Gli Houthi tra obiettivi interni e condizionamenti internazionali
Medio Oriente e Nord Africa

Gli Houthi tra obiettivi interni e condizionamenti internazionali

Di Giuseppe Manna
06.03.2024

Nella notte tra il 18 e il 19 febbraio, un missile lanciato dagli Houthi ha colpito la portarinfuse Rubymar della compagnia di navigazione britannica Golden Adventure Shipping nelle vicinanze dello Stretto di Bab al-Mandab. Il mercantile è colato a picco dopo quasi due settimane di lenta deriva verso Nord a causa dei gravi danni riportati dallo scafo. Ora si teme un disastro ambientale provocato dalle tonnellate di fertilizzanti nella stiva e dal carburante ancora presente nei serbatoi. Le milizie yemenite sono così riuscite a causare il primo affondamento da quando prendono di mira le navi in transito nel Mar Rosso meridionale in risposta all’intervento israeliano a Gaza. Restano precarie le condizioni di sicurezza in un tratto di mare dove normalmente passano quasi la metà dei traffici marittimi globali e un terzo dei container, con gli Houthi impegnati a sfruttare a proprio vantaggio la posizione strategica dello Yemen e le faglie di crisi che attraversano il Medio Oriente.

I membri di questo gruppo politico-militare e confessionale amano qualificare la loro organizzazione come Ansarullah, cioè partigiani o ausiliari di Dio. Tale appellativo richiama gli abitanti di Medina convertiti dopo l’arrivo del Profeta, che diedero vita al nerbo militare del primo Islam. L’ascesa di queste milizie cominciò alla fine del secolo scorso nel Nord dello Yemen. Le iniziali attività culturali e religiose si trasformarono presto in rivendicazioni violente di autonomia, duramente represse dal Presidente Ali Abdallah Saleh. Ma è con le cosiddette Primavere Arabe che gli Houthi acquisirono visibilità internazionale, approfittando della guerra civile nella quale stava sprofondando il Paese per intensificare la lotta armata. La svolta arrivò nel 2014, quando Ansarullah occupò la capitale Sana’a, consolidando il suo controllo su circa un quinto del Paese. A difesa del governo riconosciuto stabilitosi ad Aden intervenne una coalizione di Stati arabi sotto la guida dell’Arabia Saudita, intenzionata a recidere i legami nel frattempo approfonditisi tra i loro rivali iraniani e gli Houthi.

La campagna militare si è rivelata disastrosa per Riyadh e non ha centrato l’obiettivo principale di espellere Ansarullah dalla galassia dei proxy di Teheran. La Repubblica Islamica dispone così di un alleato molto prezioso nella Penisola Arabica, che può attivare in qualsiasi momento per esercitare pressioni sui sauditi nel quadro più ampio del confronto tra le due potenze per l’egemonia regionale. Ciononostante, sarebbe errato considerare gli Houthi come dei semplici “emissari” che gli iraniani manovrano a loro piacimento. Destabilizzando una delle arterie principali del commercio mondiale che passa proprio al largo dello Yemen occidentale, l’organizzazione persegue prima di tutto interessi propri, strettamente legati alle esigenze della conservazione del potere e del controllo del territorio. Lo stesso schieramento a favore di Hamas nel conflitto seguito al massacro di civili israeliani del 7 ottobre risponde soprattutto a obiettivi domestici.

Pur non disdegnando di accreditarsi come alfiere della causa palestinese in tutto il mondo islamico, Ansarullah punta soprattutto ad acquisire consenso interno. Il sentimento anti-israeliano è forte in tutto lo Yemen e la mobilitazione delle piazze permette di sfogare contro il nemico sionista il crescente malcontento per le precarie condizioni di vita della popolazione. Queste potevano essere giustificate fintantoché le bombe saudite cadevano numerose. Ma la retorica dell’assedio straniero non funziona più da quando, nell’aprile del 2022, è entrato in vigore l’accordo provvisorio di cessate il fuoco in vista di colloqui di pace diretti tra le parti coinvolte nella guerra civile yemenita. Prima dell’inizio delle operazioni nel Mar Rosso meridionale, l’insoddisfazione serpeggiante tra gli abitanti era emersa in manifestazioni e violenze. Seppur ancora circoscritte, tali proteste stavano creando difficoltà alla rudimentale forma di amministrazione pubblica messa in piedi dagli Houthi per la riscossione delle tasse, ma incapace di fornire anche i più elementari servizi di base.

La visibilità e il prestigio acquisiti consentono ora ad Ansarullah di guadagnare tempo prima che il malcontento della popolazione torni a costituire un problema per la conservazione del loro potere. Inoltre, l’organizzazione può permettersi di partecipare ai negoziati con le altre formazioni del ginepraio politico yemenita da una posizione di forza. Non è inverosimile che, esaltati dalla sfida lanciata alla stabilità delle rotte marittime globali e al loro garante statunitense, gli Houthi decidano di giocare la carta dell’allargamento dei territori sotto il loro controllo, sfruttando anche la superiore preparazione militare e la consistente disponibilità di armamenti. Questo potrebbe tradursi in azioni offensive, soprattutto ai danni del governo internazionalmente riconosciuto e delle tribù dell’Hadramawt legate ad al-Qaeda nella Penisola Arabica nonché verso i governatorati meridionali nelle mani del secessionista Consiglio di Transizione del Sud appoggiato dagli Emirati Arabi Uniti (EAU).

