Il rafforzamento del partenariato strategico tra India e Giappone
Si è concluso venerdì 3 luglio il 16° Summit annuale tra India e Giappone, il primo a seguito dell’insediamento del Primo Ministro Sanae Takaichi. Il vertice sembra aver confermato la stretta collaborazione tra i due Paesi, attraverso il rafforzamento del Partenariato Strategico Speciale e il delineamento di politiche bilaterali destinate a promuovere lo sviluppo reciproco. Nello specifico, i colloqui hanno esplorato diversi temi cardine della relazione strategica tra Tokyo e New Delhi: dalla cooperazione in materia di sicurezza e intelligenza artificiale, all’evoluzione delle recenti dinamiche regionali e globali. Ciò che emerge dall’incontro, tuttavia, sembrerebbe andare oltre la semplice cooperazione, tratteggiando l’affermazione di un allineamento strategico volto, da un lato, a supportare lo sviluppo reciproco, dall’altro, a mitigare la crescente proiezione strategica cinese nel Mar Cinese Orientale e Meridionale, fonte di preoccupazione per ambedue i Paesi.
Non è un caso, infatti, che uno dei temi principali dell’incontro sia stato proprio il rafforzamento delle rispettive dottrine in tema di libertà di navigazione, attraverso l’integrazione tra la strategia giapponese FOIP (Free and Open Indo-Pacific) e le iniziative indiane IPOI (Indo-Pacific Oceans Initiative) e MAHASAGAR. In questo contesto, l’attuazione della Joint Declaration on Security Cooperation dello scorso anno parrebbe dimostrare la volontà di superare una fase puramente diplomatica della relazione, elevandola al piano dell’interoperabilità. Da un lato, il meccanismo decisionale verrebbe istituzionalizzato attraverso la calendarizzazione del quarto round dei dialoghi ministeriali “2+2” (Esteri e Difesa) entro la fine dell’anno. Dall’altro, la prontezza operativa e la sinergia tecnica verrebbero collaudate direttamente sul campo, come già testimoniano i risultati positivi dell’esercitazione JAIMEX25, la presenza di Tokyo all’International Fleet Review 2026 e l’avanzamento del progetto UNICORN nei sistemi di comunicazione navale.
New Delhi ha inoltre accolto con favore la nuova postura giapponese riguardo la revisione dei tre principi sul trasferimento di attrezzature e tecnologie di difesa, un fattore che lascerebbe supporre una maggiore volontà di coordinazione in tale ambito. Le recenti modifiche apportate dall’esecutivo giapponese confermano il crescente interesse di Tokyo nel rafforzare la propria sicurezza anche attraverso un’intensificazione delle relazioni bilaterali con i partner regionali. Si inseriscono in questa prospettiva i recenti colloqui con l’Indonesia, culminati nella condivisione di informazioni marittime sensibili e nell’impegno a concludere gli accordi sulla vendita di cacciatorpedinieri nipponici a Jakarta, così come quelli con le Filippine, volti a delimitare le rispettive zone economiche esclusive e segnare un’effettiva linea rossa per Beijing lungo la first islands chain.
D’altro canto, negli ultimi due anni, l’India ha attuato una lenta e graduale normalizzazione dei rapporti con Beijing, che, seppur volatili, mostrano lievi segni di apertura in ambito economico, soprattutto per quanto riguarda il trasferimento di know-how tecnologico nel settore automobilistico e una maggiore liberalizzazione degli investimenti diretti cinesi in India, fino a poco tempo fa soggetti a controlli molto stringenti. Ciò non attenuta, tuttavia, l’interesse di New Delhi nel garantire un equilibrio securitario più favorevole nell’area dell’Indo-Pacifico, bilanciando la predominanza cinese nella regione. In tale prospettiva, possono essere interpretati gli accordi per la vendita di missili BrahMos stipulati con Indonesia, Vietnam e Filippine nella prima metà del 2026. Queste necessità, per entrambi i Paesi, si concretizzano probabilmente in virtù del riposizionamento militare degli Stati Uniti verso il Medio Oriente e del conseguente progressivo disimpegno dell’Amministrazione Trump nell’area, nonché delle persistenti pressioni cinesi nello Stretto di Taiwan, le quali interessano anche ulteriori rivendicazioni di zone contese, soprattutto con il Giappone, come le Senkaku Islands.
