L'evoluzione della narrativa jihadista post-califfato, contrasto e prevenzione in una prospettiva europea
Terrorismo e Radicalizzazione

L'evoluzione della narrativa jihadista post-califfato, contrasto e prevenzione in una prospettiva europea

Di Marco Di Liddo e Arturo Varvelli
30.05.2021

Il CeSI, Centro Studi Internazionali e lo European Council on Foreign Relations, nell’ambito di un progetto finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, hanno voluto analizzare e comprendere come la propaganda jihadista si sia evoluta dopo la sconfitta militare di Daesh, quali sentieri operativi e narrativi abbia deciso di percorrere e come si sia approcciata nei confronti del più grande evento globale degli ultimi 50 anni: la pandemia di Covid-19.

La costruzione di una strategia di comunicazione efficace e capillare e la creazione di una macchina propagandistica efficiente e altamente performante sono state due attività decisive nella nascita e nel consolidamento del jihadismo come fenomeno estremista di portata globale. Anzi, senza il rischio di iperboli, è possibile affermare che l’aggressività mediatica e la capacità di parlare ad un potenziale pubblico mondiale costituiscano il pilastro irrinunciabile e l’essenza ultima della globalità jihadista. In questo senso, la comunicazione e la propaganda sono serviti a cementare il concetto di identità collettiva di radicalizzati e miliziani, hanno funto da moltiplicatore di forza per i processi di radicalizzazione e reclutamento, hanno contribuito a creare mitologie, simbolismi e linee religioso-ideologiche comuni ed infine hanno unificato i diversi fronti di lotta nel mondo in un’unica narrazione. In sintesi, la comunicazione è servita, tra le altre cose, a far comprendere al radicalizzato europeo, a quello yemenita, a quello statunitense ed a quello africano che le loro non erano battaglie singole o individuali o indipendenti, bensì un’unica guerra contro il nemico infedele o apostata.

Tuttavia, l’approccio alla comunicazione di Daesh non è stato un semplice adattamento allo sviluppo tecnologico imposto dallo scorrere del tempo. Lo Stato Islamico, a differenza di al-Qaeda, ha concepito la propaganda e la diffusione dei propri contenuti (soprattutto online) come una autentica arma strategica volta a massimizzare l’attività di reclutamento e legittimazione verso le parti più vulnerabili della comunità islamica ed a incutere timore nelle opinioni pubbliche e nelle classi dirigenti dei Paesi nemici. In altre parole, la comunicazione è divenuta il fulcro tanto della guerra politica quanto di quella informativa e psicologica.

Ad oggi, le organizzazioni jihadiste internazionali vivono una fase di riorganizzazione dovuta a molteplici fattori, che vanno dalle sconfitte sul campo di battaglia in Medio Oriente alla bontà delle strategie di prevenzione e contrasto alla radicalizzazione e al terrorismo in Europa e Stati Uniti.

Una correlazione funzionale tra resilienza, propaganda e opportunità di reclutamento e radicalizzazione emerge prepotentemente nell’era della pandemia di Covid-19. Infatti, la diffusione del virus ha avuto impatti economici, sociali e psicologici deleteri, aumentando a dismisura quelle condizioni di vulnerabilità su cui il jihadismo specula. In tal senso, l’analisi della comunicazione e della propaganda ci dicono quanto al-Qaeda e lo Stato Islamico abbiano investito nell’incertezza pandemica. Infatti, i volumi produttivi sono nuovamente aumentati e le narrative sono diventate più capillari ed aggressive.

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