Giappone e Corea del Sud tra shuttle diplomacy e diversificazione energetica
Il 19 maggio, la Prima Ministra giapponese Sanae Takaichi e il Presidente sudcoreano Lee Jae Myung si sono incontrati ad Andong, in Corea del Sud, lasciando emergere dagli incontri una direttrice specifica, volta al consolidamento dei rapporti bilaterali e alla cooperazione in ambito energetico. Tale summit fa seguito a quello avvenuto nel gennaio 2026 a Nara, e si inserisce nella più ampia cornice della shuttle diplomacy, una serie di incontri tra i due leader nelle reciproche città natali dal grande valore simbolico, volte a restaurare i rapporti storicamente tumultuosi tra i due Paesi. Negli ultimi anni, infatti, si è assistito ad un graduale riavvicinamento tra Tokyo e Seoul, mediato dall’Amministrazione Biden ed in parte dettato dall’evoluzione delle dinamiche globali, tra le quali spiccano il blocco dello Stretto di Hormuz e il progressivo disimpegno statunitense dallo scenario del Pacifico.
Dal momento dello scoppio delle ostilità che vedono contrapposti Stati Uniti e Israele all’Iran, la crisi innescata nel Golfo ha colpito profondamente i due Paesi asiatici che, per quanto riguarda gli approvvigionamenti di combustibili fossili, dipendono quasi totalmente dalle importazioni. Tra i maggiori fornitori figurano infatti gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, da cui Corea del Sud e Giappone importano rispettivamente circa il 45,81% e l’82,79% del petrolio greggio. Non è dunque un caso se l’epicentro del recente incontro è stato proprio l’ampliamento della cooperazione sulle forniture di petrolio greggio e gas naturale liquefatto (GNL), sia in materia di sicurezza energetica che di stoccaggio. Al fine di intensifiacre tale cooperazione, l’azione di Tokyo e Seoul sembrerebbe basarsi su due pilastri: da un lato mira a rafforzare la reciproca sicurezza energetica attraverso scambi di petrolio greggio, prodotti petroliferi e GNL, dall’altro guarda all’intera regione indo-pacifica, promuovendo una maggiore resilienza nell’approvvigionamento energetico attraverso il nuovo framework Partnership on Wide Energy and Resources Resilience (POWERR Asia), lanciato da Takaichi nel corso dell’ultimo Asia Zero Emission Community (AZEC) Plus Online Summit lo scorso 15 aprile.
Si tratta di un progetto che prevede un finanziamento approssimativo di 10 miliardi di dollari da parte del Giappone sotto forma di prestiti, assicurazioni e concessioni di credito a favore delle economie del Sud-est asiatico e della regione del Pacifico, le più toccate dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Il piano sarebbe volto ad investire in interventi ed infrastrutture in grado di procurare petrolio greggio e derivati in modo da supportare il mantenimento delle catene di approvvigionamento in periodi di crisi e garantire dunque diversificazione e autosufficienza a lungo termine. Stando a quanto emerso, il framework privilegia investimenti nell’ambito delle fonti energetiche alternative, quali GNL, biocombustibili, tecnologie solari di nuova generazione fino ad arrivare all’energia nucleare, inclusi piccoli reattori modulari.
Sulla base di questi dati si evince pertanto che, per fronteggiare una crisi che per il momento non sembra potersi risolvere nel breve termine, Corea del Sud e Giappone optino per il superamento delle divergenze storiche, facendosi portavoce di un approccio di stretta collaborazione, dapprima bilaterale e poi regionale, il cui nucleo fondamentale resta la diversificazione delle fonti energetiche. Questo poiché entrambi i Paesi dispongono di una produzione domestica di combustibili fossili pressocché nulla, la quale, in un contesto come quello attuale, rende estremamente complessa la gestione di tali riserve nel medio e lungo termine. In tale contesto, non sarebbe dunque inverosimile aspettarsi uno scenario in cui anche l’energia nucleare possa occupare un ruolo centrale nella produzione domestica di Seoul e Tokyo, già attestatesi nel 2024 rispettivamente al 79% e al 39,9%, al fine di sostituirsi alle fonti fossili. Un’ipotesi che sembrerebbe confermata dal recente riavvio di 10 reattori nucleari su tutto il territorio giapponese nel gennaio 2026, come quello di Kashiwazaki-Kariwa.