L’Iraq post-elezioni: frammentazione interna e limiti della proiezione regionale
Medio Oriente e Nord Africa

L’Iraq post-elezioni: frammentazione interna e limiti della proiezione regionale

Di Alice Balan
28.11.2025

Le elezioni parlamentari dell’11 novembre in Iraq hanno decretato la vittoria della coalizione sciita dell’attuale Primo ministro Mohammed Shia al-Sudani. Vent’anni dopo la caduta di Saddam Hussein, le elezioni rimangono il meccanismo formale della democrazia irachena, benché si siano evolute in esercizi di ridistribuzione del potere tra attori politici consolidati. Il voto del 2025 rappresenta quindi un passaggio determinante per equilibri, alleanze e tensioni politiche.

La commissione elettorale ha pubblicato i risultati definitivi il 17 novembre: la coalizione Ricostruzione e Sviluppo di Sudani ha vinto 46 seggi, insufficienti per governare autonomamente. I partiti del Quadro di Coordinamento Sciita (SCF) ne hanno ottenuti 111. La Corte Suprema deve ora ratificare i risultati prima dell’avvio formale delle trattative. Pur in presenza di una vittoria attesa, la formazione di un esecutivo sarà il prodotto di lunghe negoziazioni, che metteranno alla prova la capacità del sistema politico di mantenere un equilibrio fragile.

I blocchi consolidati dal 2003 durante le prime elezioni si sono frammentati in una costellazione di liste: 31 alleanze, 38 partiti e 75 candidati indipendenti. Dalla vecchia Alleanza Unita Irachena (UIA) emergono oggi una serie di fazioni sciite concorrenti, con Sudani contrapposto a Nuri al-Maliki, due volte premier tra il 2006 e il 2014. Questi partiti costituiscono il Quadro di Coordinamento Sciita, un blocco-ombrello dai collegamenti variabili con l’Iran. Sebbene si siano presentati con liste separate, l’obiettivo dichiarato è quello di ricompattarsi nel contesto post-elettorale; tuttavia, la coesione interna rimane fragile, esponendo la coalizione a possibili tensioni sulla distribuzione dei ministeri e sulla premiership. I principali partiti curdi, il Partito Democratico Curdo (KDP) e l’Unione del Kurdistan (PUK), continuano a giocare un ruolo decisivo nelle negoziazioni a Baghdad, in particolare per i seggi delle minoranze e per le questioni energetiche. La loro posizione e capacità di coalizione influenzeranno direttamente la formazione di maggioranze e l’equilibrio complessivo del parlamento.

L’inclusione di Sudani nel prossimo governo è stata un tema divisivo all’interno del SCF. Alcuni partiti sciiti guardano con sospetto ai tentativi del Primo ministro di costruire alleanze esterne con gruppi sunniti e curdi. Nonostante Sudani abbia buone possibilità di ottenere un secondo mandato, la coalizione si prepara a scenari alternativi. La sua leadership rimane quindi un nodo irrisolto che condizionerà l’intera architettura politica post-elettorale.

Il blocco SCF è osteggiato invece da Muqtada al Sadr, altro leader sciita influente nella società irachena. Alle elezioni del 2021 aveva vinto la maggioranza dei seggi, prima che una combinazione di tattiche politiche e pressioni violente ne ostacolasse la formazione di un governo. Dopo il ritiro dalla competizione politica, Sadr ha esortato i suoi sostenitori a boicottare anche queste elezioni, pur mantenendo un ruolo di fatto nel sistema attraverso enti da lui controllati. Sadr resta un leader in grado di intercettare il malcontento giovanile: nonostante la sua chiamata al boicottaggio, la partecipazione è stata del 55%. Il malcontento giovanile continua a rappresentare una variabile critica. Le proteste del 2019-2020 da parte del movimento Tishreen avevano denunciato corruzione, disoccupazione, carenza di servizi e settarismo istituzionalizzato. Quelle istanze rimangono irrisolte e, negli ultimi anni, manifestazioni spontanee sono riemerse, segnalando una tensione sociale latente.

Il declino del cosiddetto “Asse della Resistenza” guidato dall’Iran (in particolare dopo la caduta di Assad in Siria) ha ridato energia agli attori politici sunniti in Iraq, che vedono nel contesto post-7 ottobre 2023 una finestra per accrescere il proprio peso. Tuttavia, la comunità sunnita rimane frammentata internamente e vulnerabile all’interferenza degli attori sciiti. Il partito Progresso di Halbousi, nonostante le ambizioni elevate, deve ancora consolidare la propria leadership dopo lo scandalo di falsificazione di documenti mentre ricopriva la carica di Presidente del Parlamento nel 2023.

