Il crepuscolo delle tensioni in Medio Oriente: le opzioni militari israelo-statunitensi contro l’Iran
Il dispositivo militare dispiegato da Washington nell’area di responsabilità (AoR – Area of Responsibility) del Comando Centrale statunitense (USCENTCOM – US Central Command), nel contesto delle tensioni con la Repubblica Islamica dell’Iran, è plausibilmente prossimo a raggiungere il proprio apice capacitivo, con uno schieramento che in termini strettamente numerici, e considerando i soli assetti aerei e navali, è il più significativo nella regione dai tempi dell’Operazione Iraqi Freedom nel 2003. Una forza proiettata in tempi brevi con l’evolversi delle proteste in Iran per sopperire all’iniziale esiguità di opzioni difensive e offensive offerte nel quadrante all’Amministrazione statunitense da una postura militare ancora fortemente sbilanciata per sostenere le attività nel Mar dei Caribi culminate nell’Operazione Absolute Resolve, ma le cui dimensioni garantiscono ora un ampio ventaglio di alternative belliche. Queste ultime sono integrate in una voluta ambiguità strategica tesa a influenzare l’esito dei negoziati mediati dall’Oman tra Teheran e Washington, e si intersecano con gli intenti contrastanti degli alleati e partner regionali statunitensi, ma nelle loro diverse declinazioni, risultano crescentemente probabili.
Nel dettaglio, il dispositivo schierato include due gruppi portaerei (CSG – Carrier Strike Group): il CSG-3 incentrato sulla classe Nimitz USS Abraham Lincoln e inclusiva dei tre cacciatorpediniere classe Arleigh Burke USS Michael Murphy, USS Spruance e USS Frank E. Petersen Jr.; e il CSG-12 imperniato sulla classe Ford USS Gerald Ford e comprensivo dei cacciatorpediniere classe Arleigh Burke USS Mahan, USS Winston S. Churchill e USS Bainbridge. In ambedue i casi, inoltre, gli stessi comprendono dottrinalmente un sottomarino nucleare d’attacco (SSN – Ship Submersible Nuclear) classe Los Angeles o Virginia. All’interno della componente aerea imbarcata sulle due portaerei sono presenti oltre 90 caccia multiruolo tra monoposto F/A-18E Super Hornet, biposto F/A-18F Super Hornet e velivoli stealth F-35C Lightning II, nonché due squadroni di aerei da guerra elettronica EA-18G Growler. Nelle acque dell’AoR di USCENTOCM attualmente navigano inoltre almeno un sottomarino nucleare lanciamissili da crociera (SSGN – Ship Submersible Guided Nuclear) classe Ohio, altri sette cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, nello specifico lo USS Mitscher, lo USS McFaul, lo USS Roosevelt, lo USS Bulkeley, lo USS Delbert D. Black, lo USS Pinckney e lo USS John Finn, nonché tre Littoral Combat Ships (LCS) presenti da tempo nella regione. Nel complesso, questo si traduce in circa 1.380 sistemi di lancio verticali per missili (VLS – Vertical Launch System), tutti compatibili con vettori da attacco terrestre (LACM – Land Attack Cruise Missile), in particolare del tipo BGM-109 Tomahawk, e di cui 1.230 sono equipaggiabili alternativamente con intercettori per difesa aerea, anche antibalistica.
