Repubblica Democratica del Congo: gestione dei flussi e value chains
Geoeconomia

Repubblica Democratica del Congo: gestione dei flussi e value chains

Di Alessandro Mapelli
24.03.2026

All’inizio del 2026 la Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha riattivato il piano Minefor, uno dei progetti minerari più ambiziosi della sua storia recente. L’iniziativa, stimata in circa 29 miliardi di dollari, punta a sviluppare su scala industriale le risorse nazionali di minerale di ferro. Le stime indicano risorse comprese tra 15 e 20 miliardi di tonnellate (t) con tenori superiori al 60%, una dimensione che, se confermata in fase operativa, collocherebbe il progetto tra i più rilevanti a livello globale nel comparto del ferro.

L’avvio richiederà la costruzione di nuove infrastrutture ferroviarie e portuali dedicate, confermando che l’espansione mineraria viene pianificata parallelamente allo sviluppo di corridoi logistici e di infrastrutture di supporto. Nel rilancio del progetto può essere letta la volontà di ampliare la base mineraria nazionale oltre il binomio rame-cobalto, riducendo la dipendenza da pochi metalli e rafforzando l’attrattività del Paese per partnership industriali su scala globale.

Questa evoluzione si inserisce in una revisione strutturale della politica mineraria accelerata negli ultimi due anni, orientata a trasformare la ricchezza geologica nazionale in una leva di sviluppo industriale capace di generare valore aggiunto nel Paese. La RDC occupa già una posizione centrale nelle catene globali dei minerali critici: i dati mostrano che, nel 2024, la produzione mineraria di cobalto ha rappresentato circa il 76% dell’offerta globale, mentre quella di rame è stata stimata intorno a 3,3 milioni di tonnellate, pari a circa il 14% della produzione mondiale.

In particolare, la dinamica del cobalto evidenzia come l’aumento della domanda non sia stato sufficiente ad assorbire la crescita dell’offerta. Negli ultimi due anni la domanda è cresciuta del 10%, mentre la produzione mineraria e la raffinazione sono aumentate di circa il 25% ciascuna a livello globale, contribuendo a riportare l’anno scorso i prezzi su livelli minimi da oltre un decennio. Ne deriva un peso decisivo del settore estrattivo sull’economia nazionale, al punto da collocare la RDC tra i Paesi dipendenti dalle materie prime. Storicamente, tuttavia, una quota rilevante del valore è stata catturata all’estero, delocalizzando le fasi di raffinazione, trasformazione e commercializzazione. A tal riguardo, la nuova strategia nazionale mira a correggere questo squilibrio attraverso strumenti regolatori, incentivi agli investimenti ed una maggiore presenza pubblica nelle fasi maggiormente remunerative della filiera produttiva.

È in questa prospettiva che va letta la riforma restrittiva del regime di esportazione del cobalto introdotta nel 2025, concepita come leva di politica commerciale ed industriale finalizzata a trattenere una quota maggiore di valore nel Paese, orientando parte dei volumi verso la trasformazione interna ed incentivando investimenti lungo la filiera. A seguito della sospensione temporanea dell’export, il Governo ha introdotto un sistema di quote in vigore fino al 2027, con tetti annuali pari a circa 96.600t, sensibilmente inferiori ai livelli di produzione recenti. Una parte dei volumi è stata riservata a progetti strategici nazionali, a conferma della volontà di destinare l’output ad iniziative di lavorazione domestica, più che perseguire un obiettivo primariamente orientato al sostegno dei prezzi.

Suddetta impostazione si colloca in un mercato caratterizzato da eccesso di offerta, in cui l’intervento restrittivo è stato giustificato anche dall’esigenza di attenuare la pressione sui prezzi. Ciononostante, l’efficacia della misura resta condizionata dall’accumulo di scorte di metallo in Cina, con il rischio che una compressione temporanea dell’export si traduca soprattutto in uno spostamento degli stock lungo la filiera, più che in un riequilibrio strutturale. Pertanto, la misura mira, da un lato, a ridurre la volatilità dei ricavi e, dall’altro, a rendere meno conveniente l’esportazione di intermedi non lavorati, creando condizioni più favorevoli per investimenti nella raffinazione e nella lavorazione locale.

Un ulteriore vincolo è rappresentato dalla rapida crescita dell’offerta indonesiana, la quale nel 2024 ha visto la propria produzione mineraria di cobalto aumentare nell’ordine del 95% rispetto ad un incremento inferiore al 10% in RDC, portando Jakarta a coprire circa il 12% dell’offerta globale ed a consolidarsi come secondo polo di espansione del mercato. In termini più strutturali, in un mercato ad alta concentrazione dell’offerta come quello congolese, la gestione dei flussi di export non è soltanto regolazione commerciale, ma diventa uno strumento di politica industriale che consente allo Stato di orientare gli incentivi lungo la filiera e creare, in modo progressivo, le condizioni per una maggiore integrazione verticale del settore e per una più stabile cattura domestica dei benefici fiscali ed occupazionali che ne derivano.

