Stati Uniti e Cina dopo il vertice di Washington
Dal 23 al 25 settembre il Presidente cinese Xi Jinping, insieme al Segretario di Partito Cai Qi, al Ministro degli Esteri Wang Yi e al Vice Primo Ministro He Lifeng, si è recato in visita di Stato a Washington. Tale composizione si pone in netto contrasto con quella presentata dal Presidente Trump durante il suo viaggio a Beijing, dove arrivò accompagnato dalle più importanti personalità del mondo economico e tecnologico statunitense, tra cui Elon Musk e Jensen Huang, CEO di Nvidia.
Sul piano economico, il vertice ha rimandato la discussione sui dazi, anche se la tregua commerciale concordata a Busan, in scadenza il 10 novembre 2026, è stata prorogata al 10 gennaio 2027. Un risultato che può essere derubricato come vittoria di breve termine per l’Amministrazione Trump. Infatti, se da un lato Washington ha la necessità di verificare il mantenimento degli impegni commerciali presi dalla controparte negli incontri precedenti, dove la Cina ha promesso di acquistare prodotti americani, dall’altro permette alla Casa Bianca di ottenere maggiore spazio di manovra per gestire i dossier più impellenti, come le midterms e Teheran. D’altro canto, è plausibile presupporre che Beijing auspicasse il raggiungimento di una proroga più consistente, al fine di garantire una maggiore stabilità commerciale.
Per quanto concerne l’attuazione degli impegni assunti da Beijing, secondo Scott Bessent, Segretario del Tesoro statunitense, gli acquisti di soia concordati a Busan sarebbero in linea con quanto previsto, sebbene gli acquisti di altri prodotti agricoli, per un valore di 17 miliardi di dollari e promessi in occasione del vertice di maggio, risultino in ritardo. Al contempo, le consegne di terre rare verso gli Stati Uniti, tema centrale nelle relazioni bilaterali, variano nei flussi mensili, in quanto l’attuale contesto internazionale non garantisce certezze su forniture, domanda e offerta. In linea con tale scenario, non è stato raggiunto alcun accordo sulle esportazioni cinesi di minerali critici, da cui gli Stati Uniti dipendono in misura rilevante. Ad esempio, la Cina fornisce circa il 70% delle terre rare importate, il 55% dell’antimonio e quasi la metà della grafite. Oltre a quanto detto, si segnala che nemmeno il tema dell’export di semiconduttori avanzati verso il mercato cinese è stato discusso, posticipando di fatto il framework a futuri vertici.
Parallelamente, il summit ha finalizzato il funzionamento del Board of Trade e l’introduzione del Board of Investment. Nel dettaglio, entrambi hanno l’obiettivo di creare uno spazio di dialogo al fine di ridurre le tensioni in ambito commerciale e, allo stesso tempo, facilitare canali d’investimento bilaterali. A tal proposito, sotto l’egida del Board of Trade, le controparti hanno concordato di avviare un dialogo per esaminare un elenco di beni importati, per un valore complessivo di circa 60 miliardi di dollari, con lo scopo dichiarato di applicarvi un trattamento tariffario ridotto.
È inoltre lecito attendersi che, nonostante i pochi dettagli emersi dalle dichiarazioni ufficiali, le parti abbiano affrontato il tema dell’attuale situazione in Medio Oriente. In questo senso, nei giorni precedenti, Beijing aveva raccolto la posizione di Teheran durante la visita del Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che, con ogni probabilità, è stata successivamente trasmessa all’Amministrazione Trump. Questi segnali, uniti all’invito della Repubblica Popolare Cinese (RPC) a un ritorno al tavolo dei negoziati sulla base del Memorandum d’Islamabad, parrebbero indicare una crescente preoccupazione da parte di Beijing, verosimilmente motivata dalla prolungata durata della crisi energetica. La stessa, seppur gestita inizialmente tramite un controllo capillare delle proprie riserve e della domanda interna, nel lungo termine potrebbe comunque rivelarsi dannosa per l’economia cinese, ponendola di fronte allo spettro di un significativo rallentamento.
Tema ancora presente, ma marginalizzato nel quadro generale, rimane la questione di Taiwan. Durante il summit, infatti, il Presidente cinese avrebbe rimarcato nuovamente come la Repubblica di Cina rappresenti una linea rossa per lo sviluppo delle relazioni sino-americane. Al centro del dibattito sarebbe presente il pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari che il Congresso statunitense aveva già approvato a sostegno di Taipei e la cui sospensione, in vigore dallo scorso maggio, potrebbe protrarsi nel medio termine.
Con questo summit l’intelligenza artificiale (IA) entra ufficialmente a far parte dei principali argomenti di discussione tra i due Paesi. Nonostante le preoccupazioni sollevate dai leader del settore nei giorni precedenti all’incontro, i due Presidenti hanno deciso di mantenere una visione competitiva, focalizzata più sui vantaggi strategici dell’IA che sui suoi rischi. Trump, infatti, ha dichiarato di non essere intenzionato a rallentare la corsa allo sviluppo per non perdere il vantaggio sempre più sottile che gli Stati Uniti mantengono sulla Cina. Parallelamente, la Repubblica Popolare Cinese, forte anche del ruolo dello Stato nella ricerca e sviluppo delle nuove tecnologie avanzate, si allinea alla posizione statunitense poiché una regolamentazione impedirebbe di continuare a colmare il divario con i modelli americani. Nondimeno, a causa della complessità del tema, i due Paesi hanno comunque concordato la creazione di un meccanismo di condivisione dei rischi e dei benefici dell’IA denominato U.S.-China Super Intelligence Dialogue.
Nel complesso, sebbene il vertice sia apparso scarno di risultati tangibili, esso riconferma la necessità di Cina e Stati Uniti di trovare terreno comune in settori altamente interconnessi e ad alto valore aggiunto, nonostante la volontà di Washington di tutelare la propria posizione di forza nei comparti strategici, come quello tecnologico. In prospettiva, la partecipazione dei due leader al summit APEC a Shenzhen il 17 e 18 novembre e al G20 a Miami il 14 e 15 dicembre potrebbe dare vita a nuove occasioni di confronto sui vari dossier, ma difficilmente porterà a risoluzioni determinanti nel lungo termine.