Lo schieramento navale è in aggiunta integrato da un dispositivo aereo basato a terra e concentrato in particolare nelle basi statunitensi di Muwaffaq Salti, in Giordania, e di Prince Sultan, in Arabia Saudita. Questo comprende più di trenta F-35A Lightning II, trenta F-16 C/D Fighting Falcon, venticinque F-15E Strike Eagle e dodici A-10C Thunderbolt II. Se soprattutto i primi potrebbero prendere parte a operazioni di attacco al suolo in territorio iraniano insieme ad altri assetti, tutti possono eventualmente integrare l’articolata architettura da difesa aerea, inclusiva delle ulteriori batterie di Patriot e di Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) inviate nell’area non solo per predisporre una difesa rafforzata dello Stato di Israele, ma anche per proteggere le forze statunitensi. Un rischio, quello di attacchi coordinati contro le basi di Washington nella regione, reso ancora più evidente dal precedente rappresentato dall’Operazione Glad Tidings of Victory, condotta da Tehran contro la base di Al Udeid, in Qatar, in rappresaglia ai bombardamenti di Washington dei siti nucleari iraniani durante l’Operazione Midnight Hammer. Al fine di abilitare eventuali bersagliamenti il dispositivo integra poi due assetti per il coordinamento della manovra aerea E-3 Sentry (AWACS- Airborne Warning and Control System) e più di venti rifornitori tra KC-135 Stratotanker e KC-46A Pegasus, nonché numerosi droni per intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR – Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), tra cui almeno tre MQ-4C Triton per operazioni ad alta quota e lungo raggio (HALE – High-Altitude Long Endurance).
Nonostante la significativa massa di assetti, la consistenza complessiva del dispositivo e le capacità che il medesimo è in grado di esprimere non sono al momento compatibili con la condotta in autonomia di una campagna aerea di bombardamento tesa a disarticolare e degradare profondamente l’apparato securitario-militare iraniano al fine, ipotetico, di favorirne un collasso sotto rinnovate proteste intestine, promuovendo così un conseguente cambio di regime. L’assenza di bombardieri strategici nelle basi prospicienti la regione, in particolare a Diego Garcia nell’Oceano Indiano e a Fairford nel Regno Unito, limita infatti la densità dei bersagliamenti dispiegabili e la tipologia di munizionamento impiegabile, mentre la logistica sinora approntata nel teatro appare del tutto incoerente con la generazione nel tempo di un sufficiente numero di sortite aeree idonee a colpire gli oltre 130 obiettivi geografici primari di natura militare distribuiti nel Paese. Il danneggiamento o la distruzione di gran parte di questi, oltreché di almeno alcune delle basi impiegate dai Basij, è infatti un presupposto fondamentale per impedire il contenimento e la repressione di eventuali nuove manifestazioni. Cionondimeno, il probabile coordinamento di un simile attacco con l’Israeli Air Force (IAF), la quale ha condotto nelle ultime settimane una serie di esercitazioni tese a valorizzare il ritorno di esperienza acquisito durante l’Operazione Risinig Lion, e l’implementazione di un ritmo sostenuto di sortite periodiche accuratamente pianificate, ivi incluso per quanto attiene i rifornimenti in volo, potrebbe essere idoneo ad abilitare circa tre settimane di ostilità.
Al netto di una campagna di bombardamenti finalizzata a un cambio di regime sussistono altre due macro-opzioni di carattere militare compatibili con le forze dispiegate. La prima è rappresentata da una serie di bersagliamenti selettivi, anche dilazionati in alcuni giorni e con un ritmo operativo contenuto, mirati a distruggere nella loro interezza le infrastrutture operative e industriali collegate ai programmi nucleare e missilistico iraniani, ottenendo sul terreno le richieste avanzate da Washington, in coordinamento con Tel Aviv, al tavolo negoziale con Teheran. Anche in tale istanza sarebbe comunque necessaria tanto un’accurata attività preliminare di soppressione e distruzione delle difese aeree avversarie (SEAD/DEAD – Suppression/Destruction of Enemy Air Defenses), già sensibilmente degradate durante la Guerra dei 12 Giorni, quanto la previsione di un adeguato supporto di guerra elettronica (EW – Electronic Warfare) durante ciascuna sortita. I sistemi spalleggiabili, nello specifico, rappresentano infatti una minaccia che, per quanto l’Operazione Rising Lion non abbia sostanzialmente registrato perdite da parte israeliana, risulta non marginale. Questa risulta inoltre tanto maggiore con il potenziale incremento del numero di velivoli sui cieli iraniani e delle ore volo nello spazio aereo nemico.
