo di ammodernamento della flotta con i nuovi mezzi MILDEN completamente realizzati in Turchia che andranno a sostituire gli attuali Type-214 prodotti su licenza tedesca.

Come affermato dallo stesso Presidente Erdogan in occasione del salone della difesa turco IDEF 2021, svoltosi ad agosto, la dipendenza da forniture estere della Turchia negli ultimi anni risulta diminuita dall’80% all’attuale 20%, con un numero di programmi di sviluppo nazionali nel settore della difesa che è passato dai 62 attivi nel 2002 agli oltre 750 attivi nel 2021.

Anche sotto il profilo delle imprese è poi possibile osservare ingenti miglioramenti. Grazie al sostegno statale, infatti, il complesso militare industriale della Turchia è cresciuto enormemente in questi anni e sembra destinato a migliorare ulteriormente le proprie performances. Attualmente si contano circa 230 aziende private o di natura pubblico-privata attive nel settore militare. Per citarne solo alcune, si considerino le sette aziende turche inserite nel 2020 nella lista delle 100 imprese principali al mondo nel settore per fatturato. Queste sono Aselsan, Turkish Aerospace Industries, BMC, Roketsan, STM, FNSS, e Havelsan. A queste si aggiungono poi numerose piccole e medie imprese che costituiscono l’ossatura dell’industria militare turca e che, pur non essendo in grado di realizzare sistemi e mezzi complessi senza appoggiarsi ad industrie di più grandi dimensioni, partecipano alle supply chains producendo componenti fondamentali e tecnologie integrative.

Da notare, inoltre, come i partner commerciali siano cambiati significativamente: nel 2019 fra i principali esportatori di armi verso la Turchia non risultano più Israele, Regno Unito e Germania bensì Italia, Russia e Spagna. Gli Stati Uniti si posizionano solo quarti nel 2019 come esportatori nel settore militare in Turchia. Parallelamente, l’export turco all’estero è cresciuto in modo considerevole. Nel 2019 la quota totale ammontava a circa 240 milioni di dollari, il triplo rispetto al 2011, grazie sia all’ampliamento dei Paesi destinatari sia al miglioramento e alla differenziazione dei mezzi e sistemi prodotti. Nel complesso, a prescindere dai singoli anni di riferimento, si registra un generale trend di crescita del valore delle esportazioni militari turche nel corso dell’ultimo decennio. Oltre ai già citati Emirati Arabi e Malesia, la Turchia può attualmente vantare, infatti, vendite considerevoli a Qatar, Oman, Turkmenistan, Libia, Azerbaijan e Ucraina. I mezzi terrestri rappresentano ancora oggi la componente principale dell’export turco, ma a questi si aggiungono mezzi aerei, sistemi missilistici e soprattutto navali.

In particolare, la Turchia è ormai diventata uno dei leader mondiali nella produzione e nell’utilizzo dei mezzi a pilotaggio remoto. Nello specifico il drone più venduto è il Bayraktar TB2, un velivolo prodotto dall’azienda Baykar e impiegato dalla Turchia in numerosi contesti operativi recenti tra cui la Libia e il Caucaso. Oltre ad aver riportato numerosi successi sul campo di battaglia, il TB2 risulta relativamente economico rispetto ad altri velivoli a pilotaggio remoto (UAV), tanto da aver suscitato l’interesse di diversi Paesi. Attualmente gli Stati ad aver acquistato il TB2 sono Qatar, Azerbaijan, Ucraina, Albania, Kyrgyzstan, Turkmenistan e Polonia a cui si devono aggiungere la Tunisia per il drone TAI’s Anka-S e l’Arabia Saudita per il Vestel’s Karayel-SU. Tuttavia, anche negli altri domini, quali quello terrestre e navale, l’industria militare turca sta compiendo notevoli passi avanti nello sviluppo di mezzi unmanned. Si consideri a tal riguardo il drone terrestre già operativo ALKAR R4 e il futuro mezzo navale ULAQ.

