Gli accordi migratori tra Unione Europea e Paesi del Nord Africa
Medio Oriente e Nord Africa

Gli accordi migratori tra Unione Europea e Paesi del Nord Africa

Di Maddalena Fabbi
18.04.2023

È recente la tragedia di Cutro, in provincia di Crotone, dove il 26 febbraio 2023 un’imbarcazione partita dalla Turchia con a bordo circa 200 persone si è spezzata in due a pochi metri dalla riva, e più di 90 persone hanno perso la vita. Pochi giorni dopo, mentre Frontex e la guardia costiera italiana discutevano sulle responsabilità della strage, un’altra imbarcazione si è capovolta in acque libiche avvistata da un aereo della SeaWatch (Seabird) e allertato tramite Alarm phone e, a causa del rimpallo di responsabilità tra le autorità coinvolte e il ritardo dei soccorsi, 30 persone risultano disperse. Secondo l’Organizzazione Internazionale della Migrazione (OIM), dal 2014 ad oggi sono 26.104 le persone morte nel Mediterraneo cercando di raggiungere le coste europee.

Le rotte migratorie nel Mediterraneo da anni sono considerate le più pericolose al mondo, in particolare quella centrale che collega la Libia e la Tunisia all’Italia. Le altre due rotte sono quella occidentale, ovvero tra Marocco e Spagna, e quella orientale tra Turchia e Grecia. Esiste anche quella balcanica occidentale che incrocia Paesi dell’UE, come Grecia e Croazia, a Paesi non UE, come Macedonia del Nord, Albania, Serbia, Montenegro, e Bosnia-Erzegovina. Inoltre, secondo i dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), i Paesi d’origine dei migranti che percorrono le rotte nel mediterraneo nell’ultimo periodo sono Tunisia, Bangladesh, Siria, Afghanistan, ed Egitto.

Nel tentativo di far fronte a questi flussi costanti verso le coste europee, tutti gli Stati membri dell’UE, in coordinamento con la Commissione europea, hanno iniziato a esternalizzazione il controllo delle frontiere e del diritto dei rifugiati. Attraverso azioni economiche, militari e giuridiche extraterritoriali, come ad esempio gli accordi su base bilaterale e multilaterale con i Paesi della sponda sud e sud-est del Mediterraneo e con quelli dell’Africa sahelo-subsahariana, la comunità europea ha così diminuito il numero di migranti e rifugiati in arrivo.

Mentre si è discusso a lungo dei pull factors, ovvero dei fattori di attrazione, soprattutto nella retorica contro le ONG che salvano le persone in mare, si parla poco delle ragioni per cui i migranti si imbarcano pagando anche molti soldi e rischiando la vita (push factors). La maggior parte dei Paesi di origine dei migranti si trovano in Africa e Asia, dove guerre, conflitti interni, situazioni di violenza generalizzata, crisi economiche e politiche, costringono interi popoli a scappare e attraversare altri Paesi per cercare un rifugio sicuro. Spesso, infatti, anche negli Stati confinanti i rifugiati rischiano la vita e sono costretti a spingersi sempre più lontano. Per molti il mare è l’ultima tappa di un viaggio ben più lungo fatto di sfruttamento, tortura e mesi o anni di detenzioni in prigioni. Tutti coloro che arrivano sulle coste europee attraverso questi mezzi hanno il diritto di ricevere la protezione internazionale, secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, firmata e ratificata dai Paesi UE. Nonostante ciò, sono poche le domande d’asilo che hanno esito positivo. Secondo i dati dell’Agenzia Europea per l’Asilo (EASO, European Asylum Support Office) esiste una correlazione positiva tra l’indice dei push factors (PFI) dei Paesi d’origine con il numero di domande di asilo in UE. Spesso il successo di queste domande di asilo dipende dalla conoscenza delle autorità riguardo la situazione nel Paese di origine, che purtroppo non è sempre abbastanza approfondita.

Il sistema migratorio dell’Unione Europea

Da anni ormai si sente parlare della “Fortezza Europa”, concetto utilizzato con tono critico soprattutto dai difensori dei diritti umani e dalle associazioni e organizzazioni che si occupano migrazione per descrivere la gestione delle frontiere dell’area Schengen da parte dell’UE. Infatti, se all’interno dei confini comunitari i cittadini europei possono muoversi senza passaporto e particolari restrizioni, entrare dall’esterno è molto più complicato, soprattutto se si è immigrati irregolari, ovvero se si è arrivati senza un controllo regolare alla frontiera e/o senza i documenti richiesti. Tutto ciò è stato supportato e alimentato da una forte propaganda politica, più comune tra i partiti di destra europei, che ha portato alla criminalizzazione degli immigrati e alla retorica della difesa dello stile di vita europeo.

