ATLAS: Afghanistan, Cina, Israele, Libia, Somalia

ATLAS: Afghanistan, Cina, Israele, Libia, Somalia

Di Ludovica Castelli, Denise Morenghi e Matteo Urbinati
21.05.2020

Afghanistan: l’accordo tra Ghani e Abdullah e l’escalation di violenza

Il 17 maggio, il Presidente afghano Ashraf Ghani e il suo rivale Abdullah Abdullah hanno firmato l’accordo per la formazione del nuovo governo, ponendo così fine alla crisi politica che ha immobilizzato il Paese per sette mesi. Il risultato delle elezioni di settembre, che aveva riconfermato Ghani come Presidente, infatti, non è mai stato accettato da Abdullah il quale ha dato vita ad un governo ombra parallelo e ha impedito l’insediamento del nuovo esecutivo.

Con il nuovo accordo, i due leader hanno concordato una spartizione degli incarichi tra i propri gruppi di riferimento. Secondo quanto pattuito, infatti, entrambe le compagini otterranno il 50% dei ministeri e dei governatori provinciali, Ghani assumerà la presidenza, mentre Abdullah guiderà l’Alto Consiglio di Riconciliazione Nazionale (HCNR), l’organo responsabile per il dialogo con i Talebani.

L’accordo, dunque, è il frutto di una trattativa volta a garantire ai due leader e alle loro squadre elettorali di ricoprire un ruolo importante negli equilibri interni, in un momento di cruciale transizione per il Paese. Il patto, infatti, dovrebbe costituire un incentivo allo sblocco del negoziato con i talebani, il quale era in stallo proprio a causa della difficoltà tra Ghani e Abdullah di convenire sulle modalità del dialogo intra-afgano. Tuttavia, l’accordo è stato firmato in un momento di rapido aggravamento della sicurezza del Paese, con un’intensificazione degli attacchi dei Talebani contro obiettivi sensibili per il governo, che ha portato il presidente Ghani a dare l’ordine alle forze armate di passare all’offensiva contro l’insorgenza. Nonostante l’accordo per la formazione del governo potrebbe facilitare l’avvio del dialogo, tuttavia, è probabile che entrambe le parti continueranno ad utilizzare le operazioni sul campo come strumento per ridefinire il proprio peso per la stabilità interna.

Cina: si è aperto a Pechino il Congresso Nazionale del Popolo

Venerdì 22 maggio si è aperta a Pechino la sessione del Congresso Nazionale del Popolo (CNP), ovvero la convocazione annuale dell’assemblea legislativa cinese, quest’anno rinviata a causa dell’emergenza sanitaria. Alla riunione partecipano quasi 3000 rappresentanti dei governi locali, chiamati ad approvare la programmazione delle priorità nell’agenda di Pechino per l’anno in corso. L’Assemblea, infatti, ha il compito di approvare il bilancio annuale, le previsioni di crescita e gli indirizzi di sviluppo settati dal governo.

La sessione di quest’anno si appresta ad essere un momento delicato per Pechino, che si trova sia a dover gestire la battuta di arresto sull’economia sia le complicazioni politiche generate dalla diffusione della pandemia Covid-19. La delicatezza di entrambi gli aspetti per il governo cinese è stata confermata dai risultati della prima giornata di lavoro. Per la prima volta, infatti, durante il discorso programmatico del Primo Ministro Li Keqiang, non è stata fissata un obiettivo di crescita per l’economia nazionale. La contrazione registrata nel primo quadrimestre del 2020 e l’incertezza che ancora ricopre la fase di ripresa sembrano aver spinto le autorità cinesi a non voler mettere nero su bianco previsioni che potrebbero lanciare un messaggio di difficoltà sia alla Comunità Internazionale sia alla propria popolazione.

Oltre al dossier economico, la prima giornata del Congresso ha fatto emergere con grane chiarezza la preoccupazione con cui il governo cinese guarda alla possibile evoluzione del contesto di sicurezza e alle sfide di natura politica che potrebbero mettere in difficoltà Pechino. Particolarmente significativa in questa direzione è stata la discussione sulla possibilità di approvare una nuova legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong, che aggraverebbe le misure di contrasto e prevenzione di attività considerate sovversive dell’ordine costituito. Con l’approvazione del Congresso, la legge non avrebbe bisogno di alcun passaggio da parte degli organi politici di Hong Kong e, di fatto, entrerebbe in vigore come parte integrante della normativa di “Un Paese due sistemi”, andando così a rafforzare con un colpo di mano la presa di Pechino sul territorio autonomo.

Israele: entra in carica il Governo Netanyahu-Gantz

Concludendo uno stallo politico durato 508 giorni, domenica 17 maggio il nuovo governo israeliano di emergenza nazionale ha ottenuto la fiducia della Knesset, con un’ampia maggioranza di 73 voti a favore e 46 contrari.

A guidare l’esecutivo saranno i due ex rivali Benjamin Netanyahu, leader del Likud al suo quinto mandato da Premier, e Benny Gantz, ex Capo di Stato Maggiore e leader di Blu e Bianco. Secondo l’inusuale accordo di coalizione, Netanyahu guiderà l’esecutivo fino al 17 novembre 2021, data in cui scatterà la rotazione con Gantz. Nel frattempo, quest’ultimo assumerà la poltrona di Ministro della Difesa e Vicepremier, detenendo potere di veto sulle questioni più rilevanti e controllo su metà dei ministeri.