In ultimo, gli Stati Uniti, anche unilateralmente, potrebbero optare per un’azione, estremamente circostanziata nel tempo, di bersagliamento mirato contro figure dell’apparato istituzionale iraniano al precipuo fine di neutralizzare individui ritenuto ostativi a un esito favorevole dei negoziati, permettendo contestualmente l’avvicendarsi di soggetti meno intransigenti limitatamente ai soli temi attualmente oggetto delle trattative. Un simile scenario comporta tuttavia una preparazione di intelligence dell’ambiente operativo (IPOE – Intelligence Preparation of the Operational Environment) estremamente affinata e in grado di generare una lista obiettivi (target list) costantemente aggiornata e idonea ad attacchi il più possibile sincronizzati. Se Tel Aviv ha dimostrato di possederla durante la Guerra dei 12 Giorni, il coordinamento tra un’attività di acquisizione bersagli (ISTAR – Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance) a cura israeliana e una di attacchi statunitensi presenta non marginali criticità tattico-operative.
In tutte le ipotesi prese in esame, una rappresaglia da parte di Teheran appare molto probabile e la sua intensità sarà plausibilmente commisurata a quanto la linea d’azione israelo-statunitense minacci la sopravvivenza della Repubblica Islamica. In ogni caso, l’architettura da difesa aerea schierata nella regione appare idonea a gestire eventuali attacchi saturanti, tanto generalizzati, ossia combinanti droni a lungo raggio (OWA UAV – One-Way Attack Unmanned Aerial Vehicle), vettori da crociera e balistici, quanto selettivi, ossia con una sola tipologia di minacce, tipicamente missili balistici. Gli arsenali iraniani sono stati inoltre erosi sia dalle rilevanti perdite subite durante le ostilità del Giugno 2025, sia per i sistemi impiegati negli ingaggi contro Israele, che si sono susseguiti da Aprile 2024. Analogamente, il cosiddetto Asse della Resistenza, composto dalle milizie variamente collegate alle Forze Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC – Islamic Revolutionary Guard Corps), è anch’esso ormai profondamente disarticolato e degradato, con l’iracheno Kata’ib Hezbollah che ne è l’unica componente le cui limitate capacità offensive non sono state sinora colpite massicciamente dalle Israel Defense Forces (IDF). Proprio la vulnerabilità di Teheran e la possibile percezione di inevitabilità di un attacco, potrebbero spingere l’Iran a condurre un’azione preventiva tesa a massimizzare l’efficacia dei propri arsenali residui, stante la difficoltà di generare ancora effetti dopo l’avvio di una campagna israelo-statunitense. Uno scenario, questo, che informa attualmente in modo più che significativo tanto le attività di ISR dell’apparato securitario-militare israeliano, quanto la pianificazione delle IDF.
Al di là degli sviluppi tattico-operativi, la decisione strategica, anche in merito a quale opzione prediligere, tenderà a contemperare gli effetti di almeno quattro dinamiche. In primis, l’Amministrazione statunitense ampiamente intesa appare contraria a qualsiasi linea d’azione che si presenti all’elettorato come un conflitto e pertanto predilige evitare del tutto le ostilità o al massimo operazioni estremamente contingentate e a basso rischio. Al contempo, la massa di forze dispiegata e la comunicazione strategica attuata dal Presidente statunitense rendono estremamente problematico sotto il profilo delle credibilità internazionale rinunciare a una qualche forma di attacco senza aver ottenuto il massimo dai negoziati. Inoltre, i Paesi arabi della regione temono soprattutto l’esito di un eventuale intervento militare, con la conseguente destabilizzazione regionale e il rischio della spiralizzazione dell’Iran in una guerra civile con ripercussioni per l’intero quadrante, fattore che è alla base del loro sostegno a una soluzione diplomatica. Infine, Israele, dopo oltre due anni di ostilità che lo hanno consolidato come superpotenza militare dell’area, intende capitalizzare il proprio vantaggio e prevenire strutturalmente l’insorgere di nuove potenziali minacce che minino la costituzione di un nuovo ordine mediorientale.