Libano, Hezbollah alla prova delle proteste di piazza
Medio Oriente e Nord Africa

Libano, Hezbollah alla prova delle proteste di piazza

Di Valeria Sartori
04.12.2019

A partire dalla sera di giovedì 17 ottobre e per diverse settimane, migliaia di persone si sono radunate quotidianamente nelle principali piazze delle principali città libanesi per chiedere le dimissioni dell’intero governo, considerato responsabile della grave situazione economica in cui versa il Paese. Con un debito pubblico tra i maggiori al mondo (150% in rapporto al PIL), un’alta disoccupazione giovanile (37% per gli under 35), e un terzo della popolazione che vive con circa 120 dollari al mese, poco meno di 4 dollari al giorno, la situazione socioeconomica del Libano è a dir poco disastrosa ed incandescente.

La scintilla che ha acceso le proteste è stata la decisione, subito ritirata viste le proteste scatenate, di tassare le chiamate delle principali applicazioni VoIP come Whatsapp. Da Beirut a Baalbeck, da Sidone a Tripoli, gli slogan scanditi dai giovani manifestanti ricordano quelli che animarono le piazze durante le cosiddette Primavere Arabe nel 2011: “il popolo vuole la caduta del regime” e “tutti vuol dire tutti” riferendosi alla corruzione e ai legami clientelari che caratterizzano la classe politica al governo, invariata dalla fine della guerra civile.

Le rivendicazioni della piazza, dopo oltre un mese di mobilitazione continua, sono state accolte solo di facciata. Nonostante le dimissioni del Primo Ministro Hariri, avvenute il 29 ottobre, le trattative per la formazione di un nuovo esecutivo si sono prolungate tra veti incrociati e pochi segnali di cambiamento reale nella fisionomia del governo del Paese. La proposta di nominare il magnate economico Safadi Mohammad, ex Ministro delle Finanze, come nuovo capo del governo, avanzata a fine novembre, è emblematica della distanza che intercorre tra la classe politica al potere ed i manifestanti scesi in piazza che invece chiedono una netta rottura con il sistema di governo attuale.

A ben vedere, il tratto caratterizzante di questa ondata di manifestazioni va rinvenuto proprio nella denuncia delle storture della particolare architettura  istituzionale libanese, che ha i tratti di una democrazia consociativa su base etnico-confessionale. In questo sistema, ogni confessione religiosa viene rappresentata a livello politico. Basti solo pensare alla suddivisione, tra le maggiori comunità, delle più importanti cariche dello Stato libanese dove il Primo Ministro deve essere un musulmano sunnita, il Presidente della Repubblica un cristiano maronita e il Presidente del Parlamento uno sciita. Nella realtà del Paese dei Cedri, però, questa architettura rigida e complessa è finita per creare un sistema in cui le divisioni confessionali si riflettono anche nella gestione della res publica e, più genericamente, in ogni aspetto della vita quotidiana. Una delle conseguenze tradizionali riguarda la tendenza a preservare e approfondire le divisioni tra i cittadini libanesi, che sono portati ad avere come punto di riferimento non tanto l’istituzione in sé, quanto il rappresentante politico della propria comunità confessionale di appartenenza. In più, tale sistema viene gestito con un modus operandi tipicamente clientelare che porta quindi al potere (sia politico che economico) una vera e propria élite, composta sostanzialmente dalle stesse famiglie da oltre vent’anni, e in alcuni casi fin dai tempi della guerra civile (1975-1990).

È proprio questo delicato equilibrio politico-confessionale, a cui concorrono anche le varie potenze regionali come Iran e Arabia Saudita sostenendo i partiti che meglio incarnano i propri interessi, che per la prima volta viene così prepotentemente preso di mira e contestato dalla popolazione. Le principali rivendicazioni portate avanti dai manifestanti includono infatti le dimissioni dell’intero governo attuale e la nomina di un esecutivo costituito da tecnici che possa mettere in atto le riforme economico-finanziarie necessarie per uscire dalla crisi e, in ultima istanza, per arrivare a nuove elezioni attraverso le quali mettere fine al sistema politico confessionale.

