Contromisure Mine, al di qua e al di là dell’Atlantico
Difesa e Sicurezza

Contromisure Mine, al di qua e al di là dell’Atlantico

Di Michele Cosentino
28.04.2026

Le notizie ormai quotidiane sugli avvenimenti nella regione mediorientale presentano una fortissima connotazione marittima, legata soprattutto alla protezione dei traffici mercantili in zone nevralgiche, come gli Stretti di Hormuz e Bab-el-Mandeb, poiché particolarmente soggette a diverse tipologie di minacce. In un siffatto scenario,** la sfida forse più subdola e inaspettata è quella rappresentata dalle mine navali**, definite da alcuni osservatori come le “armi che aspettano”: una volta posate sul fondale marino, esse attendono il passaggio di una nave per provocare, attraverso l’innesco di dispositivi a influenza magnetica, acustica, barica o una combinazione di questi, effetti molto spesso letali.

La guerra di mine è, peraltro, una modalità strutturata di scontro sul mare risalente addirittura alla guerra russo-giapponese del 1905, con esempi più recenti rintracciabili nelle varie operazioni condotte nel Golfo Persico a partire dagli anni Ottanta del XX secolo. Al di là della minaccia intrinseca rappresentata dalle diverse tipologie di ordigni, vi è anche un fattore psicologico non di poco conto: è infatti sufficiente che un soggetto qualsiasi, statuale o non statuale, dichiari di aver posato uno o più campi minati per scatenare immediate condizioni di panico nell’opinione pubblica e nei circoli governativi. Si tratta di un fenomeno che, nell’era moderna, è amplificato dalla diffusione dei social media e che richiede, da parte dei governi e delle Marine militari, un approccio necessariamente basato sull’evoluzione tecnologica nel settore dei sistemi e dei materiali subacquei.

Per decenni, la guerra di mine è stata considerata un compito noioso, lento e poco attrattivo rispetto alle grandi manovre delle portaerei o ai duelli tra sottomarini d’attacco. Tuttavia, negli ultimi anni, lo scacchiere euro-atlantico ha subito un brusco risveglio. Tra il sabotaggio del Nord Stream, la dimensione marittima del conflitto russo-ucraino nel Mar Nero, le minacce ibride nel Baltico e nel Mediterraneo e il minamento, presunto o reale, dello Stretto di Hormuz, la capacità di contromisure mine (CMM) è passata da accessorio logistico a pilastro della sicurezza nazionale. L’evoluzione a cui si assiste non è solo tecnologica, ma dottrinale con il transito dal concetto di “caccia alle mine” a quello più ampio di seabed warfare, ossia una vera e propria guerra dei fondali marini che riguarda la protezione delle infrastrutture strategiche subacquee e che spesso si attua nel contesto di operazioni ibride, condotte secondo il principio della negabilità plausibile.

A prescindere dalla valenza strategica o tattica che la mina riveste a seconda degli scenari e delle condizioni al contorno, la persistenza della minaccia ha imposto la realizzazione di adeguate contromisure. Tuttavia, per la particolare insidiosità di tale arma e la portata degli effetti che il suo impiego può comportare, non è stato sufficiente sviluppare, nelle diverse epoche, sistemi e apparecchiature di cui dotare le navi da guerra (come paramine, cilindri di assorbimento delle esplosioni subacquee, impianti di compensazione magnetica, sistemi di silenziamento acustico o sonar specifici); si è reso invece necessario “creare” tipologie di unità navali dedicate esclusivamente al contrasto, i dragamine prima e i cacciamine poi.

Sul piano organizzativo, alla NATO va riconosciuto il merito di aver sempre riservato grande attenzione alle CMM, soprattutto nei teatri marittimi europei settentrionali e meridionali, come dimostra la presenza di due gruppi navali permanenti dedicati a questa specifica attività. Nei mari di responsabilità dell’Alleanza operano infatti un gruppo CMM attivo prevalentemente negli spazi europei settentrionali (Baltico compreso) e un altro dislocato nel Mediterraneo. A seconda delle proprie disponibilità, le Marine NATO forniscono a rotazione a ciascun gruppo un cacciamine e/o un’unità ausiliaria con funzioni di comando e controllo, garantendo continuità operativa. A ciò si aggiunge inoltre la creazione di centri di eccellenza NATO per sviluppare nuove tattiche specifiche per la guerra di mine.

