L'importanza strategica di Diego Garcia
Difesa e Sicurezza

L'importanza strategica di Diego Garcia

Di Michele Cosentino
27.03.2026

Il fallito attacco missilistico iraniano del 4 marzo 2026 contro Diego Garcia, una sottile striscia di terra al centro dell’Oceano Indiano, ha nuovamente evidenziato la rilevanza strategica dell’atollo. Già a gennaio 2026, il Presidente Donald Trump aveva portato l’attenzione sullo stesso, criticando l’accordo siglato l’anno precedente per il trasferimento della sovranità dell’Arcipelago delle Chagos (di cui Diego Garcia fa parte) dal Regno Unito a Mauritius, in cambio di un contratto di locazione di 99 anni per la base militare ivi presente. Inizialmente, nel febbraio 2026, Trump aveva però riconosciuto l’importanza del contratto di locazione che avrebbe garantito l’operatività della base per quasi un secolo. Tuttavia, successivamente, il Presidente statunitense è tornato a criticare duramente l’intesa, collegando direttamente Diego Garcia alla strategia di pressione massima contro l’Iran, dichiarando la volontà di usarne le infrastrutture qualora l’Iran non avesse deciso di concludere positivamente i negoziati allora in corso con gli Stati Uniti. Queste dichiarazioni hanno contribuito a spostare l’attenzione dai dettagli tecnici dell’accordo di cui sopra alla funzione primaria di Diego Garcia, ossia un’estensione della potenza aeronavale americana capace di colpire ovunque nel Medio Oriente e in Asia centromeridionale.

La storia di Diego Garcia rivela infatti come il concetto di una base militare sull’atollo fu una visione strategica statunitense che trova le sue radici durante la Guerra Fredda e con il progredire della decolonizzazione, quando i pianificatori della US Navy temevano che l’accesso alle basi d’oltremare si stesse riducendo rispetto agli storici rivali di Washington, ossia Unione Sovietica e Repubblica Popolare Cinese. In particolare, vi era la preoccupazione che, in caso di ostilità, l’accesso attraverso il Canale di Suez o Singapore avrebbe potuto essere negato, facendo emergere Diego Garcia come il candidato perfetto per realizzarvi una base militare. Situato a circa 3.000 chilometri dallo Stretto di Bab-el-Mandeb e dallo Stretto di Malacca, l’atollo, grazie alle sue caratteristiche naturali, si trovava in una posizione strategica per proiettare potenza sull’intero Oceano Indiano. Sotto il profilo politico, l’atollo aveva una popolazione esigua (in seguito deportata forzatamente) e uno status amministrativo sotto il Regno Unito, l’alleato più stretto. Nel 1961, Washington propose formalmente a Londra di distaccare le Chagos da Mauritius, all’epoca ancora colonia britannica, per creare un British Indian Ocean Territory (BIOT): condotti segretamente, i negoziati si conclusero positivamente 5 anni dopo. Per suggellare l’accordo, gli Stati Uniti riconobbero al Regno Unito un pagamento di circa 14 milioni di dollari, coprendo metà dei costi di creazione del BIOT attraverso sconti sulle forniture di materiali militari.

A partire dagli anni Settanta, la base militare di Diego Garcia (nata inizialmente come centro per le comunicazioni e poi potenziata) ha assunto un’importanza sempre crescente. I 3.600 metri della pista principale permettono le operazioni dei bombardieri B-52 Stratofortress e B-1B Lancer, aerei cisterna KC-135 Stratotanker, velivoli da ricognizione e trasporto, mentre le infrastrutture ne fanno uno dei soli tre siti al mondo fuori dagli Stati Uniti per le operazioni dei bombardieri stealth B-2 Spirit. Nella laguna è stato realizzato un porto con fondali elevati per il rifornimento e la manutenzione di portaerei, cacciatorpediniere, sottomarini e altre categorie di unità navali. Su Diego Garcia sono presenti sensori radar avanzati e sistemi per la raccolta delle informazioni che monitorano le comunicazioni in tutta l’Asia sudoccidentale e meridionale e buona parte del continente africano, nonché strutture alloggiative per il personale ivi basato e di passaggio. La storia operativa di Diego Garcia è densa di eventi, perché è stata il trampolino di lancio fondamentale per le operazioni aeree nelle operazioni Desert Storm (1991) e Iraqi Freedom (2003) e nei bombardamenti contro i Talebani in Afghanistan all’inizio dei primi anni 2000 (Enduring Freedom). Più recentemente, nel 2024 e nel 2025, la base è stata utilizzata per lanciare attacchi contro le milizie Houthi in Yemen.