Un ulteriore fattore d’interesse, determinante proprio a causa delle instabilità che hanno segnato il Golfo Persico, è l’estrema vulnerabilità delle catene di approvvigionamento energetiche di Tokyo e New Delhi. Nonostante India e Giappone siano Paesi particolarmente energivori, la loro produzione interna rimane piuttosto limitata, rendendoli dipendenti da flussi esterni e fortemente esposti a più ampie dinamiche geopolitiche, come ha dimostrato il blocco dello Stretto di Hormuz. A tal proposito, nel corso del Summit, si è rivelato significativo il lancio della Japan-India Cooperative Biogas for Growth Initiative (CBG Initiative), un nuovo progetto per aumentare la produzione di biogas alla luce dell’obiettivo dell’India di realizzare 1.000 impianti di biogas e impianti di fertilizzanti organici su tutto il territorio nazionale. Entrambi i Paesi, infatti, ritengono necessario diversificare il più possibile le fonti di approvvigionamento energetico, sia per quanto riguarda i fornitori, sia per quanto concerne le materie prime impiegate, essendo Giappone e India rispettivamente dipendenti per l’82,8% dal petrolio greggio e per il 68,3% da gas naturale proveniente dal Golfo, stando ai dati del 2025. Un progetto di questo tipo, dunque, permetterebbe all’India di muovere ulteriori passi verso la realizzazione del progetto di sviluppo nazionale Viksit Bharat, mentre al Giappone di esportare il proprio know-how tecnologico nel mercato indiano.
Da tempo ormai, infatti, Tokyo mira ad accedere al più vasto mercato dell’Asia meridionale, pertanto non sorprende che l’obiettivo centrale dei dialoghi economici nel corso del Summit sia stato quello di migliorare il Comprehensive Economic Partnership Agreement (CEPA), attraverso un aumento degli investimenti privati tramite meccanismi “fast-track” quali l’India-Japan Industrial Competitiveness Partnership (IJICP). Inoltre, come sancito dall’India – Japan Joint Vision for the Next Decade, la volontà delle parti sarebbe quella di raggiungere una soglia di 61 miliardi di dollari in investimenti giapponesi sul territorio indiano. L’interesse del Giappone non è casuale, né l’unico a livello internazionale, come dimostrato dalla fine dei negoziati sul Trattato di Libero Scambio tra India e Unione Europea a inizio del 2026. Le sempre più frequenti e improvvise dinamiche di instabilità a livello internazionale, unite alla necessità di rimettere in moto un’economia stagnante con rilevanti sfide a livello domestico, dal calo demografico alla riduzione del potere d’acquisto, sembrerebbero essere le principali ragioni dietro questa volontà del Paese, nonché una possibilità di diversificazione dei partenariati commerciali e garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Altro elemento fondamentale dei dialoghi, è stato l’uso dell’intelligenza artificiale (AI), cruciale per ampliare la collaborazione tra i due Paesi, estendendone l’utilizzo in ampie aree in accordo con l’Hiroshima AI Process e la New Delhi on AI Impact, riguardanti i codici di condotta dei sistemi AI. Tra gli ambiti citati, i più rilevanti sarebbero quelli della cybersecurity e della messa in sicurezza delle supply chains strategiche, così come quello delle infrastrutture digitali. In questo contesto, è stata accolta con favore la convocazione dell’AI Strategic Dialogue tra Giappone e India sull’intelligenza artificiale ed è stato adottato il Joint Statement on AI cooperation sulla cooperazione in materia di intelligenza artificiale, per consolidare ulteriormente i progressi compiuti nell’ambito Japan-India AI Cooperation Initiative. Il mercato giapponese dell’intelligenza artificiale può essere annoverato tra i principali attori di rilievo nel panorama globale, capitalizzando lo storico primato tecnologico detenuto nei settori della robotica, dell’elettronica e dell’automazione industriale. Attualmente, il Giappone sembra aver superato la fase embrionale della ricerca pura per inaugurare una nuova stagione di applicazione pragmatica, orientata a integrare le potenzialità dell’AI in termini di efficienza economica e standard qualitativi in segmenti strategici quali la sanità, la finanza, la mobilità e la manifattura avanzata. Tali elementi, uniti alla vocazione indiana per la formazione di giovani nelle materie STEM, mostrano come una cooperazione in questo ambito risulterebbe proficua per entrambi i Paesi, soprattutto in virtù della volontà espressa nel corso del Summit del 2025, di promuovere la circolazione di lavoratori dall’India al Giappone entro il 2030, facendo riferimento a circa 50.000 lavoratori qualificati nell’ambito dell’IT.
Nel complesso, il vertice ha confermato, dunque, la maturazione di una pragmatica convergenza strategica, volta a favorire la stabilità dell’Indo-Pacifico e riequilibrare la presenza cinese. L’architettura che emerge a seguito di questo vertice rispecchierebbe quella del minilateralismo: la tessitura di intese bilaterali e trilaterali con attori chiave dell’area ASEAN, come Indonesia e Filippine, dimostra come Tokyo e New Delhi intendano agire come i due perni di un reticolo flessibile di contenimento e stabilizzazione regionale. Inoltre, l’integrazione di dossier critici nei dialoghi tra le due potenze, quali la sicurezza delle catene di approvvigionamento, l’intelligenza artificiale e la transizione energetica, segnalano un avvicinamento che va oltre la dimensione puramente diplomatica dei rapporti. È lecito dunque aspettarsi una cooperazione sempre più profonda tra le due potenze nel breve e medio termine.