Elezioni in Bangladesh: conseguenze interne e regionali
Il 12 febbraio si sono svolte in Bangladesh le prime elezioni dopo le rivolte studentesche dell’estate del 2024, che avevano portato alla caduta della Prima Ministra Sheikh Hasina. Dei 300 seggi uninominali della Jatiya Sangsad, il Parlamento monocamerale nazionale, 212 seggi sono stati ottenuti dall’alleanza guidata dal Bangladesh Nationalist Party (BNP) i, 209 dei quali dal solo BNP, superando la soglia di 151 necessaria per la maggioranza. Il Jamaat-e-Islami (JIB) e il Bangladesh Citizen Party (BCP), a guida dell’Alleanza degli 11 partiti, sono riusciti invece ad assicurarsi rispettivamente 68 e 6 seggi, mentre la coalizione nel suo insieme ne ha ottenuti 77. A questi si aggiungeranno 50 seggi riservati alle quote rosa, che verranno assegnati proporzionalmente sulla base dei deputati eletti dai vari partiti. Nel complesso, alla tornata elettorale ha partecipato quasi il 60% dei più di 127 milioni di elettori, in crescita rispetto al 42% del 2024, riflettendo verosimilmente un rinnovato clima di fiducia democratica, di impegno civico e di stabilità.
Sul risultato dell’Alleanza degli 11 partiti ha pesato anzitutto l’assenza di una leadership riconoscibile. Difatti, il Chief Advisor del Governo ad interim, Muhammad Yunus, potenziale frontrunner, ha deciso di mantenere mantenuto un ruolo di garante senza assumerne uno da guida politica. Sul piano dei singoli attori, il JIB potrebbe aver dovuto continuare a scontare una reputazione controversa legata al suo ruolo durante la Guerra indo-pakistana del 1971 e l’allineamento a Islamabad. In aggiunta, a contribuire negativamente sarebbero state la poca notorietà a livello nazionale del Leader, Shafiqur Rahman, e le sue posizioni sul ruolo tradizionale delle donne, probabilmente riflesse anche nell’assenza di candidate nelle liste del partito. Nondimeno, la principale sorpresa all’interno della coalizione riguarda il BCP, che, pur avendo svolto un ruolo di primo piano nelle proteste del 2024 e avendo assunto incarichi di rilievo nel Governo ad interim, non è riuscito a tradurre il capitale politico dei movimenti studenteschi in consenso elettorale. Una parte significativa della sua base ha percepito come incoerente la scelta di allearsi con un attore storico della politica nazionale, quale il JIB, ritenuta in contrasto con la promessa originaria di superare le logiche della politica tradizionale. A ciò si aggiunge l’elemento organizzativo della coalizione: il compromesso elettorale con il Jamaat ha infatti comportato una drastica riduzione della presenza del BCP nei collegi, passando dall’intenzione iniziale di assicurarsi una proiezione capillare su tutto il territorio nazionale a una partecipazione limitata a 30 circoscrizioni, contribuendo al suo ridimensionamento politico.
Per quanto riguarda il vincitore di questo contesto elettorale, il Bangladesh Nationalist Party è riuscito a imporsi come attore affidabile per la ricostruzione democratica del Paese. È possibile infatti che gli elettori, sensibili a temi come corruzione, alta inflazione, sviluppo economico e creazione di nuovi posti di lavoro, si siano affidati ad un partito già collaudato, fondato nel 1978 e già affermato a livello nazionale, percepito quindi come un’opzione rassicurante. In tal senso, il BNP ha incentrato il proprio programma elettorale sul sostegno alle famiglie più povere, l’introduzione di un limite di 10 anni per la carica del Primo Ministro, il rilancio economico attraverso gli investimenti esteri e infine forti misure anticorruzione. Oltre alla popolarità delle proposte, il partito poteva contare sull’eredità storica incarnata dal volto del proprio leader, Tarique Rahman, rientrato in Bangladesh nel dicembre scorso dopo diciassette anni di esilio. Il Presidente del BNP ha infatti potuto contare sul peso politico della propria famiglia, in primo luogo di sua madre Khaleda Zia, storica rivale di Hasina, ma anche di suo padre Ziaur Rahman già Presidente del Paese. Infine, un ulteriore fattore, potenzialmente determinante, è la probabile confluenza di segmenti dell’elettorato tradizionalmente legati all’Awami League, partito al quale Yunus, sotto la legge antiterrorismo, ha impedito di partecipare al contesto elettorale.