Rispetto però alle manifestazioni del 2011, alle precedenti del 2005 per l’assassinio del Primo Ministro Rafiq Hariri e a quelle della crisi dei rifiuti nel 2015, le proteste di queste settimane sono per molti aspetti diverse. Innanzitutto l’eterogeneità dei manifestanti, soprattutto da un punto di vista sociale e confessionale (anche se nel contesto libanese questi due aspetti tendono a sovrapporsi), e l’assenza di un vero e proprio leader a guidare le mobilitazioni. In secondo luogo, la natura transconfessionale di queste proteste, e la conseguente impossibilità per i leader dei partiti di mobilitare la propria base confessionale di sostegno. Terzo punto, la loro diffusione in tutte le grandi città del Paese, e non più solo a Beirut, le rende inoltre doverose d’attenzione. Non da ultimo, l’obiettivo delle contestazioni, ovvero la classe politica considerata nella sua interezza, rappresenta un ulteriore elemento di rottura con le mobilitazioni sociali del passato. Particolarmente rilevante, a tal proposito, è il fatto che bersaglio della rabbia dei manifestanti sia diventato anche il partito-movimento sciita Hezbollah. Prima d’ora, infatti, il Partito di Dio non era mai stato obiettivo delle proteste di natura socio-economica, principalmente grazie alla sua capacità di fornire sussidi, beni e servizi ai propri sostenitori e membri del partito così come alle altre componenti della società libanese.

Per questa ragione, tra tutti gli attori dell’arena politica libanese chiamati a rispondere ai moti di piazza delle ultime settimane, quello su cui è più importante focalizzare l’attenzione è proprio Hezbollah, che dopo le elezioni del 2018 è tra i partiti con il maggior peso politico nonché asse portante del governo di unità nazionale. Il modo in cui queste proteste verranno gestite dal partito guidato da Hassan Nasrallah e dal suo braccio armato sarà cruciale per la stabilità e sicurezza del Paese dei Cedri.

Nato ufficialmente nel 1985 durante la guerra civile libanese, Hezbollah si sviluppa come milizia fin dall’inizio degli anni Ottanta per combattere l’invasione israeliana nel sud del Paese, assumendo ben presto un ruolo determinante nel conflitto con lo Stato ebraico e alimentando una narrativa che lo vede al centro di un “asse della resistenza” contro Tel Aviv. È principalmente per questo motivo che il Partito di Dio riesce infatti a conservare il proprio braccio armato nonostante il processo di smantellamento delle milizie legate ai partiti libanesi, previsto dagli accordi di Ta’if del 1990 che pongono fine alla guerra civile.

Da quel momento, Hezbollah ha aumentato progressivamente la propria legittimità e il consenso soprattutto all’interno della comunità sciita, geograficamente concentrata soprattutto nella Dahiye (periferia) meridionale di Beirut e più in generale nel sud del Libano e nella Valle della Beqaa. La base di riferimento del Partito ha infatti potuto contare in modo continuativo su tutta una serie di servizi (come scuole e ospedali) e sussidi (per esempio alle famiglie dei propri caduti contro Israele o nella guerra in Siria). Servizi che Hezbollah fornisce in parallelo, o come unica possibilità in caso di mancanza, alle istituzioni statali.

Questi fattori hanno tradizionalmente permesso al movimento di incrementare il proprio consenso elettorale all’interno del Paese. Una tendenza che è stata confermata anche nelle elezioni politiche del maggio 2018, nelle quali l’alleanza 8 Marzo (in cui convergono principalmente le forze sciite quali il partito di Nasrallah e Amal, ma anche il Movimento Patriottico Libero di stampo maronita), ma soprattutto Hezbollah, è risultata vincitrice sul fronte rivale dell’alleanza 14 Marzo, costruito attorno al Partito Futuro di Saad Hariri. Il Partito di Dio, infatti, ha accresciuto la sua rappresentanza parlamentare, e insieme alle formazioni più affini è riuscito a superare la soglia di un terzo dei seggi, che gli consegna un potere di veto de facto sulle decisioni più rilevanti per il Paese come, ad esempio, la legge finanziaria. Il governo di unità nazionale formatosi diversi mesi dopo le elezioni, ovvero a gennaio 2019, vede quindi una presenza decisamente aumentata del Partito di Dio all’interno del gabinetto ministeriale con ben tre posizioni assegnate, la cui più importante è sicuramente il Ministero della Sanità (il quarto per ordine di budget), frutto di un lungo braccio di ferro tra gli schieramenti politici al governo. Nonostante la coalizione 8 Marzo abbia un peso considerevole all’interno del governo attuale, questo risulta comunque in linea con quelli precedenti. A partire dal 2016, infatti, il Libano testimonia un continuo susseguirsi di forme di governo di unità nazionale, fondamentalmente per cercare di mantenere una politica estera il più neutrale possibile nei confronti del regime di Bashar al-Assad e allo stesso tempo contenere le ricadute della guerra civile siriana all’interno del Paese dei Cedri.