Dopo la creazione dell’area Schengen nel 1990, l’Unione Europea si è impegnata nella creazione di un sistema comune europeo di asilo (CEAS) volto a gestire un approccio comune degli Stati membri in materia di migrazione e a cercare di migliorare il quadro legislativo esistente, che si basa sulla Convenzione di Ginevra, sul Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) e sull’articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE.

Uno dei principali strumenti legali su cui si basa il CEAS è la Convenzione di Dublino, firmata nel 1990 da dodici Stati membri dell’UE ed entrata in vigore nel 1997, poi diventata il Regolamento Dublino II nel 2003, e oggi l’attuale Regolamento Dublino III (Regolamento 604/2013). Tale regolamento è stato istituito al fine di disporre di una prassi comune per l’esame e la presa in carico delle domande di asilo. Secondo queste regole, il richiedente è tenuto a presentare la propria richiesta di protezione internazionale alle autorità del primo Paese d’ingresso in Europa. La critica più pesante, avanzata principalmente dagli Stati frontalieri, riguarda lo sforzo logistico smisurato a cui questi ultimi sono sottoposti. Non essendo dotati delle misure necessarie, Paesi come Italia, Spagna e Grecia stringono accordi con i Paesi confinanti per trattenere i migranti al di là del confine.

Un altro strumento dell’UE in materia di migrazione è Frontex, l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale ai confini degli Stati membri dell’UE istituita nel 2004 con l’obiettivo di coordinare i pattugliamenti delle frontiere esterne europee e sostenere gli Stati europei nelle operazioni di rimpatrio dei migranti irregolari. Tuttavia, nel 2021 la Corte dei Conti Europea ha riscontrato che il sostegno di Frontex agli Stati membri nella lotta contro l’immigrazione illegale e i reati transfrontalieri non è abbastanza efficace, il sistema di scambio di informazioni e dati non è adeguato, e non c’è trasparenza sui dati e sull’utilizzo delle risorse. Nonostante queste critiche, nel “nuovo Piano per la Rotta del Mediterraneo Centrale”, parte del Nuovo Patto su migrazione e asilo proposto nel 2020 dalla Commissione Europea, viene intensificato il coinvolgimento dell’Agenzia nella cooperazione con i Paesi terzi, tipo Libia e Tunisia, per le operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo.

Uno dei punti principali di questo patto è il “pre-entry screening”, che riflette la natura controversa delle politiche migratorie dell’UE. Questo meccanismo, infatti, prevede una rapida selezione alla frontiera delle domande di asilo, in modo tale non venga concesso di entrare a coloro che presentano scarse possibilità di ottenere un risultato positivo. Questa misura oltre essere piuttosto vaga nelle regole di implementazione, lascia molta libertà decisionale alle autorità di frontiera, le quali spesso non hanno gli strumenti o le competenze necessarie per valutare richieste d’asilo e situazioni di rifugio.

Il nuovo patto, inoltre, pone un accento particolare sul rafforzamento della cooperazione bilaterale, regionale e multilaterale con i Paesi di origine e di transito, quali la Turchia, gli stati del Maghreb e dei Balcani, comprese le nazioni dell’Asia e dell’America Latina, al fine di compiere progressi nelle politiche di rimpatrio. Molti di questi accordi però non includono disposizioni riguardo alla protezione dei diritti umani delle persone rimpatriate.