Un’altra novità è rappresentata dall’ingente numero di ministri e viceministri, rispettivamente 36 e 16, un record nella storia del Paese. L’allargamento dell’esecutivo, deciso all’ultimo, riflette le tensioni interne al Likud per la gestione personalistica e spregiudicata della crisi da parte di Netanyahu. D’altronde, garantirsi l’appoggio compatto del suo partito è di primaria importanza per Netanyahu, chiamato a comparire in tribunale il 24 maggio al processo che lo vede imputato per frode e corruzione.

Se questi fattori spiegano perché il leader del Likud abbia acconsentito a un esecutivo di unità nazionale, è meno lineare il percorso di Gantz. Questi ha accettato un compromesso poco vantaggioso, che indebolisce la sua immagine politica e dell’integrità del suo partito. La premiership in condominio, a dispetto di una lunghissima campagna elettorale in cui Gantz si è presentato come l’anti-Netanyahu, potrebbe essere spiegata dalla volontà del capo di Blu e Bianco di non vedersi relegato all’opposizione di un ennesimo governo Netanyahu, con il rischio concreto di disperdere del tutto il successo elettorale ottenuto lo scorso 2 marzo con la sua discesa in campo a sorpresa e, quindi, di “bruciare” subito la sua carriera politica.

Libia: le forze di Tripoli conquistano la base di al-Watiya

Il 18 maggio le forze del Governo di Unità Nazionale (GUN) di Tripoli, supportate dalla Turchia, hanno conquistato la base aerea di al-Watiya, a 130 chilometri a sud-ovest della capitale. Nell’offensiva iniziata ad aprile 2019, al-Watiya era un assetto cruciale per l’Esercito Nazionale Libico (ENL) del Generale Khalifa Haftar, che poteva così attaccare facilmente Tripoli con droni e altri assetti aerei. La presa della base è stata possibile grazie alla Turchia, che è riuscita a riprendere il pieno controllo dello spazio aereo mettendo fuori uso i sistemi anti-aerei Pantsir in uso all’ENL.

L’evento rappresenta dunque un duro colpo per l’offensiva di Haftar su Tripoli. Infatti, adesso il GUN di Fayez al-Serraj può concentrare gli sforzi sull’unica area vicino a Tripoli ancora nelle mani di Haftar, Tarhuna, 50 chilometri a sud-est della capitale. In effetti, dopo la presa di Watiya le forze governative hanno ripreso anche il controllo di vaste aree dei Monti Nafusa e minacciano di circondare del tutto Tarhuna, snodo cruciale per le linee di rifornimento dell’ENL. Se Haftar perdesse il controllo dell’area sarebbe costretto ad indietreggiare fino a Jufra, nella Libia centrale, tornando alle posizioni che occupava prima dell’offensiva di aprile 2019 in quella che sarebbe una debâcle pesantissima.

È probabile che questi sviluppi sul campo abbiano conseguenze politiche, prima tra tutte il grado di supporto per il Generale dei suoi sponsor internazionali. Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e anche la Francia potrebbero orientarsi verso personalità meno compromesse per mantenere un ruolo di rilievo nella partita diplomatica, come il Presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh Issa, o l’ex Ambasciatore libico negli Emirati Arabi Uniti, Aref Ali al-Nayed, molto vicino ad Abu Dhabi.

Somalia: il governatore di Mudug vittima della violenza jihadista

Il 17 maggio, Ahmed Muse Nur, governatore della regione di Mudug, parte dello Stato federale del Galmudug, è stato ucciso nel corso di un attentato suicida perpetrato dal movimento jihadista al-Shabaab. L’attacco è avvenuto a Galkayo, una delle principali città della regione e sede del locale aeroporto.

Negli ultimi mesi, al-Shabaab ha intensificato la propria campagna militare nelle regioni settentrionali del Paese, nel tentativo di ampliare la propria influenza sul territorio nazionale. Infatti, ad ora, l’organizzazione jihadista affiliata ad al-Qaeda vanta una presenza maggiormente strutturata nelle aree centrali e meridionali della Somalia. Al contrario, il nord del Paese accoglie le roccaforti della branca locale dello Stato Islamico (IS o Daesh). Di conseguenza, la crescita nell’attivismo militare di al-Shabaab nel nord della Somalia va interpretato sia nel contesto della lotta alle autorità politiche nazionali che in quello della competizione con Daesh per il primato jihadista in Africa Orientale.

Negli ultimi anni, Daesh ha incrementato notevolmente lo spettro delle proprie attività in Somalia, arrivando a superare al-Shabaab per numero di attacchi e ampliando le porzioni di territorio sotto il proprio controllo nel nord del Paese. Simili sviluppi hanno favorito l’attrattività del movimento nei confronti del bacino potenziale di miliziani, costituendo una minaccia concreta per al-Shabaab.

Tuttavia, è bene sottolineare che al-Shabaab continua a rimanere il principale movimento jihadista in Somalia e nel Corno d’Africa per numero di affiliati e capacità militari e finanziarie, a testimonianza di un notevole indice di resilienza rispetto alle attività di contrasto al terrorismo attuate dall’Unione Africana (missione AMISOM), dall’Esercito Nazionale Somalo e molti governi occidentali.

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