Eco 2027: l’ECOWAS verso la moneta unica tra convergenza e frammentazione regionale
Geoeconomia

Eco 2027: l’ECOWAS verso la moneta unica tra convergenza e frammentazione regionale

Di Alessandro Mapelli
09.09.2026

A conclusione della 69ª Sessione ordinaria dell’Autorità dei Capi di Stato e di Governo dell’Economic Community of West African States (ECOWAS), tenutasi il 19 luglio a Lungi, in Sierra Leone, l’Organizzazione ha ribadito l’obiettivo di introdurre dal 2027 una moneta unica regionale, denominata Eco, individuando nella partecipazione progressiva degli Stati che rispettino i criteri di convergenza il meccanismo attraverso cui rendere più concretamente perseguibile tale scadenza. Pur non costituendo ancora l’accordo istitutivo dell’unione monetaria, la deliberazione riportata nel Comunicato finale modifica in misura sostanziale il percorso finora delineato, poiché consente l’avvio dell’Eco anche in assenza di una convergenza simultanea dei 12 membri. La questione centrale si sposta così dalla possibilità di raggiungere contemporaneamente i parametri richiesti alla composizione del primo nucleo di aderenti, dal quale dipenderanno tanto la credibilità iniziale della nuova valuta quanto la capacità di conferirle una dimensione economica sufficientemente rappresentativa.

Proprio la diversa posizione di partenza degli Stati membri rende particolarmente rilevante la scelta di procedere attraverso adesioni progressive. Benin, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Senegal e Togo appartengono già all’Unione Monetaria dell’Africa Occidentale (UMOA) e utilizzano il franco CFA occidentale (XOF), condividendo una banca centrale e una politica monetaria comuni, oltre a un ancoraggio fisso all’euro (peg) con una parità di 655,957 franchi per euro e la garanzia francese di convertibilità illimitata, mentre gli altri sette Stati mantengono valute e autorità monetarie nazionali, sebbene con regimi di cambio differenti. In questo assetto, la Banque Centrale des États de l’Afrique de l’Ouest (BCEAO), ossia la banca centrale comune degli Stati dell’UMOA, responsabile dell’emissione dello XOF e della conduzione della politica monetaria dell’Unione, continua a rappresentare il fulcro dell’architettura monetaria esistente. Sebbene la riforma avviata nel 2019 abbia eliminato l’obbligo per la BCEAO di detenere parte delle riserve presso il Tesoro francese e la partecipazione ordinaria di Parigi agli organi decisionali, il peg è infatti rimasto invariato. Considerando inoltre che nel 2025 l’UMOA ha registrato una crescita reale del 6,6% e che, nel febbraio 2026, le riserve coprivano 7,8 mesi di importazioni, l’ingresso nell’Eco assumerebbe un significato profondamente diverso per i due gruppi di Paesi: i membri che utilizzano lo XOF sostituirebbero un’architettura monetaria già operativa e un ancoraggio valutario consolidato con una nuova istituzione regionale, mentre gli altri trasferirebbero per la prima volta alla futura banca centrale comune una parte sostanziale delle competenze oggi esercitate dalle rispettive autorità monetarie nazionali.

È all’interno di questa eterogeneità monetaria e macroeconomica che assume rilievo il Patto di convergenza e stabilità macroeconomica dell’ECOWAS, dal cui rispetto dipenderà la selezione dei primi aderenti. Il quadro prevede, per ciascun Paese, un deficit pubblico non superiore al 3% del PIL, un’inflazione media annua entro il 5%, un finanziamento monetario del deficit non superiore al 10% delle entrate fiscali dell’anno precedente e riserve sufficienti a coprire almeno tre mesi di importazioni. Il miglioramento delle condizioni macroeconomiche regionali, con l’inflazione scesa dal 23,3% nel 2024 al 16,8% nel 2025 e il deficit consolidato ridottosi dal 4,8% al 3,1% del PIL, non si è tuttavia ancora tradotto in una convergenza sufficientemente diffusa, dal momento che le stime riferite al 2025 indicavano che soltanto quattro dei 12 membri sarebbero riusciti a rispettare simultaneamente tutti e quattro i criteri. Le divergenze restano evidenti anche osservando alcune delle principali economie regionali: la Liberia ha rispettato soltanto due criteri primari, con un’inflazione media dell’8,5%, mentre il Ghana ha registrato una rapida disinflazione fino al 4,6% tendenziale nel luglio 2026, senza che tale risultato implichi automaticamente il rispetto degli altri parametri. Più distante resta invece la Nigeria, dove l’inflazione si attesta al 15,43%, ancora ampiamente superiore alla soglia prevista.