**Esternalizzazione dei confini: le conseguenze sui diritti dei migranti **

Gli Stati membri tendono a delegare la gestione di asilo e migrazione lungo le rotte ai Paesi terzi con costosi interventi economici, come il fondo di sviluppo e cooperazione internazionale (NDICI) di 79,5 miliardi di euro, di cui 19,3 sono destinati al vicinato del Nord Africa e dell’Europa orientale.
Nel 2008, l’Italia aveva firmato il Trattato di amicizia con la Libia, che prevedeva pattugliamenti marittimi congiunti italo-libici per riportare i rifugiati sulle coste libiche, e comprendeva anche trasferimenti annuali dal valore di 200 milioni di dollari da Roma a Tripoli per 25 anni attraverso investimenti infrastrutturali in Libia con il pretesto di un risarcimento tardivo per i misfatti coloniali dell’Italia. L’Italia, oltre a fornire motovedette alla Guardia costiera libica, accusata di crimini contro l’umanità da varie organizzazioni internazionali, si è anche impegnata a costruire un sistema radar per monitorare i confini libici e fermare i migranti che entrano nel Paese. Più recentemente il governo italiano ha rinnovato il Memorandum d’intesa sulla migrazione, siglato nel 2017 con la Libia. Tuttavia, Organizzazioni internazionali, tra cui Medici Senza Frontiere, Amnesty International, e Save the Children, hanno iniziato la campagna #iononsonodaccordo, accusando il governo italiano di essere complice della violazione di diritti umani perpetrate in Libia.
Un altro Paese al centro del dibattito riguardo alle politiche migratorie è la Turchia. A marzo del 2016, infatti, l’Unione Europea ha raggiunto un accordo con Ankara per il rimpatrio di tutte le persone, anche i richiedenti asilo, che giungono irregolarmente sulle isole egee. In cambio di svariati miliardi di euro, la Turchia, che oggi ospita 4 milioni di rifugiati, di cui 3,6 milioni siriani, si è impegnata a evitare che le persone lascino il suo territorio per raggiungere l’Europa.

Lo stesso è accaduto con il governo di Tunisi, con cui l’ex cancelliera tedesca, Angela Merkel, dopo pesanti pressioni politiche nel 2015, aveva stretto un accordo nel 2017 per rimpatriare più rapidamente in Tunisia i richiedenti asilo respinti, in cambio di 250 milioni di euro.

Oltre a ciò, a gennaio di quest’anno il Ministro degli Interni spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, e il suo omologo marocchino, Abdelouafi Laftit, hanno firmato un accordo sulla migrazione dal valore di 800 milioni di euro. Il Marocco, infatti, è un alleato delle potenze occidentali nella gestione delle migrazioni sulla rotta del Mediterraneo occidentale, ma dopo l’ultimo incidente del 24 giugno del 2022, quando più di 37 migranti sono stati uccisi mentre provavano a scavalcare le recinzioni della frontiera tra Marocco e l’enclave spagnola di Melilla, le organizzazioni internazionali umanitarie chiedono giustizia. La Commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa ha chiesto alla Spagna di migliorare la trasparenza sulle pratiche di controllo frontaliero con riferimento ai casi di espulsione e di garantire misure umanitarie di controllo frontaliero che non comportino violazioni dei diritti umani.

Infatti, tutti questi accordi non solo violano il diritto umano di libertà di movimento e residenza ma anche il principio internazionale consuetudinario di non respingimento (non-refoulement), che garantisce che nessuno dovrebbe essere costretto a tornare in un Paese in cui rischia di essere vittima di tortura, trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti e altri danni irreparabili.

Risultati e conseguenze

I dati di Frontex mostrano un calo del numero di arrivi irregolari annui tra il 2015 e il 2020, un dato a cui ha contribuito la pandemia da Covid-19 tra il 2019 e il 2020. Nonostante ciò, dal 2021 in poi il numero ha ripreso a crescere, mantenendosi comunque sotto i 200.000. Un’informazione rilevante che è possibile estrarre da questi dati è il numero di arrivi dalla rotta orientale, ovvero quella della Turchia. Infatti, se nel 2015 i migranti che entravano dal confine turco erano circa 1 milione, nel 2016, anno di firma del trattato tra UE e Turchia, il numero cala sotto i 200.000 e nel 2023 è sceso a 43.906. Così come dal 2017 (anno di firma del contratto con la Libia) al 2020 i migranti in arrivo in Italia sono diminuiti drasticamente.

Questi dati potrebbero far credere che l’esternalizzazione dei confini attraverso i grossi finanziamenti ai Paesi terzi sia una strategia efficace al fine di diminuire gli arrivi. Eppure, il prezzo di queste politiche è alto, come ricorda il rapporto Missing Migrants dell’OIM, che ha calcolato che da inizio gennaio 2021 a fine ottobre 2022, 2.836 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo Centrale, tra le coste africane e l’Italia.

L’analisi è parte della collaborazione ”Italian Neighborhood” tra CeSI e Orizzonti. È stato redatto con il supporto di Giuseppe Dentice, Head Analyst Nord Africa e Medio Oriente.

Articoli simili