Ulteriore tassello di questa traiettoria è rappresentato dal recente riassetto della governance della società mineraria statale congolese Gecamines, deliberato nel febbraio 2026 dal Presidente Tshisekedi. La sostituzione dei vertici si inserisce nella ristrutturazione strategica del comparto pubblico minerario, volta a rafforzare il coordinamento tra leva regolatoria, partecipazioni statali e politica industriale. Dopo le restrizioni all’export di cobalto introdotte nel 2025, l’intervento sulla governance è un segnale evidente della volontà di incidere non solo sui flussi commerciali, bensì sulla gestione degli asset e delle joint venture, orientandole verso investimenti in raffinazione e trasformazione locale.

Alla luce di quanto detto, il rame rappresenta il pilastro industriale di questa strategia. Negli ultimi anni la produzione congolese ha registrato una crescita sostenuta, trainata da grandi progetti industriali nella Copperbelt e da una domanda globale legata alla transizione energetica. La RDC ha consolidato nel 2024 la posizione di secondo produttore mondiale di rame in miniera e rappresenta il principale contributore alla crescita dell’offerta nel breve periodo. I progetti di maggiore scala, tra cui Kamoa-Kakula e Tenke Fungurume, sono attesi a portare congiuntamente la produzione fino ad oltre 1,3 milioni di tonnellate entro il 2028, rispetto a circa 900.000t nel 2024.

A tale dinamica si affianca, peraltro, un circuito parallelo di estrazione e commercio illegale che seguita sottrarre entrate allo Stato ed indebolire gli sforzi di tracciabilità, soprattutto nell’Est della RDC: in aree come Rubaya (Nord Kivu), dove l’M23 ha consolidato capacità di controllo sul territorio, i proventi dai flussi minerari sono stati stimati intorno a 300.000 dollari al mese e l’output locale contribuirebbe per oltre il 15% all’offerta globale di tantalio (Ta), con implicazioni dirette su compliance e bancabilità dei progetti lungo la supply chain, elementi essenziali della strategia industriale di Kinshasa.

In questo contesto, con l’ipotesi di un passaggio del mercato del rame raffinato in deficit già nel 2026, stimato intorno a 150.000t dopo un surplus nel 2025 pari a 178.000t, aumenterebbe il valore attribuito a volumi certi ed alla continuità delle forniture, rafforzando la posizione di grandi fornitori come la RDC. Diventano quindi più appetibili gli investimenti che riducono il rischio di interruzioni operative e di vincoli di capacità lungo la catena produttiva, come nel caso di Kamoa-Kakula, che dopo il record 2024 (437.061t) mira nel 2025 a 520.000-580.000t, una traiettoria che richiede però stabilità energetica ed affidabilità impiantistica per trasformare capacità in output regolare.

Nello stesso quadro, la trasformazione a valle assume un valore aggiuntivo poiché riduce la dipendenza da fasi esterne della filiera e rafforza l’integrazione della catena del valore: nel complesso Kamoa-Kakula, l’avvio di un impianto di fusione da 500.000t/anno che trasformi direttamente il concentrato in rame blister, ossia rame grezzo ad alta purezza (smelter direct-to-blister), avrebbe come conseguenza diretta quella di spostare valore nella fase metallurgica in favore del rafforzamento strutturale e complessivo della filiera, portando ad una maggiore resilienza operativa e a una più elevata capacità di trattenere valore aggiunto sul territorio. Questa spinta al downstream si misura però con una struttura di mercato ancora sbilanciata essendo la raffinazione del rame fortemente concentrata in Cina, la quale è responsabile di quasi la metà della produzione globale di rame raffinato.

Accanto alla gestione dell’offerta, Kinshasa ha intensificato le politiche di tracciabilità e formalizzazione della filiera, concentrandosi sull’estrazione artigianale. La produzione di cobalto non industriale (artigianal and small-scale mining) e l’attribuzione all’Entreprise Générale du Cobalt (EGC) di diritti esclusivi di acquisto ed export, mirano a rendere più verificabile e conforme ai requisiti di due diligence ed agli standard ESG un segmento storicamente opaco, nonostante il suo peso quantitativo sia in calo. Tra 2020 e 2024, infatti, l’estrazione artigianale di cobalto è diminuita del 13% ed oggi rappresenta meno del 2% dell’output totale, mantenendo però una rilevanza reputazionale elevata per l’accesso ai mercati ed alle supply chain occidentali.

In tale quadro, attraverso il Global Gateway, l’UE potrebbe incidere sui principali vincoli logistici, energetici e di connettività che oggi rallentano l’industrializzazione della Copperbelt e ne riducono la bancabilità agli occhi di investitori e finanziatori, e che permetterebbe la mobilitazione di strumenti di finanziamento e de-risking per sostenere la traiettoria congolese di value addition e tradurla in progetti effettivamente cantierabili. Questo scenario non può essere scartato visto il già presente sostegno al Corridoio di Lobito (asse ferroviario e logistico tra RDC, Zambia e Angola, volto a convogliare verso l’Atlantico i flussi di rame e cobalto della Copperbelt e a ridurre colli di bottiglia, tempi e rischi lungo la catena di approvvigionamento) che contribuisce a diversificare le rotte di export e rafforza, al tempo stesso, le condizioni economico-finanziarie per investimenti industriali downstream nella regione.