Rivoluzione, restaurazione, sopravvivenza: un’analisi della crisi iraniana
Lo scoppio di estese e violente proteste nella Repubblica Islamica dell’Iran ha evidenziato le profonde fragilità strutturali del sistema di potere, in primis l’incapacità di offrire risposte adeguate alla deficitaria situazione economica segnata da un’elevata inflazione, soprattutto dei beni alimentari, e da una persistente svalutazione del rial. Inoltre, la risposta repressiva delle forze di sicurezza si è rivelata particolarmente brutale nel sedare le manifestazioni, dimostrando la coesione tra la Polizia, i Pasdaran e le Forze Armate del Paese, elemento cruciale nel determinare la sopravvivenza del regime. In questo contesto, Teheran ha dovuto affrontare anche tensioni internazionali, aggravate dalla crescente pressione statunitense e dalla possibilità, ancora non del tutto tramontata, di un eventuale intervento militare. Una simile eventualità, al momento, è legata al superamento della dicotomia interna statunitense tra “interventisti” e “neutralisti”, alla mancanza di un’opposizione interna iraniana coesa, unita, rappresentativa e in grado di assumere il controllo del Paese e, infine, alle pressioni diplomatiche delle Monarchie mediorientali, timorose di doversi confrontare con un’escalation regionale e inclini a preferire un Iran “Stato canaglia” ma debole e isolato ad un Iran libero dalla teocrazia e pronto ad assumere il ruolo di egemone regionale. In ogni caso, l’attuale struttura politico-militare iraniana si è ulteriormente indebolita, trovandosi di fronte all’interrogativo inerente alla concreta possibilità di introdurre riforme e con quali impatti.