L’intervento degli Stati Uniti e del Regno Unito per ripristinare condizioni di maggiore sicurezza intorno a Bab al-Mandab con attacchi a installazioni militari e depositi di equipaggiamenti ha prodotto finora scarsi risultati. Il territorio aspro e montagnoso impedisce anche agli strumenti tecnologicamente più sofisticati di individuare con precisione i siti da colpire. I bombardamenti finiscono così per fare il gioco degli Houthi. Il consenso interno è aumentato e migliaia di persone hanno manifestato in tutte le città dello Yemen nord-occidentale gridando la loro ostilità verso Israele e i suoi complici e sventolando bandiere della Palestina e dell’Iran. Proprio verso la Repubblica Islamica gli Houthi stanno lanciano un messaggio chiaro. E cioè che non intendono essere uno sparring partner di Teheran da attivare all’occorrenza delle sue necessità, ma di vedersi riconosciuto un ruolo da attore non trascurabile nel fronte dell’asse di resistenza contro Israele.

Eppure, i rapporti tra gli Houthi e il regime iraniano non sono di antica data. Le prime forniture militari iraniane risalgono alla fine degli anni Duemila, quando Ansarullah era soltanto un gruppo ribelle in lotta contro il governo centrale. La comune affiliazione sciita spiega solo in parte tale legame. Anche perché gli Houthi seguono la variante zaidita, quasi del tutto assente in Iran, dove prevale il filone duodecimano. Hanno avuto maggiore rilevanza fattori come l’anti-americanismo e il rifiuto irremovibile di accettare l’esistenza di Israele. Tuttavia la ragione più importante è l’insoddisfazione dinanzi alla prospettiva di vedere l’Arabia Saudita, forte in passato del sostegno di Washington, trasformarsi nel perno degli equilibri mediorientali. Gli Houthi non hanno mai dimenticato i tentativi di Riyadh di acquisire influenza tra le loro roccaforti attraverso l’opera di predicatori salafiti e wahabiti negli ultimi due decenni del secolo scorso. Tutto questo ha favorito la collaborazione tra Ansarullah e la Repubblica Islamica, approfonditasi durante la guerra civile e negli anni della campagna militare guidata da Riyadh a sostegno del governo centrale.

Gli Houthi difficilmente sarebbero stati qualcosa in più di ribelli senza il sostegno politico, finanziario, logistico e militare di Teheran. I trasferimenti di tecnologia iraniana e di materie prime fondamentali sono indispensabili per la produzione in loco di armi che non sempre possono giungere via mare. Lo sviluppo di un’embrionale industria bellica e la capacità di costruire droni kamikaze a basso costo hanno consentito ad Ansarullah di ritagliarsi crescenti margini di autonomia dal riferimento iraniano. Il che ha permesso di definire un’agenda politica non sempre coerente con gli obiettivi iraniani e di rispondere agli attacchi sauditi degli anni passati senza dipendere troppo dall’esterno. Nello stesso tempo, l’afflusso di componentistica, pezzi di ricambio ed esplosivi dall’Iran continua, talvolta per il tramite dei libanesi di Hezbollah. Nonostante il blocco navale de facto delle coste yemenite affacciate sul Mar Rosso, i traffici fanno largo uso dei dhow. Le tradizionali barche in legno utilizzate da secoli nel Golfo e in tutta l’area circostante per la pesca e il commercio sono perfette per il contrabbando e controllarne in maniera capillare la rotta e gli spostamenti è quasi impossibile.

La disponibilità di equipaggiamenti e l’autonomia strategica che gli Houthi non perdono occasione di rivendicare li rendono un fattore imprevedibile nel già complicato scacchiere mediorientale. Certo, gli attacchi alle navi mercantili in transito per Bab el-Mandab non dispiacciono a Teheran nella misura in cui si è aperto un fronte inaspettato nella resistenza contro Israele. Ma l’insicurezza della navigazione nel Mar Rosso meridionale è anche fonte di preoccupazione per l’Iran. La Repubblica Islamica non desidera un confronto diretto contro gli Stati Uniti, né gradirebbe trovarsi gli americani costretti nuovamente a occuparsi di un Medio Oriente del quale si stavano progressivamente disinteressando. Inoltre, la proliferazione di focolai di crisi capaci di condurre a una guerra su scala regionale è una prospettiva inaccettabile al momento per Teheran. Il regime iraniano, che si deve misurare con i periodici sussulti di una società non sempre disposta ad allinearsi alle sue scelte politico-economiche e di costume, non intende farsi trascinare in uno scontro diretto con Israele o magari con gli stessi americani. Inoltre, le azioni degli Houthi potrebbero anche compromettere l’intesa tattica tra Iran e Arabia Saudita, mediata dalla Cina e annunciata a marzo dell’anno scorso. Il temporaneo modus vivendi faticosamente definito tra i due grandi rivali del Golfo rischia di naufragare proprio tra le acque di Bab el-Mandab. Non a caso, al di là della retorica e degli slogan, dalla Repubblica Islamica è arrivato, almeno ufficialmente, solo sostegno politico tanto ad Hamas quanto ad Ansarullah.

Nel frattempo, gli Houthi continuano a sfruttare le ricadute strategiche della collocazione del loro territorio per consolidare il potere e lanciare un’inedita sfida non solo a Israele e al suo protettore americano, ma anche allo stesso alleato iraniano. La crisi nel Mar Rosso meridionale dimostra quanto la geografia sia rilevante per accrescere le capacità operative di un soggetto come Ansarullah, altrimenti confinato in una partita tutto sommato secondaria del complesso mosaico di equilibri mediorientali. Il controllo della città costiera di Hodeida e di alcune isole al largo del suo porto consente agli Houthi di tenere in scacco una delle rotte marittime più importanti al mondo e di sfruttare una cassa di risonanza inaspettata per imporre le loro priorità sotto gli occhi di nemici e alleati di convenienza.

Articoli simili