Il cambiamento più radicale nell’evoluzione delle capacità CMM è tuttavia di natura dottrinale. In passato, un cacciamine (costruito in materiali amagnetici come la fibra di vetro o l’acciaio amagnetico) doveva avventurarsi fisicamente all’interno del campo minato, esponendo l’equipaggio a rischi enormi per eseguire le operazioni di bonifica, spesso avvalendosi di operatori subacquei. Al giorno d’oggi, la dottrina NATO, e quella di molte Marine non alleate, si è spostata verso l’approccio stand-off: il cacciamine non entra più nella zona pericolosa, ma la gestisce a distanza di sicurezza per mezzo di veicoli subacquei telecomandati o autonomi. Questi mezzi sono realizzati sfruttando le lezioni apprese dalle industrie civili operanti nel settore delle infrastrutture offshore, quali piattaforme, oleodotti e gasdotti.

Oltre a questo aspetto dottrinario, il progresso nei materiali ha provocato una vera e propria esplosione nell’impiego di droni subacquei dedicati alle CMM, con il conseguente adattamento delle procedure operative. Dal punto di vista tecnico, i droni subacquei sono suddividibili in due macroaree: i ROV (Remotely Operated Vehicles), costantemente collegati alla piattaforma madre tramite un cavo ombelicale, e gli AUV (Autonomous Underwater Vehicles), la cui produzione è ormai estesa a diverse realtà industriali con pregresse capacità nel settore oil & gas. Sia i ROV che gli AUV possono essere equipaggiati con sonar ad altissima risoluzione per mappare i fondali, individuare ordigni e investigarne tipologia e prestazioni; tra gli AUV rientrano inoltre i “droni suicidi” che, una volta identificata la mina, la neutralizzano esplodendo nelle sue immediate vicinanze o anche a diretto contatto.

Sotto il profilo tecnico e operativo, le tendenze appaiono ben delineate su entrambe le sponde dell’Atlantico. Negli Stati Uniti, in passato aveva assunto grande rilevanza l’impiego di elicotteri pesanti dotati di attrezzature trainate capaci di far esplodere le mine a influenza senza operare sulla superficie dell’acqua; tale metodologia richiedeva però il supporto di portaelicotteri di adeguate dimensioni. Questa capacità è stata progressivamente ridimensionata poiché, oltre alla costruzione di cacciamine in legno o FRP (su progetto italiano) che tuttavia non hanno trovato ampio spazio nell’US Navy, la soluzione più recente si è concretizzata nelle capacità modulari concepite per le controverse Littoral Combat Ships (LCS). In sintesi, il modulo CMM delle LCS comprende droni Knifefish per la scoperta di mine da fondo, un drone di superficie da 11 metri equipaggiato con sonar rimorchiato a scansione laterale, un elicottero MH-60 Seahawk dotato di sistema laser per il rilevamento di mine a fior d’acqua e un drone subacqueo in grado di generare campi magnetici e/o acustici per la neutralizzazione. Si tratta di un modulo intrinsecamente complesso che ha richiesto anni per risolvere criticità strutturali e che non è stato ancora testato in condizioni reali; appare inoltre singolare la decisione, poco prima dell’avvio dell’Operazione Epic Fury, di trasferire dal Medio Oriente a Singapore le due LCS equipaggiate con tale modulo.

Sul versante europeo, il fattore comune tra quasi tutte le Marine interessate è il ricorso ai droni subacquei, integrati su cacciamine già in servizio o di prossima generazione, oppure destinati a equipaggiare vere e proprie mothership CMM di nuova concezione, caratterizzate da dimensioni superiori rispetto ai cacciamine tradizionali. La strada delle mothership è seguita dalle Marine di Belgio, Olanda e Francia, con un programma congiunto tra le prime due da cui la terza ha derivato un progetto potenziato. Il vantaggio primario di queste unità è la capacità di imbarcare e coordinare diversi modelli di droni subacquei, di superficie e aerei (per sorveglianza e ricognizione), integrati da sistemi di gestione operativa dedicati. Una soluzione analoga è perseguita dalla Marina Militare italiana, che ha avviato il programma Cacciamine di Nuova Generazione (CNG) per una classe di mothership di dimensioni leggermente più contenute rispetto al citato programma franco-belga-olandese, concepite per sostituire i cacciamine classe Gaeta tuttora in linea. Altre Marine europee, incluse quelle baltiche, restano invece orientate su soluzioni che associano cacciamine tradizionali e AUV.

Tuttavia, il vero game changer nelle operazioni CMM è l’intelligenza artificiale applicata all’analisi dei dati sonar. In passato, gli operatori dovevano scrutare per ore immagini confuse per distinguere una mina da un vecchio barile o da una roccia. Oggi gli algoritmi di IA effettuano una pre-classificazione automatica in tempo reale degli oggetti rilevati, accelerando drasticamente il riconoscimento e suggerendo la tattica di neutralizzazione più efficace in base alle correnti e al tipo di fondale, ottimizzando al contempo il consumo energetico dei droni subacquei.