L’estate del 2018 rappresenta un momento saliente per Hezbollah anche da un punto di vista economico oltre che elettorale. La decisione dell’amministrazione Trump di applicare sanzioni economiche all’Iran ha infatti delle conseguenze necessariamente anche per il partito libanese, il quale, come riconosciuto dal suo stesso leader, gode di vitali finanziamenti da parte della Repubblica Islamica, che secondo stime americane si aggirerebbero attorno a 700 milioni di dollari l’anno. Nonostante i dinieghi da parte degli ufficiali del partito e la mancanza di dati certi a riguardo, si può comunque sostenere che le misure statunitensi abbiano avuto un impatto negativo anche sulle casse di Hezbollah. Il partito ha quindi dovuto rimodulare le proprie politiche di welfare. Tra le misure adottate, a titolo di esempio, si possono ricordare la diminuzione delle razioni di carne e dello stipendio ai propri combattenti nel conflitto siriano, l’aumento delle cassette per le offerte presenti a Beirut e nel sud del Paese (per la prima volta, Nasrallah ha lanciato un appello pubblico per ottenere un aumento delle donazioni). Nell’estate 2019 si sono poi aggiunte ulteriori sanzioni, sempre provenienti dagli Stati Uniti, ma per la volta indirizzate a dei membri del parlamento libanese, eletti con il Partito di Dio e accusati di manipolare le istituzioni pubbliche per il tornaconto economico e militare del proprio partito-milizia. Hezbollah infatti è ritenuto un movimento terroristico dall’amministrazione statunitense ed è accusato di rafforzare le “attività maligne” dell’Iran.

In quest’ottica, dunque, l’ottenimento del dicastero della Sanità dopo le ultime elezioni ha quindi rappresentato un’arma a doppio taglio per il Partito di Dio. Se da un lato ciò ha infatti permesso di consolidare la propria legittimità istituzionale e soprattutto di avere più influenza nei processi decisionali della politica nazionale, allo stesso tempo Hezbollah tende ad acquisire, anche agli occhi della popolazione e della propria base di consenso tradizionale, una fisionomia sempre più affine a quell’establishment politico che è l’oggetto dell’ultima ondata di proteste. Se Hezbollah nasceva come movimento a forte vocazione anti-sistemica, e pertanto si voleva presentare come non compromesso con il malaffare che promana dalla struttura politica confessionale libanese, la permanenza al governo di Hezbollah negli ultimi anni ha rovesciato questa narrativa, sancendo definitivamente il suo passaggio a membro a tutti gli effetti del sistema libanese. Di conseguenza, l’essere percepito come parte integrante del sistema, considerando le difficoltà economiche a cui il Paese sta andando incontro, ha inevitabilmente esposto Hezbollah alla critica della piazza, inclusa quella di estrazione sciita. Un rovesciamento peraltro ben visibile nelle principali accuse rivolte al partito: appropriazione di fondi pubblici e favoritismi nell’erogazione di servizi principalmente nei confronti della comunità sciita.

A questo quadro si aggiunge poi il ruolo centrale di parte del settore bancario libanese, già di per sé in pesante crisi, nel riciclaggio di denaro di Hezbollah e nella facilitazione di operazioni spesso opache da parte di imprenditori siriani vicini al regime di Damasco. Anche in questo caso, le sanzioni statunitensi non sono tardate e, a partire dalla primavera 2019, colpiscono diverse banche libanesi, tanto da aver già portato al fallimento la Jammal Trust Bank. Nonostante i dinieghi e le rassicurazioni immediate di Nasrallah soprattutto riguardo la correttezza della condotta del Ministro della Sanità, il partito non è stato tuttavia risparmiato dalle critiche della popolazione libanese.

Il combinato disposto degli effetti di una crisi economica di lunga data e delle nuove sanzioni americane, quindi, tratteggia un quadro fosco per Hezbollah, che vede minacciata non solo la propria sostenibilità finanziaria ma anche la sua legittimità. Come accennato in precedenza, per la prima volta infatti anche la comunità sciita del Paese protesta contro i propri rappresentanti politici: l’erogazione di servizi e sussidi, da parte di Amal ed Hezbollah, non risulta essere più sufficiente nella congiuntura economica attuale in cui versa il Paese, in particolare nel territorio del Sud rimasto ancora largamente escluso dagli interventi di ricostruzione e dalla fornitura di servizi di base come l’elettricità e l’acqua potabile. L’aver aumentato la propria presenza all’interno del governo libanese fa sì che ora il Partito di Dio sia percepito come corresponsabile, tanto quanto gli altri gruppi politici, della grave situazione economica. Una percezione in parte acuita da due recenti discorsi di Nasrallah, tenuti il 19 e 25 ottobre. In quelle circostanze, il leader del partito si è infatti dichiarato contrario alle dimissioni del governo chieste dai manifestanti, sostenendo invece il pacchetto di riforme proposto da Hariri 72 ore dopo l’inizio delle proteste, e presentandolo come un passo in avanti per il miglioramento della situazione socioeconomica e la lotta alla corruzione.

