La diplomazia di sicurezza e diversificazione energetica nell’Indo-Pacifico
Asia e Pacifico

La diplomazia di sicurezza e diversificazione energetica nell’Indo-Pacifico

Di Alice Toto
17.07.2026

Dall’8 al 10 luglio, il Primo Ministro indiano Narendra Modi si è recato in Australia in occasione del terzo Annual Summit tra India e Australia. Si tratta di un incontro che si colloca in una stagione particolarmente attiva per quanto riguarda la politica estera di New Delhi e dei Paesi dell’Indo-Pacifico, in quanto, nelle ultime due settimane, Modi ha intrattenuto colloqui anche con gli omologhi giapponese, Sanae Takaichi, e neozelandese, Christopher Luxon, nonché con il Presidente indonesiano Prabowo Subianto. Una tale rete di incontri bilaterali sembrerebbe indicare un’ampia e condivisa volontà regionale di mantenere alta l’attenzione sulle vicende che interessano l’area. Non è un caso, infatti, se gli elementi ricorrenti degli incontri siano stati proprio la cooperazione, al fine di garantire la libertà di navigazione e la sicurezza dell’Indo-Pacifico, la messa in sicurezza delle catene di approvvigionamento e la diversificazione energetica.

In quanto Paese estremamente energivoro, il blocco dello Stretto di Hormuz ha causato ampi disagi all’India, dipendente per circa il 68,3%, nel 2025, da gas naturale proveniente dal Golfo, per cui la diversificazione energetica si pone sempre più, non come una scelta, bensì come una necessità. Non stupisce dunque, che già all’inizio dell’anno, New Dehli si stesse muovendo in tal senso, concludendo un accordo quadro sull’energia nucleare civile con il Canada. Qualora venisse implementato, l’azienda canadese Cameco si impegnerebbe a fornire alla nazione asiatica approssimativamente 10 milioni di chilogrammi di uranio nel periodo compreso tra il 2027 e il 2035, per un controvalore economico stimato in 1,63 miliardi di euro. L’intesa, inoltre, contempla forme di cooperazione relative agli small modular reactors (SMRs) e allo sviluppo di reattori di ultima generazione. Ciò potrebbe rappresentare un nuovo capitolo nel percorso energetico dell’India, recentemente rafforzato dallo SHANTI Act, approvato dal Parlamento nel dicembre 2025. Il disegno di legge consolida e modernizza il quadro giuridico nucleare indiano consentendo una partecipazione privata, seppur limitata, nel settore nucleare sotto controllo normativo nonché rafforzando la regolamentazione statutaria concedendo il riconoscimento statutario all’Atomic Energy Regulatory Board (AERB).

Di particolare rilevanza, pertanto, è stato il raggiungimento di accordi amministrativi circa l’export di uranio da Canberra verso New Delhi per scopi civili, i quali permetterebbero alle entità minerarie private australiane coinvolte nell’estrazione del minerale, di concludere contratti commerciali con aziende del settore privato indiano. Da tempo ormai, New Delhi mostra infatti interesse per le riserve di uranio australiane, le quali costituiscono circa il 28% della fornitura mondiale e rappresentano un asset significativo al fine di contribuire al raggiungimento dell’obiettivo di 100 gigawatt di capacità di energia nucleare entro il 2047. Quanto all’Australia, la volontà sarebbe quella di diversificare il più possibile i partner commerciali, con lo scopo di ridurre la dipendenza economica da Beijing, primo tra gli importatori di beni australiani.

Canberra e New Delhi hanno, in tal senso, riaffermato il reciproco impegno nel consolidare la resilienza delle catene di approvvigionamento energetico, attraverso un approfondimento della cooperazione regionale e un’accelerazione della transizione ecologica. In quest’ottica, centrale potrebbe diventare la proposta indiana relativa alla Global Biofuels Alliance (GBA), un’alleanza multilaterale che riunisce governi, organizzazioni internazionali e industria. Con 34 paesi e 14 organizzazioni internazionali come membri, tra cui figurano anche Italia, Giappone e Stati Uniti, la GBA mira a posizionare i biocarburanti come una soluzione chiave per la transizione energetica globale e contribuire alla crescita socioeconomica.

