Le tante facce della crisi infinita in Libano
Medio Oriente e Nord Africa

Le tante facce della crisi infinita in Libano

Di Giuseppe Dentice
19.01.2022

Politica in dissesto, disastro economico, dinamiche settarie incancrenite, interferenze geopolitiche. Sono solo alcune delle peculiarità che hanno caratterizzato gli ultimi due anni del Libano. Oggi il Paese dei Cedri è una realtà arrovellata in molteplici crisi tra loro intrecciate (economica, finanziaria, politica, sociale, umanitaria e anche infrastrutturale), nelle quali non si intravedono spiragli di svolta. Una condizione talmente profonda che richiede misure estreme e urgenti per riformare in profondità quel patto sociale non più in grado di sopravvivere ai suoi mille compromessi e già duramente contestato durante la stagione delle proteste dell’ottobre 2019. In quest’ottica non potranno essere le (vaghe) promesse di riforma da parte delle élites al potere o i pochi aiuti economici internazionali condizionati per decretare la fine dell’impasse e portare nel miglior modo possibile il Paese all’appuntamento elettorale del 15 maggio 2022.

La confluenza delle crisi libanesi è soltanto il risultato di decennali e scellerate politiche clientelari portate avanti dalle istituzioni nazionali e in particolare dalla Banca Centrale del Libano (BCL), la quale con l’annuncio del default finanziario del marzo 2020 ha acceso la miccia per la sua peggior stagione dai tempi della guerra civile (1975-1990). Da lì in poi, infatti, è stato un precipitare continuo che ha acuito i problemi già esistenti, come l’ingigantimento del debito pubblico (170% del PIL), il depauperamento del potere d’acquisto medio delle fasce medie e basse (ridotto fino al 90%), un impoverimento della popolazione (circa il 74% vive sotto la soglia di povertà) e una più generale contrazione dell’economia nazionale rispetto al 2020 (-20%). In ventiquattro mesi, la moneta nazionale, inoltre, ha perso più del 90% del suo valore e la svalutazione rispetto al dollaro statunitense ha toccato un nuovo record (oltre il 400%), con un tasso di cambio di 1.501,79 lire libanesi per un dollaro statunitense. Ciò ha causato un rialzo immediato dei prezzi dei beni e dei servizi al consumo, in un contesto in cui l’elettricità e il carburante sono stati razionati in quantità sempre maggiori, i blackout giornalieri hanno toccato le 22 ore al dì e la popolazione locale e gli oltre 1,7 milioni di rifugiati siriani si sono trovati nelle condizioni di dover fare sempre più affidamento al fiorente mercato nero tra Libano e Siria per soddisfare le necessità primarie, anche le più basiche. Una condizione di crisi talmente grave che non sarebbe neanche così sbagliato affermare che il Libano si trova oggi a vivere una condizione prossima allo “Stato fallito”, in quanto incapace di fornire beni e servizi di base. Giusto per comprendere sino in fondo il livello di criticità, la Banca Mondiale ha stimato che l’attuale situazione di crisi libanese è una delle tre più gravi nella storia mondiale, appena inferiore alla Grande Depressione degli anni ’30 negli Stati Uniti.

Una condizione socio-economica che è stata ulteriormente aggravata dalla pandemia da Covid-19, ma anche e soprattutto dagli effetti politici dell’esplosione del porto di Beirut (agosto 2020), che ha approfondito la crisi istituzionale già vigente fino a produrre uno stallo politico durato oltre un anno, prima del conferimento dell’incarico al magnate delle telecomunicazioni e più volte Primo Ministro, Najib Mikati. In questo vuoto politico-istituzionale la pandemia ha contribuito in modo determinante nel preservare quelle occasioni di paralisi e nel riaffermare con forza il sistema settario che la società in piazza chiedeva di smantellare. Lo Stato centrale ha di fatto posto i cittadini nelle condizioni di ricorrere alle radicate strutture clientelari del welfare settario, nel quale le singole comunità hanno sostanzialmente agito come para-Stato per spartirsi le fornitura di vaccini e definire un controllo delle strutture sanitarie. Un contesto nel quale anche Hezbollah ha giocato un ruolo di primo piano, sfruttando alcune reti di consenso locale per fornire assistenza e servizi di base. Ne è un esempio lampante la creazione di una catena di supermercati ai quali si può accedere solo con la tessera del partito e dove vengono venduti beni provenienti da Siria, Iraq e Iran a prezzi ridotti rispetto a quelli libanesi. Queste attività testimoniano, quindi, un chiaro interesse di Hezbollah e di altri gruppi simili nel ricercare ed estendere le pratiche del consenso e della legittimità oltre la sola comunità originaria di appartenenza, intravedendo in ciò un funzionale strumento di lotta settaria per il consolidamento del potere a livello nazionale.

