Il Chips Act: un buon punto di partenza, ma non di arrivo
Geoeconomia

Il Chips Act: un buon punto di partenza, ma non di arrivo

Di Alexandru Fordea
05.04.2024

Il 20 marzo, l’Amministrazione Biden ha annunciato l’assegnazione di circa 20 miliardi di dollari in sussidi e prestiti al produttore americano di microchip Intel. Nello specifico, questo pacchetto di aiuti, che fornirebbe fino a 8,5 miliardi di dollari a fondo perduto e fino a 11 miliardi di dollari in prestiti alla società, dovrebbe favorire la strutturazione di un investimento quinquennale dal valore superiore ai 100 miliardi di dollari, destinato a sovvenzionare i progetti di Intel in Arizona, New Mexico, Ohio e Oregon.

Questa decisione è stata solo il secondo episodio in cui si è registrata l’attuazione del Chips and Science Act approvato nel 2022, destinato a rafforzare la produzione, la progettazione e la ricerca nazionale di semiconduttori, e per consolidare le catene di fornitura di chip statunitense. La prima volta, infatti, è avvenuta il 19 febbraio quando GlobalFoundries, terza fonderia di semiconduttori indipendente più grande al mondo, ha ricevuto oltre un miliardo e mezzo di dollari con l’obiettivo di espandere le proprie capacità produttive nel settore.

In tal senso, tra i probabili futuri beneficiari dei 70 miliardi di euro per prestiti e garanzie e degli oltre 30 miliardi di euro per sovvenzioni del Chips Act, potrebbe esserci le taiwanese TSM (Taiwan Semiconductor Manufacturing), che avrebbe tra gli obietti la costruzione di due impianti in Arizona, e l’americana MU (Micron Technology).

Sebbene tali aiuti potrebbero favorire un incremento dell’autonomia produttiva statunitense, permangono diverse perplessità sulla possibilità che Washington possa distaccarsi dalla dipendenza cinese nel breve periodo. A riguardo, i dati sulla costruzione di impianti di produzione di semiconduttori mostrano che alla fine del 2024 oltre l’80% della capacità produttiva mondiale sarà ancora localizzata in Asia, nello specifico in Cina, Taiwan, Corea del Sud e Giappone, con una percentuale stimata per quest’anno leggermente superiore a quella dell’anno scorso. Si prevede, inoltre, che la quota di capacità mondiale della Cina dovrebbe aumentare dal 26% al 27% nel 2024, mentre l’America rimarrebbe leggermente al di sotto del 10%.

In questo quadro, gli investimenti americani non dovrebbero creare un’alterazione immediata nell’attuale contesto del settore high tech, ma potrebbero porre le basi per un cambio di rotta nel medio-lungo termine. Infatti, seppure allo stato attuale l’influenza degli Stati Uniti nel settore rimanga marginale rispetto ai concorrenti asiatici, nel lungo termine le prospettive sono più rosee per Washington che entro la fine del decennio potrebbe produrre circa il 20% della produzione mondiale di semiconduttori e microchip di alta fascia.

D’altro canto, Pechino non sembrerebbe rimanere immobile. Le aziende cinesi, in previsione delle più severe restrizioni alle esportazioni occidentali, si sono impegnate ad aumentare ulteriormente il proprio peso specifico nel settore e la propria disponibilità di chip e semiconduttori, accumulando scorte inerenti ad apparecchiature per la produzione degli stessi. Uno degli ultimi a beneficiare di tale strategia è stato il produttore giapponese di chip Tokyo Electron, le cui azioni hanno guadagnato il 20% da quando ha alzato le previsioni sugli utili di quest’anno. Inoltre, la Cina ha rappresentato quasi la metà del suo mercato nello scorso trimestre, dopo che le vendite sono raddoppiate rispetto all’anno precedente. Anche nel contesto europeo si è registrato un trend simile dove le importazioni cinesi di macchine litografiche dai Paesi Bassi sono quasi quadruplicate nel 2023. Oltretutto Pechino rimane il punto cardine anche nel contesto della gestione dell’estrazione e della raffinazione delle Critical Raw Materials, fondamentali anche nel settore high-tech, dove è principale attore nelle diverse fasi produttive di oltre 15 di esse. In merito a ciò, la Cina gestisce ampie fette del processo di raffinazione del nichel (68%), del rame (40%), del litio (59%) e del cobalto (73%), garantendo il dominio soprattutto nel settore delle batterie per veicoli elettrici, delle turbine eoliche e della produzione di pannelli solari.

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