Sul piano della sicurezza, invece, in particolare nell’ambito marittimo, l’India sembrerebbe voler assumere il ruolo di partner centrale, ponendosi come terminale geografico di una direttrice che, dal Giappone, mira a monitorare l’evoluzione delle dinamiche lungo la first island chain. Una tale postura, si consolida in risposta al disimpegno statunitense nella regione indo-pacifica, il quale, a causa dell’escalation nello Stretto di Hormuz, ha imposto agli Stati dell’area un principio di burden sharing nell’ambito della difesa. Sebbene questo approccio sia rivolto a tutti i partner di Washington, nello scenario dell’Indo-Pacifico assume una rilevanza chiave nel momento in cui attori regionali come India, Giappone e Australia, si trovano a difendere gli interessi comuni in maniera più indipendente rispetto al passato. Non desta sorpresa, quindi, che tale elemento sia ricorrente in tutti gli incontri di cui New Delhi è stata recentemente protagonista. Dal Giappone alla Nuova Zelanda, infatti, non sono mancati riferimenti al miglioramento dell’interoperabilità difensiva nella regione, in accordo anche con forum quali il Quad (Quadrilateral Security Dialogue) e l’ASEAN, centrali nella definizione dell’architettura dell’Indo-Pacifico. La crescente assertività di Beijing nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale, manifestata tramite frequenti esercitazioni militari lungo lo Stretto di Taiwan e rivendicazioni di aree contese, si configura inoltre come un fattore da monitorare con estrema cautela, e al quale i vari Paesi interessati mirano a rispondere in maniera diversa.

Canberra, ad esempio, si è impegnata negli ultimi mesi nella messa in atto di una serie di accordi con i propri vicini. Rilevante in questo contesto, è l’avvio dei negoziati tra l’Australia e le Isole Salomone per un trattato strategico globale, finalizzato a potenziare la cooperazione in ambiti cruciali quali la sicurezza e l’approvvigionamento energetico. Tale iniziativa si configura come un riposizionamento strategico a seguito dell’insediamento ad Honiara del Primo Ministro Wale, il quale ha manifestato l’intenzione di procedere a una revisione del patto di sicurezza sottoscritto con la Cina nel 2022, nell’ottica di garantire una maggiore trasparenza circa le clausole dell’intesa. A questa tendenza è riconducibile anche la formalizzazione della cooperazione bilaterale in materia economica e di sicurezza, tra Australia e Vanuatu, la quale precluderebbe la possibilità di stabilire infrastrutture o basi militari straniere entro i confini dell’arcipelago. Il trattato prevede inoltre, uno stanziamento australiano pari a 500 milioni di dollari e vincola Vanuatu a preservare l’integrità delle proprie reti portuali, digitali ed energetiche da qualsiasi forma di interferenza esterna o militarizzazione.

In questo quadro, una più ampia cooperazione securitaria con New Delhi, sancirebbe dunque un ulteriore passo avanti nella rete di accordi bilaterali con Canberra, nonché un’alleanza chiave in virtù dei rapporti che essa intrattiene con altri attori dell’area. Nel corso della recente visita in Indonesia, Modi ha difatti siglato un accordo con Prabowo Subianto, per la vendita del sistema missilistico da crociera supersonico BrahMos e del missile aria-aria Astra, nonché ha manifestato interesse nel collaborare allo sviluppo integrato del porto indonesiano di Sabang. Tale partnership, risulterebbe piuttosto significativa in virtù della posizione geografica del porto, posto nelle vicinanze delle isole indiane Andamane e Nicobare e le province dell’isola di Sumatra, fattore che garantirebbe un maggiore controllo sullo Stretto di Malacca, collo di bottiglia vitale per gli interessi di Beijing. L’Indonesia, inoltre, ha da poco concluso accordi con il Giappone, a seguito del riposizionamento strategico di Tokyo sul trasferimento di equipaggiamenti e tecnologie per la difesa, circa l’acquisto di cacciatorpedinieri nipponici, un elemento questo che sembrerebbe indicare l’intenzione di Jakarta di contribuire attivamente alla stabilità della regione.

In conclusione, le tendenze sopra evidenziate segnalano la progressiva configurazione di un framework dinamico nella regione dell’Indo-Pacifico, fondato su una rete di accordi bilaterali volti a salvaguardare gli interessi condivisi degli attori regionali. Tale evoluzione si inserisce nel contesto dei recenti cambiamenti nei mercati energetici internazionali, nel rinnovato interesse della Casa Bianca verso il Medio Oriente e nel possibile sfruttamento da parte della Repubblica Popolare Cinese del ridimensionamento dell’ombrello di sicurezza statunitense. È in questa chiave che può essere interpretata l’intensa attività indiana dell’ultimo periodo, così come quella degli altri Governi dell’area pacifica, che percepiscono la capacità di integrare la sicurezza marittima, la forza industriale e la resilienza delle filiere logistiche ed energetiche come i principali fattori destinati a determinare gli equilibri della regione.