Contraddizioni, queste, che si sono ulteriormente rafforzate dopo l’insediamento di Mikati. Infatti di lì a poco si sarebbero manifestate tutte le incapacità e idiosincrasie della classe politica nazionale nell’assumersi oneri e responsabilità di scelte importanti per il futuro del Paese, come nel caso delle violenze scoppiate nei pressi del porto di Beirut (14 ottobre 2021), tra i sostenitori sciiti di Hezbollah e Amal e quelli cristiani vicini alle Forze Liberali. Tensioni esplose in merito alle responsabilità politiche emerse nelle vicende della distruzione del porto cittadino dell’agosto 2020. Tale evento si è mostrato come un potente acceleratore di problemi pregressi, nel quale è emerso un interesse ostruzionistico trasversale a tutte le forze politiche nel puntare a ostacolare il lavoro del magistrato incaricato delle indagini Tarek Bitar. In questa prospettiva, il lavoro della magistratura libanese potrebbe rivelarsi un game changer per la classe dirigente nazionale, mettendo difatti sotto accusa un corrotto e stagnante arco politico e istituzionale. Tuttavia, nessuno degli attori coinvolti vorrebbe un’esacerbazione tale delle tensioni che potrebbe condurre il Paese a nuove situazioni di violenza e/o ad una messa in discussione delle fondamenta dello stesso Stato confessionale libanese. In quest’ottica, le principali formazioni partitiche hanno puntato a mantenere lo status quo, tutelando la propria posizione di gestione del potere politico, rendendosi estremamente impermeabili a qualsiasi tipo di cambiamento. Di fronte ad un establishment troppo impegnato a difendere il proprio status, l’inchiesta della magistratura potrebbe essere boicottata, lasciando il Libano in una condizione di stallo che non prevede, almeno per il momento, vie di uscita.

Tuttavia, anche l’attuale complesso di crisi interne in Libano altro non è che l’ennesima occasione di strumentalizzazione da parte delle potenze esterne (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Israele, Qatar, Turchia, Francia e USA) per perseguire i propri interessi nel Paese e nella regione. Una situazione rimarcata nuovamente dopo i commenti rilasciati ad una trasmissione televisiva araba dal Ministro dell’Informazione libanese George Kordahi (27 ottobre 2021), giornalista e presentatore tv, oggi deputato in Marada, partito cristiano alleato di Hezbollah. Kordahi aveva criticato la gestione umanitaria del conflitto in Yemen da parte di Arabia Saudita e EAU, tanto da scatenare una dura rappresaglia diplomatica da parte di Riyadh nei confronti di Beirut, che ha portato all’espulsione dell’Ambasciatore libanese dal Regno e al richiamo del massimo rappresentante saudita dal Paese levantino. Contestualmente Riyadh ha incitato le monarchie arabe del Consiglio di Cooperazione del Golfo a seguire il suo esempio. Ancora una volta, la crisi diplomatica ha mostrato sia l’intrinseca fragilità e dipendenza del Libano dai fattori esterni, sia l’uso pretestuoso di un elemento critico qualsiasi per innescare un nuovo capitolo nello scontro tra Arabia Saudita e Iran, nel quale il Paese dei Cedri, così come Yemen e Iraq, è finito per divenire uno dei campi di battaglia prediletti tra le potenze d’area per estendere la loro influenza in Medio Oriente. Riyadh ha infatti visto nel “caso Kordahi” un’occasione ottima per ribadire il proprio ruolo di garante degli equilibri d’area e nel tentare di indebolire il fronte sciita nel Paese, colpendo in particolare Hezbollah anche attraverso la leva economica e finanziaria che detiene in Libano. Diversamente, l’Iran, pur riconfermando il proprio appoggio al “Partito di Dio”, ha mantenuto un basso profilo in questa crisi anche perché troppo impegnato a risolvere diverse grane all’interno dei suoi confini (economia al collasso, questione idrica e proteste sociali) e nella regione (questione JCPOA in primis e processo di Baghdad). Benché sia chiaro che la tensione diplomatica con il Libano sia un espediente, soprattutto nell’ottica saudita, questi eventi mostrano aspetti paralleli che si inseriscono o puntano in un certo senso a reinserirsi in dinamiche più propriamente regionali. Allo stato attuale, è molto probabile che il governo libanese punti ad accogliere il più possibile le richieste dei partner del Golfo, senza tuttavia intaccare il già complesso equilibrio interno sempre troppo suscettibile di subire nuove fiammate ed escalation di tensioni e/o violenze. Infatti, il contraccolpo economico inferto da Riyadh alle critiche mosse dal Ministro libanese potrebbe ulteriormente peggiorare le catastrofiche finanze di Beirut, soprattutto se anche le altre monarchie arabe del Golfo seguissero l’esempio saudita. Se ciò avvenisse, le ricadute negative più prossime per il Libano sarebbero quantificate in perdite superiori al miliardo di dollari l’anno, andando così a condizionare fortemente una situazione sociale, politica ed economica nazionale già esplosiva e prossima al collasso totale.

In definitiva, la confluenza delle crisi libanesi ha generato effetti disastrosi sul piano interno e contribuito ad alimentare molteplici piani di instabilità a livello regionale. La rabbia sociale è molto elevata e potrebbe esplodere ancora una volta contro la classe politica parsa impassibile al cambiamento e incapace di assumere un ruolo preciso dinanzi al dissesto multidimensionale che vive il Paese. Allo stesso tempo, in questo contesto di caos emerge con forza l’impossibilità da parte degli attori esterni di guidare un qualsiasi processo di soluzione alla crisi libanese. Nel frattempo, però, non è chiaro come, quando e in che modo il Libano, date le sue condizioni precarie, sarà in grado di sopravvivere a questo clima di incertezza e indigenza.

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