Produzione e stoccaggio di munizioni: criticità e possibili soluzioni
Difesa e Sicurezza

Produzione e stoccaggio di munizioni: criticità e possibili soluzioni

Di Luca Borrelli
17.03.2023

Il conflitto russo-ucraino, in corso ormai da più di un anno, ha riportato l’attenzione sulla guerra simmetrica convenzionale il cui tempo era erroneamente considerato esaurito. Alla luce di ciò, gli Stati dell’Alleanza Atlantica si sono trovati nella posizione di dover elaborare informazioni e trarre insegnamenti da quanto avvenuto sul campo; ciò non solo per garantire il più appropriato supporto all’Ucraina belligerante, ma soprattutto per cercare di comprendere i caratteri dei conflitti futuri e ad essi adattare le proprie decisioni strategiche. Uno dei campi in cui questo processo è più evidente è quello riguardante la produzione e lo stoccaggio del munizionamento, con particolare riferimento ai proiettili d’artiglieria.

Il volume di fuoco d’artiglieria nel corso del conflitto in Ucraina si è rivelato assolutamente sorprendente. A titolo di esempio, secondo alcune stime, le Forze Armate ucraine hanno finora utilizzato in media circa 5.000 proiettili da 155mm al giorno, con picchi che hanno toccato i 10.000 nei periodi di controffensiva. Per tutta risposta, dall’altro lato del fronte, i russi stanno facendo un uso ancor più massiccio di proiettili di artiglieria, raggiungendo in estate la cifra di 60.000 colpi al giorno e mantenendo più di recente un rateo di fuoco prossimo ai 20.000. Per contestualizzare questi dati si noti che, da un lato, la produzione mensile degli Stati Uniti di munizioni da 155mm si attesta intorno alle 14.400 unità; dall’altro, al rateo di fuoco ucraino, le riserve di munizioni del Regno Unito si esaurirebbero nel giro di circa una settimana. Dai numeri riguardanti la produzione e dalle dichiarazioni in grado di restituire solo un’intuizione dello stato delle riserve strategiche dei Paesi occidentali, come quelle spesso rilasciate dal Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg, si evince quanto in entrambe le casistiche (produzione e stoccaggio) ci siano al momento enormi criticità.

Per far fronte a tale questione, alcuni Stati Membri della NATO hanno risposto con misure diversificate tra di essi, cercando di adattarsi ai contesti nazionali. I primi, per importanza e per prontezza di azione, sono gli Stati Uniti, i quali stanno tentando di rimediare alla loro carenza di proiettili per sistemi di artiglieria terrestre e di munizionamento di vario tipo più in generale; tale debolezza è dovuta all’aver sottostimato i volumi di fuoco che si verificano in conflitti ad alta intensità ed è manifesta se si osserva lo stato degli stock dello US Army. Per esempio, i missili anticarro Javelin inviati all’Ucraina sono stati più di 8.500, vale a dire all’incirca un terzo delle riserve a disposizione; lo stesso vale per i missili antiaerei Stinger, il cui invio è ammontato a circa 2.000 unità, pari a circa un quarto degli stock. A fronte di ciò, dall’inizio del 2023, il Dipartimento della Difesa ha concluso contratti dal valore di 77,5 milioni di dollari per la produzione di missili Javelin, che hanno seguito uno più consistente di 624 milioni di dollari dello scorso maggio, e tre accordi di grande rilievo, dal valore complessivo di 1,77 miliardi di dollari, con Northrop Grumman, General Dynamics e Raytheon per la produzione di proiettili da 155mm. Questi dati assumono significato nel contesto dei piani per l’aumento della produzione di munizionamento elaborati dal Pentagono: raddoppio della produzione di missili Javelin, aumento del 33% circa della fabbricazione di razzi per artiglieria missilistica GMLRS, ripresa della produzione di missili Stinger, quasi completamente cessata, e incremento di più del 600% della produzione di proiettili da 155mm, la quale passerebbe dalle già menzionate 14.400 unità alle 90.000 unità mensili.