La teoria di Diego Garcia come bersaglio remoto è stata infranta in occasione del lancio contro l’atollo di due missili balistici a raggio intermedio da parte della Repubblica Islamica, probabilmente del tipo Khorramshahr-4. Sebbene l’attacco non sia andato a buon fine, un vettore ha avuto un malfunzionamento e l’altro è stato intercettato da un cacciatorpediniere statunitense classe Arleigh Burke armato di intercettori antibalistici SM-3 o SM-6, l’evento ha cambiato la percezione della sicurezza regionale. Da parte sua, il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che gli assetti britannici sono diventati obiettivi legittimi dal momento in cui Londra ha concesso a Washington l’uso delle sue basi per colpire il territorio iraniano. L’evento sembrerebbe inoltre rivelare capacità missilistiche iraniane superiori a quanto stimato in precedenza: per quanto sia stato affermato che il Khorramshahr-4 sarebbe teoricamente in grado di colpire quasi tutte le capitali europee, la distanza, circa 4.400 chilometri, fra il sito di lancio in Iran e Diego Garcia smentisce parzialmente tali affermazioni. La minaccia europea appare infatti geograficamente circoscritta all’Europea sudorientale, ma va anche tenuto conto di variabili importanti, in primis la precisione del missile, eventuali malfunzionamenti e la presenza di un dispositivo di difesa antimissili balistici che ha già dato prova di una certa efficacia. A parte ciò, rimane tuttavia necessario non sottovalutare la minaccia e predisporre adeguate misure di contrasto.

Tornando a Diego Garcia, è difficile ipotizzare che l’uso di altri tipi di missili, di prestazioni analoghe o inferiori al Khorramshahr-4, e/o di droni kamikaze rappresenti una significativa minaccia asimmetrica per le installazioni militari statunitensi. Alla luce del contesto geopolitico, l’atollo non esiste in un vuoto perché l’Oceano Indiano rimane un teatro di rivalità e competizioni. L’India, principale potenza navale regionale, ha un rapporto privilegiato con Mauritius e ha avviato la costruzione di una base aerea e di un molo sull’isola di Agaléga, a circa 1.800 chilometri da Diego Garcia: sebbene Mauritius presenti queste infrastrutture come funzionali per la locale guardia costiera, essa rafforza drasticamente la capacità dell’India di monitorare l’Oceano Indiano occidentale con i velivoli da pattugliamento marittimo P-8I Poseidon. Da parte sua, la Francia ha circa 7.000 militari dispiegati tra La Réunion e Mayotte e deve far fronte a dispute di sovranità simili a quelle britanniche, perché le Comore rivendicano Mayotte, e Mauritius rivendica l’isola di Tromelin. Tuttavia, Parigi mantiene una posizione di forza, grazie al pattugliamento regolare della regione a cura dei propri sottomarini a propulsione nucleare. Inoltre, Il dibattito sulla cessione di Diego Garcia è dominato dal timore che Mauritius possa permettere alla Repubblica Popolare Cinese di stabilire una presenza militare nelle Chagos, un altro elemento della cosiddetta collana di perle costruita da Pechino nella sua avanzata politica, commerciale e militare verso ovest. In questo caso, però, il rapporto strategico tra Mauritius e India potrebbe agire come un freno naturale a qualsiasi espansione cinese in loco. Pechino sembra inoltre preferire una strategia di interessi distribuiti in Pakistan (Gwadar) e Myanmar (Kyaukphyu). Nel frattempo, il Premier britannico Keir Starmer ha concesso l’uso di Diego Garcia alle forze militari statunitensi impegnate nell’operazione Epic Fury, ma la posizione dell’Occidente in questa porzione del teatro Indo-Pacifico rimane legata alla ricerca di un complicato equilibrio fra le esigenze strategiche di Washington e gli aspetti politico-internazionali che inquadrerebbero Mauritius come legittimo proprietario dell’atollo.