L’arresto di Ghannouchi e l’instabilità tunisina: quale direzione per la Tunisia?
Medio Oriente e Nord Africa

L’arresto di Ghannouchi e l’instabilità tunisina: quale direzione per la Tunisia?

Di Federica Curcio
19.04.2023

L’ondata di repressione ed arresti avviata in Tunisia dal Presidente Kais Saied a partire da febbraio ha toccato il suo punto più drammatico il 13 aprile con la morte di Nazar Issaoui, giovane tunisino che la scorsa settimana ha deciso di darsi fuoco in un drastico atto di protesta contro le vessazioni della polizia. La scelta di Issaoui ricorda inevitabilmente quella del venditore ambulante Mohamed Bouazizi che nel dicembre del 2010 aveva scelto di togliersi la vita allo stesso modo scatenando le rivolte tunisine nell’alveo delle Primavere Arabe. All’epoca, le difficoltà economiche e sociali avevano infatti portato alla caduta del regime di Zine al-Abidine Ben Ali (durato più di 20 anni) e, a distanza di dodici anni, le medesime condizioni continuano ad affliggere la Tunisia che restituisce, per questo, uno scenario preoccupante.

La Tunisia attualmente si trova ad attraversare una situazione politica ed istituzionale estremamente critica, riconducibile all’ascesa al potere di Kais Saied che, dal 2021, ha cambiato le sorti del sistema costituzionale del Paese accentrando gran parte dei poteri esecutivi e legislativi nella sua figura oltre ad aver scatenato un’ondata di repressione ed arresti arbitrari ai danni di politici, giornalisti e attivisti critici del suo governo. Un’azione diretta, in particolare, a colpire il partito di opposizione Ennahda e culminata con l’arresto del suo leader Rachid Ghannouchi (17 aprile), tra i principali oppositori alla presa di potere di Saied. Alla repressione del dissenso interno – avvenuta sulla base legale del Decreto n.54 contente restrizioni alla libertà di espressione, che fornisce alle autorità di polizia un ampio potere di repressione – si è unita, inoltre, una recrudescenza della discriminazione razziale ai danni dei migranti subsahariani presenti nel Paese da parte del leader tunisino che ha scatenato violente proteste e richiamato le critiche della comunità internazionale, incluse quelle dell’Unione Africana.

La svolta autoritaria di Saied ha prodotto dunque un quadro politico-istituzionale ormai diretto verso una decisa traiettoria autoritaria, reso ancora più complesso da una tragica crisi economica: l’inflazione corre al ritmo del 10,4%, la disoccupazione ha superato la soglia del 15% e il debito pubblico ha raggiunto l’89,2% del Pil, mentre la popolazione affronta quotidianamente carenze di generi alimentari di prima necessità, sempre più costosi e dall’accesso difficile nella misura in cui il potere d’acquisto dei tunisini si è drasticamente ridotto. Il contesto economico, infatti, subisce ancora gli impatti della pandemia da Covid-19 e della guerra in Ucraina: un combinato esplosivo in un Paese affetto da una cronica crisi alimentare, aggravata altresì dall’esposizione al cambiamento climatico. Da settembre del 2022, a causa della scarsità di piogge, le dighe tunisine hanno registrato una diminuzione della capacità di circa 1 miliardo di metri cubi inducendo le autorità ad interrompere l’approvvigionamento idrico durante la notte in alcune parti della capitale ed in altre città per ridurre i consumi. In questo contesto anche l’accordo raggiunto con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) nell’ottobre scorso – e attualmente congelato – per un prestito condizionato da 1,9 miliardi di dollari rischia di naufragare. Il Presidente ha infatti respinto le riforme vincolanti per l’erogazione del prestito, a partire dal taglio dei sussidi, in base all’idea che tali misure di austerità – tra le quali il limite ai salari nel settore pubblico e la profonda riforma delle imprese statali – possano minacciare l’impoverimento della popolazione e la stabilità del Paese. La svolta è per molti versi allarmante: senza le risorse disposte dall’istituzione finanziaria e le urgenti riforme strutturali Tunisi rischia il default.

Il peggioramento del contesto interno ha dato vita ad un forte dinamismo diplomatico da parte dell’Unione Europea e, in primis, dell’Italia che si è concretizzato nel viaggio del commissario europeo Paolo Gentiloni a Tunisi e con il recente incontro tra il Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani e il suo omologo tunisino Nabil Ammar. L’instabilità del teatro tunisino infatti ha già esacerbato il dossier migratorio con la crescita dei flussi verso le coste europee: rispetto allo scorso anno le partenze sono quadruplicate considerando che più di 12.000 persone sono sbarcate in Italia partendo dalla Tunisia (su un totale di circa 20.000 sbarchi via mare). Un intervento tempestivo e soprattutto congiunto da parte dell’UE potrebbe essere incisivo ed efficace – ma difficile da attuare a causa delle diverse priorità dei membri – a scongiurare una crisi migratoria pari a quella scoppiata all’indomani delle Primavere Arabe, che aveva evidenziato l’inadeguatezza europea nella gestione della questione migratoria.
Nonostante lo scenario rischi di andare fuori controllo nel breve termine, sarebbe auspicabile rilanciare un graduale processo di riconciliazione nazionale che coinvolga tutti gli attori della società tunisina e che sia sostenuto dall’Unione Europea (in particolare da Italia e Francia) e dall’Algeria. L’intento è, quindi, quello di delineare una chiara roadmap (economica, ma anche istituzionale) per la gestione della crisi.

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