Passando in Europa, la Francia ha risposto alle sopracitate problematiche elaborando un piano più ampio e completo che affronta la tematica della produzione di munizioni, con attenzione anche agli aspetti delle subforniture e della tutela dei settori strategici dell’industria della Difesa francese, insieme a quella dell’ottimizzazione dello stoccaggio. In primis, Parigi ha promesso all’Ucraina, insieme a 30 obici Caesar da fornire in autonomia, munizioni da 155mm da prodursi in virtù di un finanziamento congiunto attivato insieme al governo australiano. Successivamente, in seguito a un rapporto parlamentare sullo stato degli stock di munizioni redatto dai deputati Bru e Rancoule, la Francia ha stilato un programma per un aumento della produzione curando le esigenze dell’intera supply chain e valorizzando le linee produttive di alcune componenti che rappresentano un’eccellenza dell’industria francese; il primo esempio di quest’ultimo accorgimento è stato annunciato insieme al piano stesso, e consiste nella rilocazione a Bergerac della produzione di propellente per proiettili da 155mm, nonché in un aumento della stessa, da parte dell’azienda Eurenco, grazie ad un investimento del valore di 60 milioni di euro. Ancora differente è stato l’approccio tedesco al problema in quanto è stato concepito come un aumento della produzione con il solo fine dichiarato di sostenere l’Ucraina. Tale misura ha riguardato sia le munizioni da 35mm per i sistemi antiaerei Gepard, già in possesso di Kiev, che quelle da 155mm per l’artiglieria. Nel concludere questi accordi Berlino si è avvalsa della collaborazione del colosso industriale Rheinmetall, appaltatore in entrambi i casi. Per quanto concerne le cifre nelle quali queste munizioni verranno prodotte, nel primo caso si è nell’ordine delle 300.000 mentre per i proiettili di grosso calibro è possibile basarsi sulle dichiarazioni dell’Amministratore Delegato della Rheinmetall Armin Papperger, che collocano la capacità produttiva potenziale di quest’ultima intorno alle 450.000 unità annue. È altamente improbabile che questi siano ratei produttivi raggiungibili anche nel medio termine, dato che richiederebbero investimenti di natura assolutamente straordinaria nonché i necessari tempi tecnici per efficientare le linee produttive stesse; tuttavia, viste le capacità potenziali, è possibile che la Germania aumenti gradualmente la produzione nell’ottica del sostegno all’Ucraina, per poi assestarsi su elevati ritmi di fabbricazione, reintegrando prima ed accrescendo poi i propri stock. Prima di comparare le varie esperienze esposte, è utile sottolineare le ragioni per le quali è vantaggioso disporre di riserve strategiche di munizionamento. In primo luogo queste permettono di rispondere in maniera adeguata a situazioni di crisi: come il conflitto in Ucraina ha dimostrato, un approccio di produzione “just in time”, cioè basato prevalentemente sulle esigenze contingenti, non si è rivelato adatto. In secondo luogo, riserve strategiche ben strutturate possono rispecchiare una buona capacità di pianificazione strategica di uno Stato, che ne beneficerebbe in termini di credibilità internazionale. Infine, la funzione probabilmente più importante degli stock è quella di contribuire a mantenere elevate le capacità operative di una forza armata, rendendola sempre pronta nel caso in cui dovesse scoppiare un conflitto convenzionale e massimizzando l’efficacia dell’azione di deterrenza.

Tenendo a mente tali elementi, i tre Paesi analizzati hanno incominciato ad affrontare le problematiche legate alla reintegrazione e al probabile, e auspicabile, aumento delle riserve strategiche di munizioni; problematiche che tutti i Paesi NATO dovranno prima o poi considerare. Pertanto, si possono individuare alcune misure comuni ai tre attori legate all’aumento di produzione di munizioni: un piano di medio periodo per aumentare gli stock attuato in parallelo al sostegno all’Ucraina e dunque prolungabile anche al post-conflitto; investimenti parimenti di medio periodo finalizzati a sostenere gli sforzi industriali delle imprese ed a permettere a tutti i nodi della supply chain di adeguare le loro infrastrutture ad una maggiore capacità produttiva e a minori lead time di produzione. In aggiunta a ciò, si possono ipotizzare altre soluzioni che gli Stati in procinto di affrontare la questione potrebbero adottare. Alcune, riguardanti il settore dell’industria della Difesa, si potrebbero concretizzare nell’impiego di forme contrattuali più flessibili per le parti, permettendo così tempi di risposta più rapidi in linea con i repentini cambiamenti dello scacchiere internazionale, oltre a valutare una riduzione di subfornitori che allungano la filiera produttiva, accorciando le supply chain e attuando politiche di reshoring, anche a beneficio della base industriale e tecnologica domestica. Altre misure, da un punto di vista dello stoccaggio, potrebbero risultare nell’immagazzinamento di specifiche sub-componenti chiave per la produzione di munizioni, più critiche da reperire sul mercato in tempi ridotti, da utilizzare in caso di necessità e urgenza, oltre ad un doveroso aumento dell’impegno per la manutenzione del materiale in riserva.

In conclusione, la questione della produzione e dello stoccaggio di munizioni, portata all’attenzione degli Stati Membri della NATO con la guerra in Ucraina, è una delle variabili che definiranno la direzione in cui la conflittualità convenzionale e i meccanismi di deterrenza si potranno evolvere negli anni o decenni a venire. La guerra russo-ucraina insegna infatti che i conflitti convenzionali non si vincono solo grazie alla tecnologia o alla capacità di schierare sistemi d’arma all’avanguardia, ma anche in virtù della capacità di sostenere una situazione di conflitto ad alta intensità per un periodo di tempo prolungato, facendo leva sulla forza dei numeri e su stock di munizioni di gran lunga maggiori di quelli manutenuti e operati dalle Forze Armate occidentali (soprattutto europee) negli ultimi trent’anni.

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