Questa distribuzione incide direttamente sulla dimensione e sulla credibilità della prima area Eco, poiché la composizione del nucleo iniziale condizionerà tanto la stabilità della nuova valuta quanto la sua effettiva rilevanza economica. Procedere escludendo le economie ancora lontane dai parametri mitigherebbe il rischio che squilibri fiscali o inflazionistici vengano trasferiti alla nuova unione, ma l’eventuale esclusione iniziale della Nigeria ne limiterebbe sensibilmente la massa economica e il peso regionale. Al contrario, anticipare l’ingresso delle economie maggiori con l’obiettivo di ampliare la scala del progetto potrebbe indebolire la credibilità della nuova banca centrale proprio nella fase in cui dovrebbe sostituire, per una parte dei membri, l’ancoraggio all’euro. La partecipazione progressiva consente quindi di gestire nel tempo il trade-off tra stabilità e dimensione, purché il primo nucleo rappresenti una fase transitoria verso un’area monetaria più ampia e non si cristallizzi in una struttura permanentemente ristretta.

La sostenibilità di questo percorso dipenderà inoltre dalla capacità delle istituzioni comuni di gestire shock che colpiscano i membri in modo asimmetrico. A tale riguardo, sono già stati approvati un requisito patrimoniale di 187 milioni di dollari per la futura Central Bank of West Africa e un meccanismo di pooling delle riserve da 4,5 miliardi, mentre nel febbraio 2026 l’accordo sull’unione monetaria e lo statuto della banca centrale risultavano pronti per l’adozione. Tali strumenti assumono particolare rilievo proprio perché l’Eco dovrebbe operare con un regime di cambio flessibile e un quadro di inflation targeting: i membri dell’UMOA rinuncerebbero quindi alla stabilità del peg con l’euro in cambio di una maggiore capacità della valuta comune di assorbire shock esterni, mentre Nigeria, Ghana e gli altri Paesi con moneta nazionale trasferirebbero alla banca centrale regionale competenze oggi esercitate dalle rispettive autorità monetarie. Poiché l’area comprende economie con strutture produttive ed esposizioni alle commodity molto differenti, alla politica monetaria comune dovranno pertanto accompagnarsi una disciplina fiscale credibile e solidi strumenti regionali di stabilizzazione, indispensabili per limitare gli effetti di shock che potrebbero produrre conseguenze divergenti tra gli Stati membri.

In questo quadro, nel breve-medio periodo è plausibile ritenere che, per imprese e investitori, le conseguenze sarebbero ambivalenti. All’interno del primo nucleo, una valuta comune eliminerebbe il rischio di cambio tra i partecipanti, ridurrebbe i costi di conversione e potrebbe facilitare pagamenti, commercio e investimenti transfrontalieri, un beneficio rilevante in una regione nella quale gli scambi intra-ECOWAS rappresentano ancora meno del 15% del totale. Per i Paesi oggi legati allo XOF, tuttavia, il passaggio da un cambio fisso con l’euro a una valuta regionale flessibile potrebbe aumentare, soprattutto nella fase iniziale, l’esposizione alla volatilità valutaria e i costi di copertura, rendendo la credibilità della nuova banca centrale determinante anche per il costo del capitale e le decisioni di investimento. Inoltre, l’Eco eliminerebbe soltanto una delle frizioni che limitano il mercato regionale, poiché barriere non tariffarie, deficit infrastrutturali e sistemi di pagamento frammentati continuerebbero a comprimere gli scambi in assenza di riforme parallele.

La decisione assume infine una dimensione politica più ampia dopo l’uscita di Burkina Faso, Mali e Niger dall’ECOWAS, divenuta effettiva il 29 gennaio 2025. I tre Paesi restano infatti membri dell’UMOA e continuano a utilizzare lo XOF insieme ai cinque Stati ECOWAS appartenenti alla stessa unione monetaria. Qualora questi ultimi confluissero nell’Eco mentre i membri dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) mantenessero il franco CFA, sarebbe necessario ridefinire l’attuale architettura dell’UMOA, con la possibilità che la separazione politica tra ECOWAS e AES si traduca anche in una progressiva separazione monetaria. L’Eco potrebbe così rafforzare la coesione economica e istituzionale del nucleo rimasto nella Comunità, ma potrebbe al contempo accentuare la segmentazione dell’Africa occidentale, sovrapponendo alla frattura politica già esistente una nuova distinzione tra sistemi monetari regionali.

Se le divergenze attuali dovessero persistere, il 2027 appare quindi più plausibilmente come l’avvio di un primo spazio monetario ristretto che come la sostituzione simultanea delle valute di tutti i 12 membri. Il successo della decisione dipenderà dalla capacità dell’ECOWAS di trasformare questa fase iniziale in un processo di ampliamento credibile, poiché un nucleo troppo ristretto limiterebbe i benefici di scala e il peso regionale della valuta, mentre un allargamento accelerato a economie non ancora pienamente convergenti aumenterebbe il rischio di trasferire alla nuova area squilibri fiscali e inflazionistici ancora rilevanti. La scelta adottata rende pertanto più concreta l’introduzione dell’Eco sul piano politico e istituzionale, ma lega la sostenibilità del progetto alla credibilità della nuova banca centrale, alla qualità della convergenza macroeconomica e alla capacità dell’ECOWAS di integrare progressivamente le proprie principali economie senza compromettere la stabilità della futura unione monetaria.