Task force USA nel Mar Rosso, tra tentativi di sicurezza collettiva e dinamiche geopolitiche
Medio Oriente e Nord Africa

Task force USA nel Mar Rosso, tra tentativi di sicurezza collettiva e dinamiche geopolitiche

Di Elia Preto Martini
19.04.2022

Mercoledì 13 aprile, la marina statunitense ha dichiarato che istituirà una nuova task force con le forze navali dei suoi alleati nel Mar Rosso al fine di rispondere ad una serie di questioni di sicurezza che hanno minato la stabilità dell’area negli ultimi mesi; fra tutte le operazioni in mare condotte dai ribelli Houthi. Almeno formalmente, gli Stati Uniti vogliono impegnarsi a proteggere un’area che – secondo le parole di Brad Cooper, Vice Ammiraglio della V Flotta USA di base in Bahrain – “rifornisce letteralmente il mondo intero”, ma che è al tempo stesso troppo vasta per far sì che gli Stati Uniti la controllino senza l’aiuto dei partner regionali. Brad Cooper nel suo discorso ha evitato qualsiasi riferimento diretto alle attività degli Houthi nell’area, al fine di non fornire pretesti di alcun tipo nei colloqui che si stanno tenendo a Vienna tra l’Iran e le grandi potenze per ripristinare il JCPOA, ma soprattutto per cercare di rilanciare il dialogo tra Riyadh e Teheran interrottosi dallo scorso aprile dopo i fortunati incontri avuti a Baghdad.

Sebbene il ruolo centrale della nuova operazione, almeno in questa fase iniziale, sarà per lo più lasciato alla flotta statunitense, nel prossimo futuro essa verrà supportata dalla Combined Maritime Forces, una partnership marittima multinazionale composta da 34 Paesi e attualmente impegnata in 3 diverse task force per contrastare la pirateria e migliorare la sicurezza nel Mar Rosso. A queste si sommerà quella istituita nella giornata di domenica 17 aprile (la nr. 153) e che vedrà il coinvolgimento della USS Mount Whitney, una nave da comando anfibia precedentemente appartenente alla VI flotta della marina statunitense stanziata principalmente nel Mediterraneo. Secondo Cooper, gli obiettivi formali di questa nuova task force saranno il contrasto al contrabbando di droga, armi e carbone. Il traffico illecito di quest’ultima materia prima, in particolare, è considerato una delle principali fonti di introiti del gruppo terrorista somalo al-Shabaab. Oltre a queste minacce vi sono, però, quelle condotte dagli Houthi nel Mar Rosso, come gli attacchi diretti contro le navi in transito o il lancio di mine e droni carichi di esplosivo.

Sebbene la scelta statunitense di impegnarsi in maniera proattiva nell’area si basi su una serie di criticità di lungo periodo, alcuni fatti accaduti nei mesi più recenti hanno reso necessaria una risposta rapida da parte di tutti quei Paesi che possiedono interessi concreti nella stabilità del Mar Rosso. A gennaio 2022, per esempio, gli Houthi hanno catturato la nave emiratina Rwabee al largo dello Yemen. Secondo la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, l’imbarcazione trasportava solamente equipaggiamento medico prelevato da un ospedale da campo saudita precedentemente dismesso anche se le milizie sostenute dall’Iran hanno dichiarato – con il supporto di una serie di video rilasciati pubblicamente – che la nave trasportasse invece materiale bellico. Più recentemente, a marzo 2022, gli Houthi hanno lanciato una serie di missili nel Mar Rosso con il fine di portare scompiglio nel transito delle navi in uno snodo cruciale per il commercio globale.

La decisione di istituire questa nuova task force è significativa poiché avviene in un momento storico caratterizzato da notevoli criticità strategiche e politiche. Da un lato, infatti, l’Iran non ha mostrato in questi ultimi mesi segnali che lascino intendere una riduzione del suo supporto alle milizie Houthi nonostante i colloqui in corso a Vienna. Dall’altro lato, invece, vi sono dei dialoghi in corso tra il regime militare del Sudan e la Russia al fine di stabilite una base navale di Mosca nel Mar Rosso. Nel caso in cui fosse effettivamente stabilita, l’area diventerebbe un’ulteriore zona di conflitto russo-statunitense in un periodo in cui i rapporti tra le due potenze sono ai minimi storici. Infine, non è ancora stata chiarita la posizione di Israele in questo nuovo progetto di sicurezza collettiva. Lo stesso Vice Ammiraglio Cooper si è rifiutato di rispondere alla domanda circa una potenziale adesione di questo Paese alla task force 153. È chiaro, però, che una sua partecipazione avrebbe un significato simbolico e politico non indifferente che rischierebbe di acuire ulteriormente la divisione tra le monarchie arabe del Golfo (con il supporto di Israele e Stati Uniti) e la Repubblica Islamica.

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