Il protrarsi delle manifestazioni ha quindi messo progressivamente il Partito di Dio sotto pressione. Infatti, una lunga stagione di piazza nuocerebbe certamente alla sua legittimità politica e sociale, ma al tempo stesso l’opzione di reprimere le proteste verrebbe percepita dalla popolazione come una difesa dello status quo, danneggiando allo stesso modo l’immagine del partito.

Finora, Nasrallah sembra aver optato per una gestione decisa ma “morbida” dell’ordine pubblico. Le proteste che si sono svolte e si stanno tutt’ora svolgendo nelle città roccaforte di Hezbollah e Amal, come Nabatye, Baalbeck, Sidone e Tiro, non sono state prive di opposizione interna: minacce che si sono poi concretizzate in attacchi veri e propri contro i manifestanti e hanno addirittura spinto alle dimissioni alcuni funzionari della municipalità di Nabatiye. Anche a Beirut qualche giorno dopo, ovvero venerdì 25 ottobre, sostenitori del partito si sono radunati in Piazza Riad el-Solh per difendere il proprio leader, scontrandosi quindi con i manifestanti presenti. Piazza dei Martiri si è rivelata nuovamente un campo di battaglia anche martedì 29 ottobre, quando militanti di Hezbollah ed Amal hanno distrutto tende e presidi dei contestatari che da giorni occupano il centro di Beirut. Probabilmente questi episodi, congiuntamente alle insinuazioni di Nasrallah (espresse durante il suo secondo discorso di venerdì 25) sui presunti legami tra i manifestanti e le ambasciate di non meglio precisati governi occidentali, costituiscono un tentativo di affievolire la portata delle mobilitazioni popolari cercando di dividere la piazza e i dimostranti secondo linee confessionali, strategia già utilizzata durante le proteste del 2011 e 2015. Al tempo stesso, gli episodi violenti di questi giorni potrebbero essere letti anche come una prova di forza da parte del partito, per ricordare agli altri attori politici libanesi la propria capacità militare, potenzialmente attivabile nel caso in cui le circostanze non dovessero evolvere a proprio favore.

Proprio per questo, il mantenimento sostanziale dello status quo a livello governativo rappresenta probabilmente la scelta più conveniente per Hezbollah, in quanto con l’indizione di nuove elezioni potrebbe rischiare di perdere il Ministero della Sanità e di ottenere inoltre un minor consenso rispetto alla tornata elettorale precedente. Tuttavia, l’ipotesi di formazione di un nuovo esecutivo con una presenza volutamente ristretta del partito non verrebbe facilmente accettata da Nasrallah e, con tutta probabilità, anche da buona parte della comunità sciita (in passato a lungo politicamente sottorappresentata). Dal lato opposto, invece, un esecutivo eccessivamente filo-Hezbollah aumenterebbe ulteriormente l’incertezza che circonda la già precaria situazione politico-economica, in quanto l’intero governo risulterebbe probabile bersaglio di ulteriori sanzioni statunitensi che potrebbero minare la possibilità di ottenere nuovi prestiti e di rifinanziare il proprio debito. D’altro canto, la fase di affanno economico attraversata dall’Iran rende improbabile che Teheran possa contribuire in misura maggiore alle finanze di Hezbollah. In più, un esecutivo troppo sbilanciato verso Hezbollah renderebbe anche meno facile da accettare, per larga parte della Comunità Internazionale, un ruolo di primo piano del Libano nella ricostruzione della Siria, processo che potrebbe mobilitare nei prossimi anni diversi miliardi di dollari, contribuendo così al rilancio dell’economia del Paese dei Cedri. Entrare nel business della ricostruzione permetterebbe infatti al Libano, grazie alla città portuale di Tripoli e la relativa Zona Economica Speciale, di garantire una base finanziaria, logistica e infrastrutturale importante per tutti gli attori che saranno coinvolti nella fase di ricostruzione.

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