Sul piano della politica interna, a 5 giorni dal voto Rahman si è insediato come Primo Ministro, subentrando definitivamente a Yunus a capo del Governo. Sotto la sua guida, l’Esecutivo potrebbe orientarsi verso il ripristino dell’assetto politico precedente alle riforme elettorali di Hasina del 2011, le quali accentrarono il controllo del Governo sul processo elettorale, indebolendo le misure di protezione democratica e limitando la concorrenza politica. Infatti, parallelamente a queste elezioni si è svolto il voto del Referendum sull’attuazione della “July Charter”, approvato col 68%. Il pacchetto di riforme è volto a rafforzare i meccanismi democratici e prevenire derive autoritarie. In tal senso, le modifiche prevedono la creazione di nuovi organi costituzionali, un parlamento bicamerale con una camera alta con competenze in materia di modifiche costituzionali, limiti di mandato per il Primo Ministro e un rafforzamento dei poteri presidenziali, oltre a un più ampio insieme di circa trenta riforme statutarie. Una seconda importante questione che il Governo dovrà affrontare è l’economia del Paese. Infatti, l’industria tessile, che rappresenta circa l’80% delle esportazioni e oltre il 10% del PIL del Bangladesh, attraversa una fase di difficoltà, registrando per sei mesi consecutivi un calo delle esportazioni, a causa dei dazi statunitensi e dell’instabilità politica causata dalla caduta del Governo di Sheikh Hasina nel 2024. Questo settore impiega, infatti, quasi quattro milioni di lavoratori, in larga parte donne, e sostiene il reddito di milioni di famiglie. In questo contesto i proprietari delle fabbriche chiedono stabilità politica, riforme del sistema salariale, una ripresa del credito e costi energetici competitivi per rilanciare la produzione. Di conseguenza, l’Esecutivo potrebbe puntare, da un lato, al rilancio del settore e, dall’altro, alla progressiva diversificazione dell’economia per ridurre la dipendenza dal tessile.
Sul piano della politica estera, Rahman ha annunciato l’intenzione di ricalibrare le partnership internazionali del Bangladesh per attrarre investimenti senza un eccessivo allineamento a una singola potenza, segnando una discontinuità rispetto alla linea di Hasina, tradizionalmente vicina a Nuova Delhi. Nonostante l’interdipendenza strutturale con l’India, testimoniata da scambi bilaterali stabili attorno ai 13,5 miliardi di dollari e dal ruolo indiano nelle forniture energetiche, i rapporti si sono raffreddati dopo la caduta di Hasina e ulteriormente irrigiditi in seguito alla protezione accordata dall’India all’ex Prima Ministra in esilio. Tale evoluzione apre a un possibile scenario di progressiva diversificazione delle relazioni regionali. In questa direzione si inserisce il rapporto in potenziale riavvicinamento col Pakistan, storicamente limitato dall’eredità della Guerra indo-pakistana del 1971. Oggi Islamabad potrebbe, se la nuova amministrazione confermerà questa linea, divenire soggetto di un incremento degli scambi economici e della cooperazione diplomatica con Dhaka, anche sulla scia dell’apertura avviata dal Governo ad interim di Yunus e dei negoziati per l’acquisizione di velivoli JF-17, il caccia multiruolo sviluppato congiuntamente con la Cina. È infatti proprio Beijing che potrebbe emergere come il principale beneficiario del ridimensionamento dei rapporti con Nuova Delhi. Con un interscambio annuo di circa 18 miliardi di dollari, la Cina si posiziona come primo partner commerciale del Bangladesh, il quale ha sviluppato una forte dipendenza dalle importazioni cinesi e ha goduto di un’ampia intensificazione degli investimenti esteri di Beijing dopo la caduta di Hasina, consolidando il ruolo della Cina come interlocutore economico stabile e prevedibile. Questa traiettoria suscita le preoccupazioni degli Stati Uniti, interessati a contenere l’espansione cinese. In tale ottica, poco prima delle elezioni Washington ha già firmato con Dhaka un accordo commerciale che riduce i dazi reciproci al 19% e prevede esenzioni per alcuni prodotti tessili, mentre sul piano securitario ha espresso l’intenzione di offrire sistemi di difesa alternativi alle forniture cinesi.
Nel complesso, le elezioni del 12 febbraio segnano una fase di transizione strutturale per il Bangladesh, in cui la vittoria del BNP arriva come segnale della popolazione che domanda maggiore stabilità politica e normalizzazione istituzionale. Sul piano interno, il nuovo esecutivo si troverà a dover gestire il processo di riforma costituzionale che ridefinirà l’equilibrio dei poteri e affrontare un modello economico segnato da forti vulnerabilità di dipendenza dal settore tessile, in crisi, con la necessità di diversificare la propria produzione a livello domestico. Mentre sul piano esterno, il Governo Rahman dovrà affrontare la questione di dover ricalibrare gli equilibri regionali tra India, Pakistan, Cina e Stati Uniti. La capacità del Governo Rahman di coordinare queste direttrici determinerà la possibilità di consolidare la transizione democratica e di stabilizzare il Paese nel medio periodo, evitando al contempo nuove dinamiche di polarizzazione interna e dipendenze esterne squilibrate.