Uno dei principali nodi irrisolti riguarda la disputa energetica tra Baghdad e il Governo Regionale Curdo (KRG). La sentenza della Corte Federale del 2022 contro la legge curda sugli idrocarburi non è stata implementata, causando un blocco delle esportazioni verso la Turchia e tensioni economiche culminate nel taglio dei trasferimenti di Baghdad al KRG nel maggio 2025. Parallelamente, il Kurdistan ha firmato accordi con compagnie statunitensi, irritando il governo centrale. La controversia energetica incide direttamente sulla stabilità macroeconomica irachena e sulla sua credibilità nell’OPEC.

La riapertura dell’oleodotto Iraq-Turchia nel settembre 2025 riflette un nuovo equilibrio tra Baghdad, Ankara e Washington. L’intesa, facilitata dagli Stati Uniti, permette di riprendere l’export di 400/450 mila barili al giorno. Per Baghdad questo significa potenzialmente recuperare circa il 10% del bilancio statale. Nel frattempo, il governo punta a diversificare l’economia sviluppando il settore minerario (fosfati, litio, rame), con l’obiettivo di portarlo a contribuire al 10% del PIL, anche se tensioni politiche e carenze infrastrutturali potrebbero rallentare tali piani.

Sul fronte della sicurezza, l’Iraq rimane vulnerabile. Gli Stati Uniti hanno previsto una riduzione significativa della loro presenza militare entro il 2026, ma le forze irachene non sembrano ancora pienamente in grado di contenere la minaccia di Daesh (ISIS). Le milizie filoiraniane, come Kataib Hezbollah, considererebbero un prolungamento della presenza USA una provocazione. In questo quadro ambiguo operano le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), milizie formalmente integrate nello Stato, ma autonome nei fatti, che rappresentano allo stesso tempo una risorsa antiterrorismo e un attore politico-militare che limita il monopolio della forza del governo.

L’Iraq rimane inoltre penalizzato da una serie di vulnerabilità strutturali che riducono la sua capacità di trasformare ambizioni politiche in risultati tangibili. Sul piano energetico, circa il 60% del gas associato viene ancora bruciato per mancanza di infrastrutture e competenze tecniche, costringendo il Paese a dipendere dalle importazioni iraniane per alimentare la produzione elettrica. A ciò si aggiungono i limiti del sistema finanziario iracheno, poco integrato nei mercati globali e fortemente esposto alle restrizioni del settore bancario iraniano, con il rischio di ricadute dirette in termini di sanzioni e volatilità. Questi elementi strutturali continuano a frenare gli sforzi di stabilizzazione economica e a ridurre lo spazio di manovra di Baghdad sia sul piano interno sia in quello regionale.

Sul piano internazionale, il governo Sudani mira a posizionare l’Iraq come attore diplomatico e mediatore regionale, cercando di superare l’immagine del Paese come semplice terreno di confronto tra Stati Uniti e Iran. Baghdad ha ospitato importanti vertici arabi che intendono proiettare l’immagine di un “nuovo Iraq” capace di facilitare dialogo e cooperazione. Tuttavia, la partecipazione limitata di capi di Stato e le divisioni interne suscitate dall’invito rivolto al rappresentante siriano al-Sharaa ne hanno ridimensionato l’impatto simbolico. Anche iniziative come la “diplomazia del grano” (la donazione di 50.000 tonnellate di cereali alla Tunisia) sono state interpretate dall’opinione pubblica come un tentativo di acquisire riconoscimento esterno più che come un gesto autenticamente strategico.

In conclusione, nonostante la proclamata compattezza della coalizione di Sudani, le dinamiche attuali rendono difficile una transizione politica lineare. Le rivalità interne allo stesso campo sciita, la competizione tra attori curdi e sunniti e le ambizioni personali in gioco rischiano di aprire una nuova fase di paralisi istituzionale, avviando l’Iraq verso un ulteriore ciclo di negoziati prolungati. Tale fragilità interna limita la capacità di governance nel breve-medio termine e si riflette direttamente sulla postura internazionale del Paese. Allo stesso tempo, Baghdad ambisce a rafforzare la propria centralità regionale e a diversificare le proprie alleanze, ma il divario tra ambizione e capacità rimane significativo. Le pressioni delle milizie, le criticità persistenti in ambito energetico e l’instabilità istituzionale riducono le possibilità di tradurre queste iniziative in una proiezione di potere coerente. Anche il quadro esterno è in rapida evoluzione: Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti stanno aumentando il proprio coinvolgimento attraverso investimenti infrastrutturali e fondi sovrani, mentre la Cina consolida la sua presenza nei settori energetico e logistico, ampliando lo spazio di manovra ma anche la competizione tra attori regionali e globali.

Nel complesso, l’Iraq è entrato in una fase decisiva: la fase post-elettorale sarà cruciale per capire se prevarrà la logica dell’accordo (favorendo una relativa stabilizzazione interna e un uso più efficace delle aperture diplomatiche attuali) oppure se il Paese scivolerà nuovamente in uno stallo che comprometterebbe sia gli equilibri politici domestici sia il suo ruolo emergente nella regione.