Il piano Netanyahu per il post-Gaza: quali aspettative reali?
Medio Oriente e Nord Africa

Il piano Netanyahu per il post-Gaza: quali aspettative reali?

Di Giuseppe Dentice
23.02.2024

Nella notte del 23 febbraio, il Premier Benjamin Netanyahu ha presentato formalmente, durante la riunione del gabinetto di sicurezza, una proposta di piano post-conflitto per Gaza. Il documento si articola come una road map di intenzioni da dover seguire e attuare in fasi differenti in un domani quando la guerra terminerà nell’enclave palestinese.

Tra gli elementi più interessanti si evince la “completa smilitarizzazione” della Striscia, la chiusura del confine meridionale del territorio con l’Egitto e il controllo di tutti i valichi di frontiera, l’installazione di una “amministrazione civile locale” non collegata però ad alcun attore sponsor del terrorismo.

In linea di massima, il documento è sintetizzabile attraverso il perseguimento di due indirizzi di breve e lungo periodo. Nel primo caso, si annuncia la distruzione della capacità militari e delle strutture di governo di Hamas, nonché il controllo di sicurezza della Striscia e la smilitarizzazione del territorio attraverso l’istituzione di una zona cuscinetto nella quale poter operare per impedire la nascita di “nuove Hamas”. Nella seconda ipotesi, si punta ad una rioccupazione di Gaza – anche se non è chiaro in che termini e modalità temporali e se avverrà in toto o in parte –, ad una gestione diretta della sicurezza dell’enclave e dei valichi di frontiera, e all’introduzione di un’amministrazione civile con “personale locale” non ben specificato. Proprio quest’ultima mossa sarebbe chiaramente indirizzata non solo a delegittimare l’ Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente (UNRWA), ma anche a ottenerne una sua chiusura definitiva alla luce delle accuse israeliane di collaborazione dei suoi funzionari con Hamas e con le attività dell’organizzazione negli attacchi del 7 ottobre 2023.

Contestualmente, e sempre in un’ottica di lungo periodo, il documento programmatico prevede il rafforzamento della presenza israeliana in Cisgiordania attraverso la costruzione di nuove case e plessi abitativi, nonché con l’ampliamento delle colonie già esistenti. Nel dettaglio, è prevista la costruzione di nuovi alloggi a Maaleh Adumim (2.350 alloggi), Efrat (694) e a Keidar (300).

Il cosiddetto “piano Netanyahu” arriva nel momento di picco della tensione politica, militare e diplomatica dentro e fuori i confini di Israele. Altresì è innegabile che la proposta giunga proprio quando le pressioni esterne nei confronti di Tel Aviv siano alte sia da parte della comunità internazionale, sia dagli alleati – in particolare dagli Stati Uniti, che richiedono maggiore chiarezza al governo israeliano sui piani futuri per Gaza vista la scarsità di informazioni fino ad oggi fornite a tal proposito.

Nel concreto, la proposta presenta diverse interrogativi e non è chiaro quanto realmente queste dichiarazioni di intenti porteranno ad un cambio di scenario nel breve, medio e lungo periodo. Infatti, rimangono inevasi molti punti, tra i quali il destino dei palestinesi fuggiti dalla Striscia e la loro possibilità di poter rientrare nell’enclave a guerra finita. Inoltre, non è chiaro come il controllo di sicurezza si concilierà con le necessità israeliane e soprattutto per quanto tempo e in che modi. Così come non è dato sapere il tipo di partecipazione araba (e nella fattispecie egiziana) nella gestione della frontiera e del valico di Rafah, senza rischiare incidenti diplomatici. Ultimo, ma non meno dirimente tra i punti sollevati, il tema relativo alla ricostruzione dell’enclave e all’amministrazione civile: non si spiega in alcun modo che tipo di personale locale verrà impiegato nell’area e che ruolo avranno, in teoria, gli Stati arabi nella transizione e negli eventuali pagamenti dei danni provocati dal conflitto. Il tutto senza dimenticare l’incertezza intorno all’Autorità Nazionale Palestinese.

È evidente che questi elementi facciano pensare che le proposte avanzate possano essere realizzabili forse solo in minima parte e trovando, comunque, forti ostacoli a livello diplomatico da parte sia degli USA, sia dei mediatori arabi (Egitto e Qatar). Altresì, è palese che il piano post-guerra a Gaza risponda a esigenze squisitamente israeliane. Infatti, da un lato, si vuole cavalcare i sentimenti radicali dentro l’esecutivo e quindi impedire fratture al suo interno (soprattutto da parte dell’ala vicina a Ben Gvir e Smotrich); dall’altro si punta a mandare un messaggio eloquente all’esterno di non interferenza negli affari di Israele, intendendo, pertanto, il dossier gazawi come un’assoluta necessità di pertinenza esclusiva di Tel Aviv.

In definitiva, il piano in sé rimane fumoso e troppo ondivago nelle proposte, nonché non troppo distante in termini di indirizzi di massima dalle indicazioni spesso annunciate dalla leadership israeliana nell’immediato post-7 ottobre.

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