Oltre ai progressi compiuti nel corso degli ultimi anni, occorre però considerare anche le numerose criticità che si interpongono tra le ambizioni di Ankara e il suo obiettivo. In primis, si consideri il deterioramento del rapporto con gli Stati Uniti e con altri alleati della NATO. Specialmente a seguito dell’acquisto del sistema missilistico russo S-400, Washington ha infatti messo in pratica un regime sanzionatorio nei confronti della Turchia, escludendola anche dal programma F-35. A tal riguardo, la perdita di Ankara non concerne solo il mancato possesso dei caccia di quinta generazione americani, ma anche della annessa piattaforma informativa legata alla gestione dei dati raccolti dalla moltitudine di sensori dell’F-35. Inoltre, dato che alcune componenti degli aerei sarebbero state prodotte da aziende turche con il sostegno delle controparti americane, la decisione ha provocato la contestuale perdita di know how necessaria affinché il settore aeronautico turco progredisca ulteriormente.

A tal riguardo, si consideri come gli effetti di questa decisione si ripercuotano anche su altri progetti del settore aeronautico turco. Il programma per lo sviluppo del TF-X, ovvero il caccia di quinta generazione che nei piani ufficiali dovrebbe essere realizzato nel 2023, sconta già un notevole ritardo sulla tabella di marcia. I motivi di questa proroga sono legati proprio alla mancanza di know how dell’industria militare turca nel campo dell’aeronautica, che, come detto sopra, avrebbe dovuto essere in parte colmato grazie allo sviluppo congiunto con gli Stati Uniti della tecnologia legata agli F-35. Similmente, si possono citare altri progetti rispetto ai quali l’industria turca sconta un ritardo data la mancanza di know how, soprattutto per la realizzazione di motori e sistemi di propulsione. Si considerino al riguardo gli esempi relativi al programma Altay per la produzione dell’omonimo carro da combattimento o l’elicottero ATAK 2. Il mezzo terrestre sconta attualmente un ritardo legato principalmente alla realizzazione del motore, il quale verrà acquistato dalla Corea del Sud. Inizialmente, si pensava invece a uno sviluppo congiunto tra i due Paesi. Allo stesso tempo, il nuovo modello dell’elicottero ATAK 2 verrà realizzato grazie ad un motore prodotto in Ucraina.

Tutto ciò testimonia l’importanza che ancora oggi riveste per Ankara la collaborazione con aziende e partner stranieri. L’industria della difesa turca ha compiuto notevoli progressi, tuttavia non ha ancora raggiunto la piena e totale autonomia, specialmente in alcuni settori che richiedono ancora sostanziali miglioramenti e sviluppi. Alle difficoltà specifiche del settore va poi aggiunta la recente inflazione che ha ormai raggiunto livelli record e che ha causato un forte impoverimento della lira turca. Attualmente, la crescita dell’industria militare è stata trainata dal significativo incremento delle spese militari di Ankara. Tuttavia, date le recenti performances economiche negative, aggravate ulteriormente dalla pandemia da Covid-19, è difficile che una tale spesa per il settore militare sia sostenibile nel lungo periodo. A tal riguardo sarà necessario trovare nuove fonti di finanziamento e incrementare ulteriormente le esportazioni di Ankara in questo settore, al fine di trovare nuovi mercati di sbocco per i prodotti realizzati a livello domestico.

Per concludere, nel 1999 la Turchia era il secondo Paese al mondo dopo la Cina per importazioni nel settore militare, con una spesa pari a 1,7 miliardi di dollari a fronte di un budget totale di 12 miliardi. Nel 2018 si è invece posizionata quattordicesima al mondo per quantità di prodotti militari esportati e con ben 7 aziende incluse nelle prime 100 compagnie del settore. Grazie a un forte sostegno statale alle imprese e alla crescita delle spese militari, Ankara sta perseguendo un obiettivo di indipendenza strategica nel settore militare. Nello specifico, i sistemi a pilotaggio remoto rappresentano il fiore all’occhiello del comparto di difesa turca, nonché il principale driver delle esportazioni. A ciò si unisce anche una sempre maggiore assertività di Ankara in politica estera e un crescente protagonismo in numerosi scenari regionali, quali soprattutto l’area MENA e il Caucaso.

A dispetto di ciò, la mancanza di know how in diversi settori fondamentali da parte dell’industria della difesa nazionale e l’incrinarsi dei rapporti con gli altri alleati NATO, necessari anche per colmare queste lacune, non permettono di parlare ancora di una Turchia matura e completamente autonoma dal punto di vista militare.

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